Un conflitto programmato

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 22 novembre 2018 con il titolo “Italia-UE, un conflitto programmato”)

In uno stato di torpore generale ci si avvia all’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per violazione delle regole sul deficit. Il procedimento è complesso, ma non per questo il dibattito può restare confinato nella cerchia degli specialisti, perché l’impatto della spirale che potrebbe innescarsi sarebbe enorme sulla vita quotidiana di tutti.

Com’è noto, il governo ha deciso di fare a braccio di ferro con la Commissione europea, proponendo una legge di bilancio che volutamente viola i parametri di convergenza in vigore da 25 anni. A seguito della lettera della Commissione che chiedeva sostanziali modifiche alla manovra, il governo ha risposto di non avere intenzione di farlo. Si tratta della prima volta in assoluto, e non solo in Italia. Normalmente infatti quando la Commissione richiede delle modifiche si apre una fase negoziale in cui si trova un qualche accordo, spesso a metà strada, com’è stato il caso finora, non solo nei confronti dell’Italia ma di quasi tutti i Paesi europei.

La scelta di andare allo scontro è invece una scelta di rottura forte. Cosa succede se si va avanti su questa strada? Succede che la Commissione deferisce l’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, affinché questa accerti la violazione delle regole dell’Unione, cosa che accadrebbe con certezza quasi assoluta, essendo lo stesso governo italiano ad ammettere che di questo si tratta. L’accertamento della violazione comporta una sanzione pecuniaria, che sarebbe molto pesante: in base ai parametri previsti intorno ai 9 miliardi di euro. Inoltre l’Italia verrebbe estromessa per un certo periodo (da stabilire, ma legato al pagamento della sanzione) dall’acceso ai fondi strutturali dell’Unione europea. Ossia si chiuderebbe un rubinetto essenziale di finanziamento per imprese, agricoltori, e intere regioni. A tutto questo si aggiungerebbe il crollo della fiducia dei mercati e l’aumento vertiginoso del costo di finanziamento dei titoli del debito italiano. Sarebbe una crisi finanziaria senza precedenti che non potrebbe essere sopportata non solo dalle casse dello Stato ma nemmeno dall’economia “reale”, e porterebbe in una sola possibile direzione: l’uscita dalla zona euro. E forse dall’intera Unione europea.

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Dalle maggioranze alle riforme

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 10 novembre 2018)

Uno dei paradossi della politica è che le riforme si fanno quasi solo quando c’è una crisi, ma quando c’è una crisi è spesso troppo tardi per fare le riforme che l’avrebbero evitata.

Nella legislatura provinciale appena conclusa, i processi di riforma statutaria sono stati avviati perché vi è stata una sia pur parziale consapevolezza dell’obsolescenza di alcuni istituti dell’autonomia, o della loro scarsa tenuta. Tuttavia, in un contesto economicamente florido e politicamente confortevole (maggioranze omogenee a Trento e Bolzano, solida alleanza col centrosinistra al governo a Roma, indiscusso supporto alle e delle famiglie politiche dominanti in Europa), non si è messa la necessaria convinzione nel portare avanti la riforma.

Ora i nodi iniziano a venire al pettine. Sul piano economico, fortunatamente, va ancora tutto piuttosto bene. Sul piano politico invece le cose sono più complicate, e i buoni rapporti tra rappresentanti locali e nazionali non sono più tanto scontati. Come si vede dalla vertenza Autobrennero, che il governo gestirebbe se non con maggiore competenza almeno con minore conflittualità se il Movimento 5 Stelle non fosse all’opposizione sia a Trento che a Bolzano. Ci si inizia così ad accorgere che garanzie istituzionali più solide sarebbero assai utili di fronte al venir meno dei buoni uffici politici, e che questi, per quanto sempre da ricercare, possono rivelarsi non sufficienti a gestire partite assai importanti e delicate. In questo contesto, qualcuno inizierà a pentirsi di avere prima avviato e poi snobbato la revisione dello statuto quando le condizioni politiche erano più favorevoli.

Forse però non è ancora troppo tardi. Forse si può ancora evitare di dover attendere crisi più gravi. Anzi, la fine della comoda omogeneità politica tra Trento, Bolzano, Roma e Bruxelles può rappresentare l’occasione propizia per uscire dalla pigrizia delle relazioni amichevoli. E può aiutare a ragionare di riforme prima che si presenti una crisi seria. Occupandosi di politica e non solo di maggioranze.

