Il lavoro dei “saggi”. Un impulso alle riforme costituzionali?

fp 3-13I gruppi di lavoro incaricati dal Presidente della Repubblica di presentare proposte di soluzioni condivise per le riforme istituzionali e quelle economiche hanno concluso il proprio incarico. Per quanto riguarda in particolare l’assetto istituzionale, il documento, di 29 pagine, propone diversi interventi, da attuare con leggi di revisione costituzionale e con leggi ordinarie, oltre che con modifiche ai regolamenti parlamentari.
Le proposte dei cd. “saggi” riguardano l’intera seconda parte della Costituzione, soffermandosi in particolare sulla forma di governo (compresa la legge elettorale), sull’ordinamento giudiziario e sui rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali.
Alcune proposte appaiono ampiamente condivisibili e riflettono il dibattito politico e dottrinario degli ultimi anni, specie con riferimento al rafforzamento del ruolo dell’esecutivo, al superamento del bicameralismo perfetto con la trasformazione del Senato in una “Camera delle Regioni”, alla riduzione del numero dei parlamentari e alla riscrittura del riparto delle competenze tra Stato e Regioni. Altri punti, specie in tema di ordinamento giudiziario, sono più controversi, ed altri ancora, come ad es. in relazione alla legge elettorale, molto generici per lasciare spazio alla dialettica politica.
Difficile prevedere l’utilizzo che sarà concretamente fatto di questo documento, che non ha alcun valore vincolante. Tuttavia occorre segnalare almeno due aspetti.


Il primo riguarda la trasformazione del Senato in Camera delle Regioni, sottraendole il rapporto di fiducia col Governo e limitandone la partecipazione all’approvazione delle leggi solo ad alcune leggi tassativamente elencate (tra cui revisioni costituzionali, ordinamento degli enti locali, materie di interesse regionale). Se questi aspetti appaiono pienamente condivisibili, meno lo è la composizione che si propone per questa seconda camera. La scelta appare compromissoria, e suggerisce di riunire in questa camera non solo i presidenti delle regioni (sul modello tedesco) ma anche dei rappresentanti eletti nelle singole regioni, così rischiando di annacquare la natura del futuro Senato, che sarebbe un ibrido tra un organo di incardinamento degli esecutivi regionali a livello centrale e un organo politico elettivo. Della funzionalità di un organo siffatto è lecito dubitare, perché sarebbe “né carne né pesce”. Meglio sarebbe stata la scelta decisa per un modello, possibilmente quello Tedesco, che riuninsce nel Bundesrat i soli governi regionali.
Per quanto attiene ai rapporti tra Stato e Regioni, il gruppo di lavoro opportunamente suggerisce di rivedere il fallimentare sistema di riparto delle competenze tra Stato e Regioni, ma lo fa in un’ottica complessivamente “centralista”. Pur invocando la necessità di valorizzare le Regioni (in particolare quelle a statuto speciale), si propone di attribuire in via esclusiva allo Stato molte delle competenze attualmente concorrenti, introducendo inoltre una clausola di supremazia statale che consentirebbe allo Stato di avocare a sè quasi ogni funzione regionale. Alle regioni speciali si dedicano solo due rapidi passaggi, estremamente generici. Unito al fatto che nelle proposte relative alla legge elettorale non si menzionano le peculiari esigenze di rappresentanza delle autonomie speciali, questa proposta appare nel complesso di stampo non solo razionalizzatore (come sarebbe opportuno) ma anche centralizzatore, e questo potrebbe rappresentare un passo indietro e un grave errore.
Se le proposte saranno portate in Parlamento, occorrerà vigilare affinché se ne possano prendere le parti migliori e siano abbandonate quelle potenzialmente pericolose per il sistema delle autonomie e il complessivo funzionamento dello Stato.

La relazione

3 thoughts on “Il lavoro dei “saggi”. Un impulso alle riforme costituzionali?

  1. Gentile Senatore Palermo,
    sono curioso di sapere perché lei ritenga più adatto ad una camera alta federale italiana il modello tedesco rispetto a quello svizzero o statunitense.
    A parte la facile battuta che così almeno una delle camere sarebbe gradita ai grillini perché i membri avrebbero il vincolo di mandato, le altre caratteristiche mi paiono, da profano, meno adatte al nostro litigioso sistema politico.
    Mi pare che in Germania si sia tentata di recente (beh, 10 anni fa) una riforma, anche del riparto delle competenze tra stati e federazione, che però non ha portato risultati. E questo anche perché, se capisco bene, al Bundesrat, particolarmente quando la maggioranza non è la stessa del Bundestag, piace il suo ruolo di interdizione sulle politiche governative sul vasto ventaglio di competenze concorrenti.
    Temo che per noi sarebbe ricetta per un continuo contenzioso.
    Certo anche il bicameralismo perfetto Svizzero potrebbe avere questi problemi, ma il numero limitato di componenti, la parità tra le regioni e il suffragio diretto potrebbero essere elementi mitiganti. E potrebbero eventualmente essere ulteriormente mitigati da una riduzione delle competenze a costituzione, trattati internazionali e competenze concorrenti come in Germania.
    Certo che ne Svizzera ne USA hanno un modello parlamentare, ma la divisione tra esecutivo e legislativo è ferrea.
    Personalmente però trovo sia un modello assolutamente da seguire, evitando di andare verso il modello francese tanto caro al PD.
    Relativamente agli USA più che il sistema delle competenze di Senato e Camera, mi piace ricordare come il passaggio della nomina dei senatori dal Governatore ai cittadini sia avvenuto grazie alla spinta del Progressive Movement di fine ‘800, che ha anche introdotto in molti stati la Democrazia Diretta a me cara.
    E visto quanto successo con il residuale potere del governatore di nominare un sostituto per completare il mandato di un senatore che abbia lasciato il seggio prima del termine, trovo sia assolutamente indispensabile che anche qui si applichi il mandato su voto popolare.

