Francesco Palermo: There is no universal practice for minority languages in Europe

Interview by Victoria Vlasenko published on Deutsche Welle, http://www.dw.com on 22 September 2017. The original version in Ukrainian is available here. A shorter version in Russian is available here.

ENGLISH (This is a computer-assisted translation from Ukrainian to English.)

Europe
Francesco Palermo: There is no universal practice for minority languages ​​in Europe

What language do minority children study in schools in Europe? How to establish a reasonable balance between affirmation of the state language and the rights of national minorities? International expert Francesco Palermo answers questions from DW.

The Ukrainian government has decided to send a resonant draft law on education to the Venice Commission, which was approved by the Verkhovna Rada on September 5. Some of its provisions, in particular, regarding the language of instruction in schools for children from families of national minorities, caused a diplomatic scandal. Because it involves studying the language of minorities only in elementary school. In particular, Romania, Poland, Hungary, Russia and Moldova, whose minorities are among the most numerous in Ukraine, expressed their resentment to Kyiv. Francesco Palermo, the former president of the advisory committee of the Council of Europe (CoE) Framework Convention on the Protection of National Minorities, thinks that the state’s desire to promote the state language is fully justified, but warns the Ukrainian authorities not to cross the line, which starts a direct violation of the right to free communication.

Deutsche Welle: Professor Palermo, what is the general practice of using languages ​​of national minorities in schools in Europe?

Francesco Palermo: The point is that there is not one common practice or rule that would fit all countries. You have to adapt different circumstances to the situation of each language of each national minority in each individual country. The fact that in Ukraine the position of the Russian language, which is not only the language of the national minority, but also of those who do not belong to this minority, remains unclear, gives the situation specific features compared with the situation of the languages ​​of other national minorities in European countries. It is for this reason that in Europe there are established standards defined by the Council of Europe Framework Convention for the Protection of National Minorities and the European Charter for Regional or Minority Languages, which Ukraine must abide by, since it has ratified both of these documents.

So, does the Ukrainian Education Bill violate these two international instruments that you just mentioned? Continue reading

Nuovo clima per la nostra autonomia

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 settembre 2017)

Chi si concentra troppo sul dibattito locale rischia di avere una percezione molto distorta delle priorità complessive. Nella nostra regione il tema dell’autonomia è infatti centrale, sia per le questioni che riguardano le prospettive di riforma dello statuto, sia per l’agenda politica quotidiana. I giornali ne scrivono, la politica ne parla, i cittadini la vivono. Le si dedicano spesso convegni e pubblicazioni. Al di là dei confini regionali, invece, la situazione è assai diversa. L’autonomia non è un tema, e quando lo è il clima che la circonda è quasi sempre negativo. Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo e mondiale, anche se la connotazione negativa è inversamente proporzionale alla cultura autonomistica sottostante: quanto più questa scarseggia, come in Italia, tanto più il tema è soggetto a mode e al clima politico del momento.

In parte è un fenomeno comprensibile. Negli ultimi anni altre priorità si sono imposte, dal terrorismo alla crisi economico-finanziaria all’immigrazione, fenomeni globali che hanno fatto pensare che l’autonomia fosse un ostacolo sulla via del controllo di queste emergenze, perché la presenza di più livelli decisionali è spesso vista come qualcosa che complica e rallenta. Una percezione superficiale, ma che proprio per questo attecchisce facilmente in contesti scarsamente permeati di cultura dell’autonomia. Se poi si aggiungono frequenti episodi di malgoverno o alcune situazioni farsesche (per tutte un paio di mutande verdi comprate coi soldi dei contribuenti), la delegittimazione mediatica e culturale del livello regionale diventa inevitabile.