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Per i diritti servono i giudici?

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 25 ottobre 2018)

Che a livello mondiale questa non sia la stagione più felice per i diritti è cosa nota. Almeno in via generale, perché nel dettaglio il quadro è più diversificato. I progressi compiuti in alcuni ambiti sono infatti – fortunatamente – significativi. È il caso del graduale superamento della discriminazione basata sull’orientamento sessuale: per quanto vi sia ancora molto da fare, negli ultimi anni si sono registrati passi importanti, che nemmeno i governi più conservatori hanno rimesso in discussione – almeno per ora. Si pensi al riconoscimento del diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso in Spagna, negli Stati Uniti e in Austria, alle più timide unioni civili in Italia, al riconoscimento del terzo genere in Germania, fino alla recentissima depenalizzazione in India prima dell’omosessualità e poi dell’adulterio.

Tutti questi passi sono stati compiuti direttamente o indirettamente in via giudiziaria. Direttamente, quando le corti costituzionali o supreme hanno riconosciuto l’illegittimità della mancata previsione di un diritto (ad esempio al matrimonio o al riconoscimento di un’identità sessuale diversa dal maschile o femminile) o la evidente violazione del principio di uguaglianza (ed esempio in caso di criminalizzazione dell’omosessualità). Indirettamente quando le decisioni del legislatore sono frutto di “richiami” da parte delle Corti, nazionali o internazionali, come accaduto in Italia con l’approvazione della legge sulle unioni civili. In India il famigerato articolo 377 del codice penale, che puniva “i rapporti sessuali contro natura”, era diventato un simbolo delle rivendicazioni di settori sempre più ampi di società. La richiesta della sua abolizione era da tempo nell’agenda politica, non soltanto da parte degli attivisti dei diritti LGBTI, ma anche da parte di ampi settori nazionalisti, che magari ne approvavano il contenuto, ma ne sottolineavano l’origine vittoriana e coloniale. Ciò nonostante il Parlamento ha tergiversato per anni, ed è dovuta intervenire la Corte suprema per compiere un passo storico non solo per l’India ma per un’intera regione del mondo.

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Perspectives on Comparative Federalism


(article published on http://50shadesoffederalism.com/theory/perspectives-on-comparative-federalism/ on 15 October 2018)

Abstract

The number of countries embracing federalism is rocketing and research on federalism is booming. Federal studies are eventually abandoning the vain search for definitional clarity, and increasingly look at the potential of federalism to provide solutions to some of the most pressing challenges to contemporary constitutionalism. Federalism is indeed the oldest institutional mechanism to regulate pluralism, and has therefore a lot to offer in solving contemporary challenges originating from the quest for more pluralism, both institutional and societal.

Introduction: Living (well) without a Definition

The number of countries embracing federalism is rocketing (Huegelin and Fenna 2015:3) and federal studies are booming, despite the fact that no one can precisely define federalism. The good news, however, is that the hysteria about the search for a definition is relenting. Instead, a more pragmatic approach to federal issues is spreading. This will hopefully allow federal studies to address some of the most pressing challenges to contemporary constitutionalism, bringing in an essential perspective and offering solutions based on century-long refinement of federal instruments.

Defining federalism and classifying federal states have kept scholars busy for centuries, filling libraries in the process. Nevertheless, there is no universal agreement on what federalism means (Gamper 2005), nor is there agreement on how to classify federal countries (Watts 2008). Nor can there be one. Federalism is an essential component of theory and practice of states and power structures, but the federal principle is indeed much older than the modern and even the pre-modern state (Burgess 2006). In fact, federalism is at the heart of one of the most pressing challenges in the history of mankind: how to order public life and how to limit, organise and regulate power in a way that guarantees freedom and efficiency, unity and plurality, autonomy and coordination. This is why it can be seen in different ways, under different disciplinary angles, taking different features into account and coming to very different results as to the identification of traces of federalism.

In recent times, the study of federalism seems to have been gradually abandoning the obsession to define federalism, and reorienting focus towards its manifestations. A pragmatic approach that resembles the famous definition of obscenity by Justice Potter Stewart in Jacobellis v.Ohio, 378 U.S. 184 (1964): “I shall not today attempt further to define the kinds of material I understand to be embraced within that shorthand description; and perhaps I could never succeed in intelligibly doing so. But I know it when I see it”. Precisely because of the absence of any possible definition of federalism going beyond the general formula by Elazar “self-rule plus shared rule” (Elazar 1987, Müller 2017), growing attention is being paid in more recent literature to the institutions and the procedures of federalism (Halberstam 2012, Huegelin and Fenna 2015, Palermo and Kössler 2017). Ultimately, it is their functioning that makes machines interesting, rather than what qualifies them as machines.

