Francesco Palermo: “In die Falle getappt”

(Interview von Matthias Kofler, veröffentlicht in der Neuen Südtiroler Tageszeitung, 30. September 2017, S. 2-3)

Tageszeitung: Herr Senator, die Katalanen wollen am Sonntag in einer Volksabstimmung über ihre Unabhängigkeit von der spanischen Monarchie abstimmen. Wird das Referendum überhaupt stattfinden?

Francesco Palermo: In irgendeiner Form schon! Ich bezweifle aber stark, dass man mit diesem Referendum zu einem vernünftigen Ergebnis kommen kann auch wenn die katalanische Regierung mit aller Kraft versuchen wird, eine gewisse Legitimation für das Referendum zu schaffen.

Sie sind gegen das Referendum?

Ich persönlich bin absolut nicht gegen die Unabhängigkeit, aber gegen dieses Referendum ich vertrete also die gegenteilige Meinung der meisten anderen (lacht). Es ist heutzutage durchaus möglich, dass sich neue Staaten bilden. Dies muss aber in einem verfassungsrechtlichen und in einem verfahrensrechtlichen Prozess geschehen. In Katalonien ist dies nicht der Fall! Auch wenn das Referendum am Sonntag reibungslos ablaufen würde, kann es nicht klappen, weil ihm der verfassungs- und verfahrensrechtliche Rahmen fehlt. Man kann nicht von einem Tag auf den anderen ein Unabhängigkeitsreferendum ohne Quorum und ohne qualifizierte Mehrheit abhalten, weil dieses keine demokratische Legitimation hätte. Hier wird eine Art „golpe“ (spanisch für Staatsstreich), ja eine Revolution durchgeführt.

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Bewunderung ohne Liebe und die Kunst des Übertreibens: die italienischen Reaktionen auf die deutsche Bundestagswahl

 

(veröffentlicht am 28. September 2017 auf http://verfassungsblog.de/bewunderung-ohne-liebe-und-die-kunst-des-uebertreibens-die-italienischen-reaktionen-auf-die-deutsche-bundestagswahl/)

Deutschland ist der größte Handelspartner Italiens, und auch auf politischer und kultureller Ebene sind die Beziehungen sehr innig. Die Schicksale der beiden Länder sind seit jeher sehr eng miteinander verwoben. Gleichzeitig hat man wenig Verständnis füreinander und die gegenseitige Wahrnehmung ist sehr von Stereotypen geprägt[1]. Dies gilt beidseits der Alpen. Um bei einem viel zitierten Spruch zu bleiben: Die Italiener schätzen die Deutschen, lieben sie aber nicht. Die Deutschen lieben die Italiener, schätzen sie aber nicht.

Die Reaktionen der italienischen Politik auf die Ergebnisse der Bundestagswahl vom 24. September haben sich vorrangig auf die möglichen innenpolitischen Folgen konzentriert. Die offizielle Stellungnahme des Ministerpräsidenten Gentiloni war sehr vorsichtig, wie es von seiner institutionellen Funktion, aber auch von ihm als Person nicht anders zu erwarten war: Gentiloni wünsche sich eine Fortsetzung der erfolgreichen Zusammenarbeit mit Angela Merkel im Zeichen der Verstärkung der europäischen Integration[2]. Die Vertreter der verschiedenen politischen Lager haben wie immer versucht, das Wahlergebnis in Deutschland zu ihren Gunsten auszulegen, und sich in der Analyse mehr auf den Wahlkampf in Italien fokussiert, der praktisch bereits im Gange ist, als auf jenen, der in Deutschland soeben beendet wurde. Der Parteiobmann der Lega Nord Salvini hat den Erfolg der AfD gefeiert, während Berlusconi Merkel seine völlige bedingungslose Unterstützung zugesichert hat[3], und dies obwohl ihre Beziehung in Vergangenheit nicht wirklich mit Harmonie gesegnet war. Aber schließlich muss er sich ja von der Lega Nord distanzieren, die auf dem Papier als sein theoretischer Bündnispartner gehandelt wird und mit der er sich gerade um die Rolle als Zugpferd des (Mitte-)Rechts-Lagers streitet. Die 5-Sterne-Bewegung rühmt sich damit, der Deich gegen den Rechtsextremismus in Italien zu sein. Links hingegen schämen sich alle im Stillen für das bescheidene Abschneiden der SPD. Einzige Ausnahme ist der ehemalige Staatspräsident Giorgio Napolitano, der kein Blatt vor den Mund nimmt und die Schuld an der allgemeinen Krise der sozialdemokratischen Politik in Europa frank und frei den – im Vergleich zur Vergangenheit – schwachen Leitfiguren zuschiebt[4].

Die Kommentare in den großen Zeitungen der meistgehörten wirtschaftlichen und intellektuellen Elite kann man in drei Kategorien und Haltungen einteilen.