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Senza Ius soli democrazia più povera (editoriale di Luigi Manconi)

La decisione della conferenza dei capigruppo del senato di non calendarizzare la legge di riforma della cittadinanza (giornalisticamente ed erroneamente definita jus soli) è triste e negativa. Triste perché prende atto della realtà – la mancanza dei ‘numeri’ in aula – che è una realtà triste. Negativa perché la mancata approvazione del provvedimento produrrà proprio gli effetti temuti dai detrattori. Molto di quanto avrei voluto dire è stato ben scritto in questo articolo da Luigi Manconi.

 

Editoriale di Luigi Manconi, il Manifesto, 13 settembre 2017 – https://ilmanifesto.it/senza-ius-soli-democrazia-piu-povera/

Lo specchio della Convenzione

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 19 giugno 2017)

Come tutte le novità, anche la Convenzione per la riforma dello statuto di autonomia ha dei difetti. Che certamente andranno corretti in vista del miglioramento dei processi decisionali, che inevitabilmente vanno nella direzione di maggiore partecipazione. Ma attenzione a non sbagliare la diagnosi, altrimenti la terapia diventa inefficace, o addirittura dannosa.

Il primo problema è che la Convenzione ha funzionato troppo bene. Può apparire un paradosso, ma non è così. Doveva essere lo specchio della società, e lo è stato. Lo ha magistralmente ricordato il direttore Faustini nel suo editoriale di ieri. Lo specchio mostra una maggioranza politica che mette in moto un processo senza crederci, e quindi snobbandolo. A differenza del Trentino, dove la legge sulla Consulta non ha avuto alcun voto contrario, la legge istitutiva della Convenzione è stata approvata dalla sola maggioranza di governo, mettendo politicamente tutti gli altri (compresi alcuni della stessa maggioranza, critici coi loro stessi partiti) nelle condizioni di poter solo criticare. Lo specchio ci mostra poi una maggioranza silenziosa della popolazione che ha poca voglia di impegnarsi, tanto meno nei sacri weekend. E una minoranza motivata ad occupare gli spazi, sfruttando ogni occasione. Sul piano etnico è emersa una profonda differenza culturale tra i gruppi linguistici, con gli italiani apatici, meno propensi a fare squadra, e con alcune ottime individualità in termini di proposta e di impegno personale. Ma appunto personale, e non certo per colpa loro. La Convenzione non doveva essere una costituente, ma una fotografia delle proposte nella società, prima di affidarle alla metabolizzazione politica. E questo è stata. Questo è il livello del dibattito, ci piaccia o meno. Nel dibattito c’è sia chi vuole l’Alto Adige diviso sia chi vuole quello condiviso. E il metodo di lavoro ha consentito di rappresentare entrambe le posizioni, nonostante questi gruppi abbiano partecipato in modo asimmetrico. Il problema allora è lo specchio o l’immagine che ci si riflette?

Il secondo difetto è l’istituzione con almeno dieci anni di ritardo. Se si fosse lavorato nel clima più ‘federalista’ seguito alla riforma costituzionale del 2001, al più tardi in questa legislatura (nella quale, non si dimentichi, si è ottenuto a Roma tutto ciò che si era concordato) la riforma si sarebbe portata a casa. Oggi, anche dopo la bocciatura del referendum costituzionale, il tema appassiona di meno, ed è un peccato, perché i problemi di gestione dell’autonomia sono dietro l’angolo. Qualora nella prossima legislatura le condizioni politiche fossero altrettanto favorevoli come in questa, cosa si andrebbe a chiedere al governo? Dovremmo constatare che non sappiamo cosa chiedere, a parte qualche norma di attuazione? Ma il ritardo ha una ricaduta anche sul piano socio-politico. Negli ultimi anni la destra autodefinitasi ‘patriottica’ ha abilmente perseguito una efficace strategia di occupazione degli spazi pubblici e mediatici. Approfittando dell’inerzia altrui ha saputo conquistarsi un peso mediatico assai maggiore del suo peso politico. Ha fatto con la Convenzione ciò che fa coi social network. Strategia legittima, e favorita da tendenze mondiali, e che andrebbe contrastata attrezzandosi, non piangendo. Non invocando cose impossibili e concettualmente sbagliate (come la composizione paritetica tra gruppi nella Convenzione – o forse dimentichiamo com’è composta la popolazione di questa provincia?) ma impegnandosi per portare avanti le proposte per l’Alto Adige condiviso come hanno legittimamente fatto i fautori dell’Alto Adige diviso.