Evolution and Consolidation

Against this background, why are federal ‘machines’ interesting and popular like never before and what are the most pressing research questions for contemporary comparative federal studies?

When the idea of federalism was born, it was primarily a philosophical concept and a principle of political organization, essentially serving economic and military purposes. In legal terms, the early idea of federalism was closer to international rather than constitutional law, aimed at bringing together sovereign units that alone were no longer competitive in economic and military terms.

The more federal countries established themselves (in the nineteenth century) and significantly increased in number (in the twentieth century), the more federalism became noteworthy not only to political philosophers and political scientists, but also to constitutional lawyers and economists. All of these methodological perspectives facilitated the study of how federal systems (both classical federations and related manifestations such as regional or devolved states) work in practice, what elements they have in common, how their functioning can be improved, and, above all, what institutions and procedures are needed in order to make them work.

In the twenty-first century, the challenge is no longer the creation of new federations by pooling together sovereign states, as the example of the EU and the insurmountable obstacles to it becoming a fully-fledged federal state clearly shows. Even the establishment of federal systems through decentralization has lost the grip it had in the course of the second half of the twentieth century (Belgium, Spain, Italy, United Kingdom, South Africa and so on). The federal idea is by now sufficiently explored. Institutional strengths and weaknesses are well-known, and so is the importance of cooperative instruments and of the readiness to cooperate by the involved actors, as there can be no federalism without a certain degree of cooperation.

What does really matter? The Challenges Ahead?

While all this seems to be consolidated, the critical test that remains is the effective management of pluralism and its inherent complexity, given the challenges that pluralism is posing to contemporary societies. Federalism is the most developed constitutional instrument to deal with the pluralism of interests, actors, institutions and procedures marking contemporary societies, and can represent the matrix for dealing with their challenges. To do so, however, federalism can no longer be seen as a pure institutional interplay, a system accommodating the coexistence of institutions belonging to different tiers of government but has to include the understanding of how federalism works (or may work) in practice, what its added value could be and how it could be developed. Institutional facets are just one aspect of the contribution that federalism can provide to contemporary challenges: they are the historically most developed aspect and are thus fit to serve as a matrix for developing new instruments, but alone are by far no longer sufficient to make federalism relevant in the twenty first century.

The most pressing areas which could benefit most from hints and inputs from federal studies seem to be the following:

The first and most important one is the management of pluralism, in its various territorial, ethno-cultural and other manifestations. While this has always been the core task of federal systems, recent developments seem to indicate that all countries that are decentralizing do so in order to respond only to ethno-cultural challenges (Choudhry 2008, Broschek 2013:101). This seems confirmed by developments in countries such as Ethiopia, South Sudan, Kenya, Nepal, Myanmar, possibly the Philippines, and by adaptations in several other countries, also in Europe, where ethno-cultural issues are shaping federal dynamics much more than other elements and certainly more than in the past. If that is the case, one could argue that in present times federalism is seen, rightly or wrongly, at least at political level, primarily as an instrument to accommodate minority claims. If so, greater attention should be paid to rule of law instruments that balance the idea of exclusive control of a territory by a titular group (Kössler 2015).

The second main challenge is that of participation. This has also been an essential element of the federal toolkit from the inception. However, traditional institutional forms of (territorial) participation are no longer sufficient to establish a workable system, as shown by the ongoing crisis of second chambers in federal and regional systems (Gamper 2018). Not only are rules on participation essentially procedural, determining who can participate, how, under which conditions, exercising what rights, and – not least – what are the consequences of inclusion in or exclusion from the process (for example, whether those excluded have the right to challenge the decision in a court or not). In present times, the pressure towards more democratic and participatory decision-making makes it necessary to look beyond merely institutional participation and to include (and regulate) also forms of societal participation (Palermo and Alber 2015). The ways non-institutional stakeholders can be included in decision-making processes can more easily be designed by digging into the federal toolkit.