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Catalogna: gli equivoci del referendum

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 settembre 2017 con il titolo “Il referendum in Catalogna e i suoi limiti”)

Da sempre gli stati nascono, si trasformano e muoiono. Solo negli ultimi 30 anni se ne sono formati 34, più di uno all’anno. La indissolubilità degli stati è una aspirazione comprensibile al momento della loro creazione, ma è anche un’ammissione di insicurezza rispetto alla capacità di mantenere l’unità. Insomma, di indipendenza non è affatto tabù parlare, almeno quanto non lo è (non lo dovrebbe essere) parlare di divorzio o di fine vita.

L’indipendenza della Catalogna non sarebbe quindi di per sé un’eresia. Si possono avere diverse posizioni riguardo al fatto che l’indipendenza catalana sia o meno una buona idea, ma che essa possa avvenire rientra nel normale svolgersi delle vicende storiche e se avvenisse in modo pacifico sarebbe anzi un segnale di maturità non scontato.

Ci sono però due seri (e voluti) limiti concettuali dietro al referendum indetto unilateralmente per domenica. E non si tratta del legalismo rigidamente seguito dal governo di Madrid, che ha sempre ribadito come si possa negoziare su tutto tranne che sul referendum perché questo non è ammesso nell’ordinamento spagnolo – salvo poi in pratica non negoziare nemmeno sul resto, sbagliando clamorosamente la strategia politica. No, si tratta invece di due questioni più sottili, su cui occorre riflettere anche al di là della questione specifica.

La prima riguarda la sovrapposizione che nella comunicazione si fa tra la volontà della risicata maggioranza parlamentare catalana (e del governo che questa sostiene) e quella del popolo catalano. Per tutti è diventato un refrain affermare che “la Catalogna vuole l’indipendenza”. In verità la stragrande maggioranza dei catalani vorrebbe una maggiore autonomia, non l’indipendenza. Ma questa opzione non è prevista nella legge – dichiarata incostituzionale – di indizione del referendum. È vero che il sostegno all’indipendenza è molto cresciuto negli ultimi anni, a causa della rigidità del governo spagnolo e della determinazione nazionalista di quello catalano. Ma è complessivamente ancora inferiore alla metà della popolazione, e in ogni caso del tutto insufficiente a costituire la base di una nuova legalità.

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Cosa terrorizza i tedeschi

(intervista di Sarah Franzosini, pubblicato su https://www.salto.bz/it/article/23092017/cosa-terrorizza-i-tedeschi il 23 settembre 2017)

Il senatore Francesco Palermo sulle elezioni in Germania, il rassicurante pragmatismo di Merkel, l’influenza dell’estrema destra e l’evergreen del „Keine Experimente“.

salto.bz: Senatore Palermo, domani (24 settembre) la Germania andrà alle urne. I sondaggi danno per vincente la CDU/CSU di Angela Merkel, dopo che l’“effetto Schulz”, candidato della SPD, si è di fatto sgonfiato. Non ci saranno sorprese, dunque?
Francesco Palermo: Non c’è dubbio su quale sarà il futuro partito di maggioranza ma la questione è come vincerà la CDU/CSU e quali saranno i risultati delle altre forze politiche in corsa, e di conseguenza quale coalizione si formerà. Da questo dipenderà anche la politica tedesca nei confronti dell’Europa. Le diverse opzioni sul tavolo sono essenzialmente due, una è un’alleanza con i liberali e un’altra la Große Koalition con i socialisti.

Scarta quindi la cosiddetta ipotesi “Jamaica”, ovvero una coalizione a tre tra CDU, i liberali della FDP e i Verdi?
Una possibilità molto improbabile perché i Verdi, nonostante il successo raccolto in passato, sembrano spariti dalla scena, non sono in effetti riusciti a posizionarsi in campagna elettorale pur potendo puntare su molti temi a loro cari, come l’ambiente e l’integrazione, ad esempio. Non si prevede quindi un risultato tale da porli come dei probabili partner di governo. A livello federale, poi, la CSU è piuttosto incompatibile con i Verdi che a loro volta non vanno d’accordo con i liberali.

La Große Koalition sarebbe auspicabile anche per l’Italia dal punto di vista delle relazioni con la Germania?
Assolutamente sì, la prosecuzione della Grande coalizione sarebbe l’ipotesi migliore per l’Italia dal momento che la politica sarebbe sicuramente quella di minore rigore economico nei confronti del nostro paese. Questa compagine di governo, che ha di fatto sempre amministrato bene, significherebbe in generale avere una politica più aperta verso la stessa UE. C’è tuttavia da sottolineare il fatto che una coalizione di questo genere penalizzi molto la SPD, che pagherebbe un tributo pesante in termini di consenso, molte voci interne al partito si chiedono infatti “perché dobbiamo portare il nostro expertise, la nostra capacità di governo, perché poi ne approfitti Angela Merkel?”. Il tema dei partner delle coalizioni, in ogni caso, va anche al di là della Germania, lo vediamo anche in Austria, in Italia, nello stesso Alto Adige: ritrovarsi in raggruppamenti di questo genere è deleterio, si viene di fatto schiacciati politicamente e si perde molto consenso.

