Razzismo grossolano e razzismo strisciante

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 19 luglio 2013 col titolo “Ma c’è anche il razzismo strisciante”)

Dei volgari insulti razzisti rivolti dal vicepresidente del Senato alla ministra per l’integrazione non meriterebbe occuparsi ancora. Anche per non fare ulteriore pubblicità a un episodio vergognoso. Ma c’è un aspetto se possibile ancor più grave del razzismo grossolano da osteria, perché più subdolo, pericoloso e diffuso: il razzismo implicito.

Un aspetto esemplificato da due frasi. La prima pronunciata dallo stesso autore dell’elegante paragone tra la ministra e un orango: “non ho nulla contro di lei, e penso che sarebbe un ottimo ministro, ma nel suo paese”. La seconda pubblicata su facebook da un consigliere circoscrizionale di Trento, che dopo un commento altrettanto elegante (“se ne torni nella giungla dalla quale è venuta”) ha specificato che “se a uno della Val di Fiemme si dice ‘torna su per i to boschi’ non c’è offesa”.

Se sono (ancora) in tanti – per fortuna – a scandalizzarsi per il razzismo volgare e diretto, sono molti quelli che cadono nella trappola di quello strisciante, talvolta persino involontario. Quello che assume una gerarchia implicita tra esseri umani e zone di provenienza, basata su presunte caratteristiche collettive, normalmente collegate allo sviluppo economico di tali aree e dei loro abitanti. E presume il collegamento in base a criteri arbitrariamente assunti, come il colore della pelle, il nome, caratteristiche somatiche. Della ministra non conta la cittadinanza (ovviamente italiana) ma l’origine e il colore della pelle, per cui arbitrariamente si decide che è comunque congolese. Fosse stata svedese ovviamente il paradigma implicito avrebbe operato in modo opposto. Analogamente, si finge di ignorare (peggio ancora se la si ignora davvero) la gerarchia implicita che si assume tra la “giungla” africana e “i boschi” della val di Fassa. E si sprecano battute sul fatto che il governo potrebbe cadere “per dei kazaki”, e così via.

La questione è delicata, e si traduce talvolta anche in norme giuridiche. Perché Obama è considerato e si considera nero, pur essendo “biologicamente” tanto bianco quanto nero – e culturalmente molto più influenzato dalla cultura “bianca” che da quella afro-americana? Perché, ancora oggi, l’appartenenza “razziale” negli Stati Uniti (e altrove) assume implicitamente la “purezza” dei bianchi, per cui è nero chi abbia anche solo una “minima parte di sangue nero” e non viceversa. Il protagonista di uno dei più famosi e scandalosi casi giudiziari sulla segregazione in America, Homer Plessy, era un cd. “octoroon”, uno che aveva sette bisnonni bianchi e uno nero, aveva “sembianze” bianche, ma era comunque considerato nero dalla legge della Louisiana.

Le categorie mentali degli esseri umani sono strutturalmente gerarchiche. Per questo combattere il razzismo strisciante è difficile e impopolare. Le gerarchie ci sono in tutti i campi: verso gli animali, verso altri uomini, verso i territori. Gli esempi sono infiniti. Quando, nei primi anni ’90, arrivarono in Italia molti albanesi in fuga dal loro paese, le comunità albanesi storicamente insediate nel meridione insistettero per veder riconosciuto il loro nome storico, per non essere “confusi” con comunità più povere. Ci sono molti (semi-)professionisti della tutela delle minoranze che si occupano molto (e lodevolmente) di certi gruppi (preferibilmente quando molti dei loro appartenenti sono biondi e con gli occhi azzurri – altro stereotipo) e poco o nulla di altri.

La lotta agli stereotipi è una delle missioni più difficili, forse disperate dell’umanità. Ci cascano anche persone colte e attente a questi temi. Lavorando nelle organizzazioni internazionali quante volte mi sono sentito dire “voi italiani”, talvolta divertendomi molto a sentire che “noi italiani” saremmo i discendenti dell’impero romano, al che ribattevo che gli antichi romani erano organizzatissimi e gli italiani moderni non proprio (se esiste una dimensione collettiva).

Il richiamo vale ovunque, anche nella pubblicità (l’acqua è pura se e alta, la tecnologia si vende con l’accento tedesco e gli spaghetti con quello napoletano). Forse eliminare queste categorie mentali è impossibile. Ma almeno occorre rifletterci, per averne più consapevolezza.

 

p.s. nel dibattito politico e giornalistico si sottolinea che il vicepresidente del Senato non si è dimesso, mentre il consigliere circoscrizionale sì. In questo Paese le dimissioni sono un atto purificatore che monda dai peccati. Ma non risolvono il problema delle strutture mentali che ci portiamo dietro. Aggiungo, con amarezza, che il vicepresidente in questione è unanimemente riconosciuto come il migliore a presiedere l’Aula…

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