Finally, it is necessary for federal studies to look more carefully at policies, including how they are managed on the basis of legal norms and how they are interpreted by courts (Palermo and Kössler 2017). Only the analysis of relevant policy fields, both related to the constitutional division of powers and to the political processes, can illustrate the trends and challenges resulting from the governance of complex and transversal areas involving a plurality of actors, such as the environment, education, financial relations, immigration, and many others, forcing involved actors to develop effective forms and procedures for cooperation. In other words: making federal studies fit to provide responses to contemporary challenges of an ever more complex forms of governance of ever more complex phenomena in ever more complex societies.

Conclusion

It is expected that looking further into these aspects will be the main challenge for federal studies in the years to come. These are ultimately some of the main challenges of contemporary constitutionalism and are the reason why federalism is looked at with increased attention worldwide. Diversification of responses within a common constitutional framework allows for tailor-made solutions, for experimentation, for wider participation, for enhancing democracy by dividing and sharing powers. It is up to the academic community to take up this challenge and to provide answers that can be developed from a contemporary reading of the solution and procedures that federalism can offer.

 

Suggested Citation: Palermo, F. 2018. ‘Perspectives on Comparative Federalism’. 50 Shades of Federalism. Available at: http://50shadesoffederalism.com/theory/perspectives-on-comparative-federalism/

 

Bibliography

Broschek, J. 2013. ‘Between Path Dependence and Gradual Change: Historical Institutionalism and the Study of Federal Dynamics’, in Benz A. and Broschek J. (eds). Federal Dynamics: continuity, change and the varieties of federalism. Oxford: Oxford Univ. Press, 93-113

Burgess, M. 2006. Comparative Federalism: Theory and Practice, Abingdon: Routledge

Choudhry, S. (ed.) 2008. Constitutional Design for Divided Societies, Oxford: Oxford Univ. Press

Elazar, D.J. 1987. Exploring Federalism. Tuscaloosa, AL: University of Alabama Press

Gamper, A. 2005. ‘A “Global Theory of Federalism”: The Nature and Challenges of a Federal State’. German Law Journal (6), 1297-1318

Gamper, A. 2018. ‘Representing Regions, Challenging Bicameralism: An Introduction’. Perspectives on Federalism 2, I-IX

Halberstam D. 2012. ‘Federalism: Theory, Policy, Law’ in Rosenfeld M. and Sajó A. (eds.). The Oxford Handbook of Comparative Constitutional Law. Oxford: Oxford Univ. Press, 576-608

Hueglin, T. and Fenna, A. 2015. Comparative Federalism. A systematic Inquiry. 2nd ed. Toronto: Broadview Press

Kössler, K. 2015. ‘Conclusions: Beyond the Illusion of Ethno-culturally Homogenous Territory’ in Malloy T. and Palermo F. (eds.) Minority Accommodation through Territorial and Non-Territorial Autonomy. Oxford: Oxford Univ. Press, 245-272

Mueller, S. 2017. ‘Self-rule and Shared Rule’. 50 Shades of Federalism. Available at: http://50shadesoffederalism.com/theory/self-rule-shared-rule/

Palermo, F. and Alber E. (eds) 2015. Federalism as Decision-Making. Leiden-Boston: Brill

Palermo, F. and Kössler, K. 2017. Comparative Federalism. Constitutional arrangements and case law, Oxford and Portland: Hart

Watts, R.L. 2008. Comparing federal systems. 3rd ed. Montreal and Kingston: McGill and Queen’s Univ. Press

 

Further reading

Birch, A. (2006). Approaches to the Study of Federalism. Political Studies 14(1), 15-33

Hueglin, T. (2003). Federalism at the Crossroads: Old meanings, new significance. Canadian Journal of Political Science / Revue canadienne de science politique Vol. 36, No. 2, 275-294

Gagnon, A, Keil, S. and Mueller S. (eds.) (2015). Understanding Federalism and Federation. London: Routledge

Kincaid, J. (ed.) 2011. Federalism. 4 volumes anthology. London: Sage

Se Langer torna in Medio Oriente

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 09 ottobre 2018 con il titolo “Premio Langer in Medio Oriente”)

Il Premio Langer 2018 è stato assegnato all’Istituto Arava per le Scienze Ambientali, che ha l’obiettivo di formare professionisti ambientali del e nel Medio Oriente e di contribuire ad alleviare il conflitto israelo-palestinese attraverso la collaborazione ambientale. Con questo premio viene ribadita l’attualità di tre aspetti fondamentali del pensiero e dell’opera di Langer.