    • Grazie di questo commento,su un tema che mi appassiona molto. In sintesi,il sistema tedesco è monocamerale,e il Bundesrat non è la camera delle regioni come spesso si dice,ma un organo federale di incardinamento dei Laender nel processo decisionale federale,che partecipa al procedimento legislativo in alcune materie. Per questo vige il mandato imperativo,che sarebbe incompatibile con un organo parlamentare. I componenti sono ambasciatori del rispettivo governo regionale,non parlamentari. Il punto è proprio questo. O si ha una camera,e allora è un organo politico,o un organo di rappresentanza dei territori. Ma un secondo organo politico rispetto alla camera bassa serve a poco,perché diventa appunto -ovunque- una seconda camera dove i componenti si aggregano per affinità politica e non territoriale. Nei sistemi federali nati per aggregazione di stati prima sovrani una seconda camera elettiva ha senso,in un sistema che si decentrato ne ha meno. Vero che il Bundesrat opera spesso in chiave politica,ma lo fanno i governi regionali coi loro pacchetti di voti,non i singoli componenti. In italia una seconda camera elettiva,anche se su base realmente regionale,non servirebbe allo scopo. Con i migliori saluti Francesco Palermo 

      • Grazie della risposta.
        Se posso semplificare molto, e mi perdonerà per questo, la sua proposta per la modifica dell’assetto istituzionale nazionale è di abolire il Senato, elevare a rango di organo costituzionale la conferenza stato-regioni, rendendolo un organo deliberativo per le materie per le quali oggi esprime parere consultivo. E magari pesare i voti delle regioni in funzione della loro dimensione, secondo il sistema tedesco o una qualche sua forma.
        Ne risulterebbe sicuramente un meccanismo tecnicamente più funzionale di quello attuale. E probabilmente si ridurrebbe di molto il contenzioso presso la corte costituzionale tra lo stato e le regioni sulle competenze concorrenti. Contenzioso verrebbe spostato appunto sul nuovo organo ex-ante, anziché ex-post. E sarebbe un miglioramento non da poco.
        Non vedo invece in questa soluzione un superamento degli statuti speciali, in quanto le regioni a statuto speciale (giustamente) non rinuncerebbero alle attuali previsioni speciali degli statuti, e pretenderebbero di continuare ad avere un trattamento differenziato rispetto alle altre regioni.
        Lo vede per esempio un voto sulle infrastrutture strategiche sovraregionali che deliberi, a maggioranza, sulla costruzione che so, della Val D’Astico o dell’Alemagna?
        Magari sarebbe desiderabile in via generale, ma mi pare evidente che le regioni piccole, noi in particolare, non la prenderebbero bene.
        Certo nella revisione della seconda parte della costituzione si rivedrebbe l’impianto delle competenze dell’art. 117, ma basterebbe?
        Ma a parte queste considerazioni, il cuore del problema è quello che lei illustra con questa frase: “Nei sistemi federali nati per aggregazione di stati prima sovrani una seconda camera elettiva ha senso,in un sistema che si decentrato ne ha meno.” (presumo “che si decentra”).
        Lei vede il processo di riassetto istituzionale come una devoluzione fatta bene.
        Personalmente invece vedo l’Italia attuale come la naturale evoluzione di un errore originale commesso nel 1861, quando persero politicamente coloro che indicavano come soluzione per il regno una soluzione federale. Purtroppo prevalse la concezione centralista francese, che però non ha saputo armonizzare le differenze esistenti, e ancora oggi ne stiamo pagando le conseguenze. Che ne verrebbero appena attenuate da una devoluzione soft, per quanto comprenda che sarebbe già un passo avanti rispetto al centralismo di ritorno manifestato da larga parte della (vecchia e superata?) classe politica attuale, e che il governo Monti ha tradotto in molti atti concreti, ricordo per tutti tesoreria centralizzata e riserva all’erario di tributi locali (si, ho particolare attenzione per le questioni finanziarie 🙂 ).
        Per altro “bilanciate” dal ritorno a tendenze “secessioniste” di parte del nord, penso per esempio alla deliberazione del consiglio regionale veneto sull’indipendenza.
        La soluzione che vedo è appunto prendere atto dell’errore e rifondare l’Italia su basi autenticamente federali, tenendo conto che permangono sostanzialmente le divisioni degli stati pre-unitari.
        E, come ho già avuto modo di dirle in altra sezione, mi piacerebbe che l’esempio potesse concretamente partire da noi, che di questo stato siamo parte da meno di 100 anni, attraverso la necessaria revisione dello statuto di autonomia.
        In questo contesto un “Cussegl dals Stadis” alla svizzera potrebbe avere anche un senso.
        Mi accorgo di essermi dilungato eccessivamente.
        La ringrazio per l’attenzione.
        Cordiali Saluti

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