Il documento finale deve ancora essere elaborato. Finora è stata prodotta una bozza, che in quanto tale è una base di discussione, e può essere modificata. Se non piacciono i contenuti la colpa non è del contenitore. Certo un documento che dovesse omettere il riferimento alla cornice costituzionale potrà servire da manifesto politico per alcuni, ma varrà giuridicamente nulla. Se, come pare, si certificherà che su diversi argomenti dirimenti (regione, scuola, cultura) ma in sostanza solo su uno (l’idea di un Alto Adige diviso o condiviso) ci sono due opinioni diverse, sarà un motivo per lasciare il campo e portarsi via la palla? O piuttosto per impegnarsi per le proprie idee?

Chi critica gli algoritmi guarda il dito e non la luna. I difetti non stanno nella Convenzione ma nella società. Giudicarla un fallimento può essere una comoda scusa per illudersi di vedere una società diversa da quella in cui siamo. Non vedendo così nemmeno le vere opportunità che ancora ci sono. Attenzione a non rompere gli specchi solo perché non ci mostrano l’immagine che vorremmo. Anche perché, dicono i superstizioni, rompere gli specchi porta male.

Präsizierung

Nach vier Jahren im Senat muss ich feststellen, dass ich den Umgang mit den Medien noch nicht gelernt habe. Und dafür übernehme ich auch die Verantwortung. Gestern (29. Mai 2017) habe ich im Tageszeitung-Interview mehrfach betont, dass ich den Konvent nicht als gescheitertes Experiment empfinde, ganz im Gegenteil. Die Titelgeschichte (30. Mai 2017) lautete dann allerdings „Dieser Konvent ist gescheitert“. Darüber war ich verwundert, auch wenn im Interview meine nuancierten Gedanken schon besser wiedergegeben wurden.

In letzter Zeit stellen viele Medienberichte den Autonomiekonvent als gescheitert dar. Dabei wird oft nicht differenziert. Ich möchte unterstreichen, dass die angewandte Methodik gut funktioniert hat. Der Konvent hat uns einen Spiegel der Südtiroler Gesellschaft vorgehalten und dabei auch deren Grenzen aufgezeigt: mangelnder Rückhalt und Mut seitens der Regierungsparteien, ein Übergewicht der „patriotischen“ Themen, wenig Lust – vor allem bei der italienischsprachigen Bevölkerung – sich einzubringen und vor allem ein fehlendes Bewusstsein dafür, dass ein veraltetes Autonomiestatut in Zukunft negative Auswirkungen auf Südtirol haben könnte.

Scheinbar ist es für viele Teilnehmer und Beobachter leichter, den Autonomiekonvent als Sündenbock darzustellen, anstatt dass wir uns als Gesellschaft schmerzhafte Fragen stellen.

Aber ja, komplexe Themen sind in der Politik wenig beliebt, da nicht so leicht vermittelbar. Da bleibt auch die Unterscheidung zwischen Methode und Inhalt auf der Strecke. Als ich sagte, dass meiner Meinung nach im Autonomiekonvent symbolische Themen wie Kruzifix, Präambel und Sezession zu viel Aufmerksamkeit bekommen haben und die echten Prioritäten wie Kompetenzverteilung und institutionelle Organisation unterschätzt wurden, heißt es bei weitem nicht, dass der Autonomiekonvent als Ideenschmiede versagt hat. Ganz im Gegenteil. Wir sollten die Ergebnisse des Konvents abwarten. Es gibt sicher auch bei vielen Themen einen Konsens. Nicht bei allen, aber in einer so heterogenen Gesellschaft wie Südtirol war das vorhersehbar und ist auch richtig so. Ich wünsche uns die Weitsicht, diese ohne Polemik anzuerkennen und zu bewerten. Weil wir sollten uns als Südtiroler Gesellschaft die Frage stellen, ob wir es uns leisten können, das Autonomiestatut nicht zu modernisieren. Darin liegt nämlich mein Bedenken für die Zukunft.