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Francesco Palermo: There is no universal practice for minority languages in Europe

Interview by Victoria Vlasenko published on Deutsche Welle, http://www.dw.com on 22 September 2017. The original version in Ukrainian is available below and here. For a shorter version in Russian see below and here.

 

ENGLISH (This is a computer-assisted translation from Ukrainian to English.)

Europe
Francesco Palermo: There is no universal practice for minority languages ​​in Europe

What language do minority children study in schools in Europe? How to establish a reasonable balance between affirmation of the state language and the rights of national minorities? International expert Francesco Palermo answers questions from DW.

The Ukrainian government has decided to send a resonant draft law on education to the Venice Commission, which was approved by the Verkhovna Rada on September 5. Some of its provisions, in particular, regarding the language of instruction in schools for children from families of national minorities, caused a diplomatic scandal. Because it involves studying the language of minorities only in elementary school. In particular, Romania, Poland, Hungary, Russia and Moldova, whose minorities are among the most numerous in Ukraine, expressed their resentment to Kyiv. Francesco Palermo, the former president of the advisory committee of the Council of Europe (CoE) Framework Convention on the Protection of National Minorities, thinks that the state’s desire to promote the state language is fully justified, but warns the Ukrainian authorities not to cross the line, which starts a direct violation of the right to free communication.

Deutsche Welle: Professor Palermo, what is the general practice of using languages ​​of national minorities in schools in Europe?

Francesco Palermo: The point is that there is not one common practice or rule that would fit all countries. You have to adapt different circumstances to the situation of each language of each national minority in each individual country. The fact that in Ukraine the position of the Russian language, which is not only the language of the national minority, but also of those who do not belong to this minority, remains unclear, gives the situation specific features compared with the situation of the languages ​​of other national minorities in European countries. It is for this reason that in Europe there are established standards defined by the Council of Europe Framework Convention for the Protection of National Minorities and the European Charter for Regional or Minority Languages, which Ukraine must abide by, since it has ratified both of these documents.

So, does the Ukrainian Education Bill violate these two international instruments that you just mentioned? Continue reading

Nuovo clima per la nostra autonomia

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 settembre 2017)

Chi si concentra troppo sul dibattito locale rischia di avere una percezione molto distorta delle priorità complessive. Nella nostra regione il tema dell’autonomia è infatti centrale, sia per le questioni che riguardano le prospettive di riforma dello statuto, sia per l’agenda politica quotidiana. I giornali ne scrivono, la politica ne parla, i cittadini la vivono. Le si dedicano spesso convegni e pubblicazioni. Al di là dei confini regionali, invece, la situazione è assai diversa. L’autonomia non è un tema, e quando lo è il clima che la circonda è quasi sempre negativo. Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo e mondiale, anche se la connotazione negativa è inversamente proporzionale alla cultura autonomistica sottostante: quanto più questa scarseggia, come in Italia, tanto più il tema è soggetto a mode e al clima politico del momento.

In parte è un fenomeno comprensibile. Negli ultimi anni altre priorità si sono imposte, dal terrorismo alla crisi economico-finanziaria all’immigrazione, fenomeni globali che hanno fatto pensare che l’autonomia fosse un ostacolo sulla via del controllo di queste emergenze, perché la presenza di più livelli decisionali è spesso vista come qualcosa che complica e rallenta. Una percezione superficiale, ma che proprio per questo attecchisce facilmente in contesti scarsamente permeati di cultura dell’autonomia. Se poi si aggiungono frequenti episodi di malgoverno o alcune situazioni farsesche (per tutte un paio di mutande verdi comprate coi soldi dei contribuenti), la delegittimazione mediatica e culturale del livello regionale diventa inevitabile.

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Senza Ius soli democrazia più povera (editoriale di Luigi Manconi)

La decisione della conferenza dei capigruppo del senato di non calendarizzare la legge di riforma della cittadinanza (giornalisticamente ed erroneamente definita jus soli) è triste e negativa. Triste perché prende atto della realtà – la mancanza dei ‘numeri’ in aula – che è una realtà triste. Negativa perché la mancata approvazione del provvedimento produrrà proprio gli effetti temuti dai detrattori. Molto di quanto avrei voluto dire è stato ben scritto in questo articolo da Luigi Manconi.

 

Editoriale di Luigi Manconi, il Manifesto, 13 settembre 2017 – https://ilmanifesto.it/senza-ius-soli-democrazia-piu-povera/