Il primo è il ruolo dell’ambiente come veicolo di pace. L’Istituto premiato è consapevole della difficoltà di affrontare di petto il conflitto israelo-palestinese. Nel contesto attuale questo è anzi impossibile. Esistono però modi per aggirare, smontare, depotenziare il conflitto, attraverso azioni concrete sui temi di interesse comune. Uno di questi, forse il più importante, è l’ambiente. L’Istituto Arava è stato fondato nel 1996, nel sud est di Israele, in un territorio desertico e di confine. Da allora il clima è decisamente peggiorato, sia a lvello politico, sia in chiave ambientale. Da un lato si è avuto un avvitamento del conflitto, in un contesto nazionale, regionale e internazionale sempre meno favorevole. Dall’altro vi sono stati il cambiamento climatico, l’accrescita desertificazione, la scarsità idrica, il degrado ambientale. La tutela dell’ambiente e la gestione oculata delle risorse sono interesse di tutti: solo la collaborazione può salvare l’ambiente e solo la pressione ambientale può convincere che l’accordo è più produttivo del conflitto. Perché lo scontro per le risorse è una delle principali sfide del futuro, come si vede dal collegamento tra degrado ambientale e migrazioni. La pace, non solo in Medio Oriente, passa da una gestione attenta delle sfide ambientali.

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Sull’Ungheria il rischio boomerang

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 25 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare se questa abbia compiuto una violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e se persista una minaccia allo Stato di diritto. È un passaggio assai significativo sotto il profilo politico, perché è la prima volta che il Parlamento europeo utilizza questo strumento. Soprattutto, il voto ha provocato una spaccatura all’interno del Partito popolare europeo (PPE), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. La maggioranza dei parlamentari del PPE ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione. È prevalsa dunque, seppur con fatica, la “linea Merkel” sulla “linea Orbán”.

Paradossalmente, però, un voto che vuole essere una reazione d’orgoglio e una dimostrazione di forza del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del PPE), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al parlamento europeo subito prima del voto.

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Il voto del Parlamento europeo sull’Ungheria. Tanto fumo, poco arrosto e troppi deficit strutturali.

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4482) il 24 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare la violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e la conseguente persistente minaccia allo Stato di diritto.

Il voto è stato definito “storico” su tutti i principali media europei, e certamente lo è in quanto è il primo che il Parlamento europeo esprime ai sensi dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Lo è anche per le sue indubbie conseguenze politiche, a partire dalla spaccatura che ha provocato all’interno del Partito popolare europeo (Ppe), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. Com’è noto, la maggioranza (115) dei 219 parlamentari del Ppe ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione (i favorevoli sono stati 448). Tra i voti popolari a favore quelli della Övp del presidente di turno austriaco del Consiglio europeo Kurz, e quello del capogruppo Manfred Weber, possibile Spitzenkandidat dei popolari alle imminenti elezioni europee, che sembra così scegliere la “linea Merkel” anziché la “linea Orbán”. Tra i 57 contrari, i voti degli eurodeputati di Forza Italia, che in pieno spirito europeista hanno adottato una decisione tutta in prospettiva nazionale, per non acuire le distanze dalla Lega, gran sostenitrice di Orbán.

Paradossalmente, però, un voto che vuole significare una reazione d’orgoglio del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del Ppe), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al Parlamento europeo subito prima del voto.

In secondo luogo, la procedura è stata attivata con molto ritardo. Il percorso di creazione di una “democrazia illiberale” (parole di Orbán) è in atto in Ungheria dal 2010, quando Fidesz e il suo leader indiscusso hanno assunto il potere, modificando immediatamente la costituzione (2011) e dedicandosi successivamente allo smantellamento dello stato di diritto. Queste violazioni sono state accertate già da tempo da organismi quali la Commissione di Venezia, e il Parlamento arriva già tardi. Figurarsi se e quando si dovesse esprimere il Consiglio, che è l’organo che ha l’ultima parola in merito.

Terzo, il voto si presta alla facile accusa di esprimere la politica dei doppi standard già da tempo criticata nell’Europa centro-orientale. Perché l’Ungheria sì e altri stati che seguono il medesimo corso come la Polonia invece no, o almeno non ancora? È forse una questione di dimensioni e di peso politico, anche all’interno delle istituzioni europee? L’utilizzo strumentale di questo argomento può facilmente aumentare il vittimismo che in molti Paesi (Italia compresa) si sta diffondendo nei confronti dell’Unione europea, fomentato con piacere da chi il progetto europeo intende sabotare.