Francesco Palermo

Viaggio in Italia: L’Alto Adige

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3926) il 24 maggio 2017)

L’Alto Adige? Balconi fioriti, panorami mozzafiato, ordine, pulizia, sicurezza, elevato tenore di vita, buona amministrazione. «Certo, con tanti soldi sono bravi tutti». «E poi sono tedeschi, quindi efficienti e onesti».

Vista dall’Italia la Provincia autonoma di Bolzano appare più o meno come il mondo di Heidi. Tanti stereotipi, per lo più positivi, conditi da una discreta dose di invidia. Proprio la diffusa disinformazione nel resto del Paese rispetto alle questioni e alle dinamiche locali ha consentito alla politica altoatesina di edificare un’autonomia quasi totale. Costruita sulla negoziazione bilaterale con il governo di turno, poco preparato e poco interessato, condotta da una classe dirigente quasi immutabile e sempre determinata nel perseguire l’obiettivo del rafforzamento dell’autogoverno.

L’attuale presidente provinciale Kompatscher, in carica da quattro anni, è solo il quinto presidente dal 1948, naturalmente tutti espressione del partito popolare sudtirolese (Svp), il partito della minoranza di lingua tedesca (e ladina). A Roma, i pochi voti dei parlamentari Svp sono stati quasi sempre decisivi per le varie maggioranze, ma mai un rappresentante Svp ha assunto cariche di governo o di sottogoverno sul piano nazionale: la merce di scambio sono sempre e solo nuove competenze per la Provincia, con l’obiettivo della Vollautonomie, l’autonomia totale, l’edificazione graduale di un’indipendenza fattuale senza scomodare l’autodeterminazione esterna.

L’autonomia negoziata passo per passo è stata teorizzata dal padre della patria sudtirolese, Silvius Magnago, che la descriveva come un cammino nel quale raccogliere tutti i fiori lungo il percorso. Nuove competenze sono state conseguite attraverso l’abbondante ricorso alle norme di attuazione dello statuto di autonomia, l’arma più potente a disposizione delle regioni a statuto speciale ma che solo l’Alto Adige (e il Trentino a traino) ha saputo utilizzare con abbondanza e intelligenza: 178 quelle approvate, a fronte delle 27 per la Sardegna, meno ancora per la Sicilia. Molte di tali norme sono di fatto andate oltre le previsioni stesse dello statuto: competenza su insegnanti, energia, strade, caccia, personale della giustizia. Toccando anche aspetti simbolici e non solo: la nomina politica dei magistrati del tribunale amministrativo, il Parco dello Stelvio (creazione «fascista» e ora provincializzato dopo decenni di tentativi), a breve forse la toponomastica non più sempre bilingue.

L’Alto Adige ha saputo sfruttare l’autonomia come nessun altro territorio in Italia, e con pochi eguali al mondo. Nel giro di pochi anni è riuscito a passare da zona povera e depressa ad una delle regioni più ricche d’Europa. Una dinamica che fa da sfondo all’ottimo romanzo di Francesca Melandri Eva dorme. Il bilancio provinciale è stato in crescita costante dal 1948 al 2010, raddoppiando tra il 1995 e il 2005, gli anni dell’abbondanza maggiore. Dopo una contrazione dovuta alla crisi economica e a tagli unilaterali imposti dal governo centrale, cui si è posto rimedio con un nuovo regime di relazioni finanziarie nel 2014, dal 2015 il bilancio ha ripreso a salire, recuperando rispetto al periodo pre-crisi. Quello del 2017 è di 5,636 miliardi, oltre 200 milioni in più del massimo raggiunto nel 2009. Dopo essere stato a lungo un percettore netto, da qualche anno l’Alto Adige contribuisce alla perequazione finanziaria nazionale, versando più di quanto riceve.

Già, ma altrove non lo sanno, e faticano a crederci. Dopo decenni in cui la disinformazione sull’Alto Adige giocava a favore, oggi rischia di ritorcersi contro. Recentemente la giunta provinciale ha assunto un esperto di marketing per dirigere l’agenzia di stampa provinciale col compito esplicito di migliorare l’informazione sull’Alto Adige in Italia. Già, «in Italia», perché il paradigma implicito radicatosi nella narrazione collettiva dell’Alto Adige, anche tra gli italiani, è di essere diverso dal resto d’Italia.

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Così si creano le democrature

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 23 aprile 2017)

Il referendum turco ha messo un ulteriore mattone per l’edificazione delle democrature. Cioè vie di mezzo tra democrazie e dittature, che sempre più caratterizzano il XXI secolo. È solo l’ultimo tassello di un inquietante mosaico che si va lentamente componendo. Il passaggio immediatamente precedente è forse ancora più interessante, ma è passato sotto silenzio soprattutto in Italia. Si tratta delle recenti elezioni presidenziali in Serbia, vinte al primo turno da Alexandar Vucic con il 55% dei voti. Quelle elezioni dicono molto rispetto ad alcuni fenomeni emblematici dell’attuale momento politico in Europa e non solo.

Primo: la ricerca dell’uomo forte. Vucic era primo ministro e passa direttamente al ruolo di presidente. Era dai tempi di Milošević che il presidente non veniva eletto al primo turno, con la maggioranza assoluta. Non può non scorgersi qualche analogia con le tendenze all’accentramento del potere cui si assiste in modo prepotente “a est di Vienna” da qualche tempo: Russia, repubbliche caucasiche, Turchia, Macedonia, Ungheria, Croazia e altri. Al pari di quanto avviene in molti di questi Paesi, il leader è un politico di lungo corso (già ministro con Milošević), che ha saputo attraversare diverse stagioni politiche e trovarsi al posto giusto nel momento in cui le condizioni erano favorevoli per presentarsi come risposta ai tre principali bersagli dell’autocrazia in tutto il mondo: l’instabilità politica, l’incompetenza delle classi dirigenti e la convinzione che il Paese sia vittima dei “poteri forti” internazionali. Una risposta che passa attraverso la verticalizzazione del potere nelle mani di una persona e più sottilmente attraverso le sue strutture di fiducia rappresentate dal suo partito, ridotto a un circolo di fedelissimi che controlla i gangli del potere. Accade ormai in numerosi Paesi della parte orientale d’Europa e le avvisaglie che possa accadere anche più a ovest ci sono tutte.

Secondo: disaffezione e disinteresse popolare. L’affluenza si è fermata al 54,5%, il che significa che la tendenza al rafforzamento del potere del leader va di pari passo con la scarsa motivazione dell’elettorato. L’investitura di un leader forte (e in molti casi potenzialmente autoritario) avviene democraticamente con il consenso di una minoranza. Se, come in questo caso, vota la metà degli elettori e la metà di quelli che si recano alla urne vota per un candidato, questo ne esce elettoralmente molto forte ma numericamente è sostenuto da un quarto della popolazione.

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Intervista sulle condizioni carcerarie italiane e sulla V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento

Intervista a Francesco Palermo sulle condizioni carcerarie italiane e sulla “V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento” (14 aprile 2017)

http://www.radioradicale.it/scheda/506109/intervista-a-francesco-palermo-sulle-condizioni-carcerarie-italiane-e-sulla-v-marcia