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Idea marxista per il doppio passaporto

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 21 settembre 2018)

La soluzione del problema del doppio passaporto è a portata di mano e non è nemmeno particolarmente originale. Ma ci voleva un colpo di genio per mettere insieme tutti i tasselli. I primi ad averci pensato sono stati – guarda caso – due grandi politici e intellettuali austriaci, Karl Renner e Otto Bauer, oltre un secolo or sono. Quando i segnali di sgretolamento dell’impero austroungarico si stavano facendo pressanti, sotto la spinta delle rivendicazioni nazionalistiche delle parti non tedesche del vasto impero, la corrente di pensiero da loro autorevolmente rappresentata, detta austro-marxismo, propose di separare in modo visibile cittadinanza e nazionalità. In questo modo, pur all’interno di una cittadinanza comune, si sarebbe resa visibile, anche nei documenti di identità, la nazionalità di ciascuno, dunque la sua appartenenza etnico-culturale. Un passaporto austriaco avrebbe potuto dunque contenere la nazionalità croata, slovena, ceca, italiana, ecc.

Qualche anno dopo la questione della nazionalità divenne addiritura il fondamento dell’URSS, l’unione delle repubbliche socialiste, organizzate in soviet, ma basate su criteri etnici. La Georgia era la repubblica dei georgiani, l’Ucraina degli ucraini, l’Armenia degli armeni e via elencando, indipendentemente dall’intricata composizione etno-culturale di qui territori, che tutto erano fuor che omogenei. Ma un pochino bisogna pur semplificare, suvvia, mica si può sempre cercare il pelo nell’uovo. E quindi anche nei passaporti sovietici, che indicavano la cittadinanza pur ambendo a costruire nel tempo anche un’appartenenza identitaria e politica all’ideale dell’homo sovieticus, veniva indicata anche la nazionalità (moldava, estone, kirgiza, ecc).

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Autonomia è l’opposto dell’isolamento

© Provincia Autonoma di Bolzano

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 5 settembre 2018)

Questa giornata dell’autonomia è alquanto diversa dalle precedenti. Le incombenti elezioni suggeriscono un profilo più basso, e almeno sul piano della scelta dei temi si è optato per ambiti non immediatamente strumentalizzabili in chiave politico-elettorale. In verità, però, qualsiasi sfaccettatura dell’autonomia, anche quella apparentemente più innocua, non è mai neutra, perché il funzionamento dell’autonomia dipende molto dal contesto in cui si realizza. E dal contesto non si può scappare, fingendo che non esista. Perché l’autonomia si regge su due gambe: una è l’autogoverno, il fare da soli. L’altra, non meno importante, è la collaborazione, il fare insieme. Per camminare bene le due gambe non solo devono essere entrambe sane, ma devono muoversi in modo coordinato.

A Bolzano si è scelto il tema della competenza sulle strade, trasferite alla provincia vent’anni or sono attraverso una delle più significative norme di attuazione della fase successiva alla chiusura del pacchetto. Il tema può prestarsi a diverse letture. Quella rivendicativa dell’accumulo delle competenze come mera sottrazione di poteri e risorse allo Stato per trattenerli in loco, e quella propositiva della riflessione sul significato di autonomia come gestione di fenomeni interconnessi. Del resto, le strade non iniziano e non finiscono nel territorio provinciale, e la loro gestione è uno dei tanti esempi di come i livelli di governo debbano inevitabilmente integrarsi, non separarsi. Autonomia significa certo avere il potere di decidere, ma questo deve implicare la capacità di riflettere su cosa e come si decide e su come ci si relaziona con gli altri livelli di governo che inevitabilmente hanno un ruolo in tali decisioni. Per restare al tema delle strade: come ci si rapporta con i comuni (la questione della viabilità di Bolzano è ultimamente molto attuale) e con lo Stato e l’Unione europea in relazione all’interminabile vicenda della A22 e della sua natura giuridica? Analoghe considerazioni valgono per tutte le altre competenze provinciali. La divisione delle competenze è un mezzo, non un fine: è l’inizio dell’autonomia come gestione di fenomeni complessi, non la fine di un processo di mera acquisizione di potere.

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