Il ruolo del Parlamento

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 27 luglio 2013 col titolo “Il Parlamento ingessato dalla politica”)

A quanto trapela sul lavoro della commissione di esperti sulle riforme costituzionali insediata dal Governo, pare che l’unico punto su cui tutti sono d’accordo sia che il Parlamento non funziona. Bella scoperta. Ma perché non funziona?

In primo luogo, perché è diventato troppo grande. Sembra un paradosso, perché il numero dei parlamentari è stato fissato nel 1947, quando l’Italia aveva poco più della metà degli abitanti di oggi. Ma allora tanti parlamentari garantivano il collegamento col territorio in assenza di mezzi di informazione, con una popolazione in gran parte analfabeta.

Oggi ciò che era un collegamento democratico è diventato un appesantimento inutile. Se i quasi mille parlamentari presentano ciascuno una sola proposta di legge (e in realtà se ne presentano molte di più), già questo basterebbe ad occupare il lavoro di un’intera legislatura, considerando che si producono tra le 200 e le 300 leggi all’anno. Ma in pratica, anche per questo, tutta la legislazione viene dal Governo.

Quando va bene, i provvedimenti governativi hanno un minimo di coerenza iniziale. Ma siccome l’unico margine di intervento per i mille parlamentari è la presentazione di emendamenti, spesso se ne producono migliaia. Che poi o sono respinti per partito preso (di solito tocca a quelli presentati dalle opposizioni, che siano validi o meno) o in qualche caso passano e creano frammentazione e asistematicità, peggiorando il provvedimento e rendendone difficile l’interpretazione e l’attuazione.
In secondo luogo, perché il sistema bicamerale – pensato tra l’altro per garantire migliore qualità della legislazione – ormai finisce per castrare l’una o l’altra camera. Capita spesso infatti che un provvedimento già approvato da un ramo del parlamento non possa nei fatti essere emendato per il dovere morale di impedire la navetta tra le camere (ultimo caso, la legge istitutiva della commissione antimafia: approvata dalla Camera, il Senato non se l’è sentita di modificarla). Giusto così, ma allora perde senso l’intera struttura bicamerale.

In terzo luogo, il problema di funzionamento è dato dai regolamenti delle camere. Mancando uno statuto dell’opposizione nella nostra costituzione (una delle tante cose che manca, anche se c’è chi continua a ripetere la litania, giuridicamente irritante, della costituzione più bella del mondo), le uniche garanzie si trovano nei regolamenti. Che consentono tempi eterni di discussione dei provvedimenti, per lasciare doverosamente spazio a tutte le opinioni, anche se poi vince sempre la logica dei numeri. Tutti concordano che i tempi di discussione sono troppo lunghi, ma non si forma mai il consenso per ridurli. Basterebbe una riforma dei regolamenti per rendere inutile la gran parte delle riforme costituzionali di cui si discute, ma per vari motivi non ci si arriva mai.

E così il Parlamento fa un danno a se stesso perché nessuno ascolta quello che si dice e l’aula diventa solo una vetrina, in cui tutti si lamentano di parlare al vento. E ancora, sempre per garantire a tutti il palcoscenico dell’aula, quasi mai i provvedimenti vengono approvati in commissione in sede deliberante, per cui in aula si ripetono, con toni da comizio, le stesse cose già discusse in commissione.
Ma non ci sono solo ragioni tecniche. Un crescente problema è il rapporto distorto tra politica e comunicazione. Quando i grandi gruppi parlamentari si riuniscono per elaborare una posizione comune su un tema, la gran parte dei componenti arriva alla riunione dopo aver già annunciato via twitter come voterà… Ovviamente c’è un concorso di colpa dei media, che spesso si limitano a fare il collage delle posizioni dei singoli rappresentanti, capi e capetti, senza approfondire la sostanza.
I media svolgono anche un lodevole controllo sul lavoro dei parlamentari. Ma spesso, anziché fotografare la situazione, la distorcono. Un esempio: in una classifica di Openpolis mi sono trovato terzo tra tutti i senatori per numero di voti in dissenso dal gruppo di appartenenza. A parte il fatto che mi ha fatto piacere, la cosa non ha senso in un gruppo come quello in cui siedo (il gruppo per le autonomie) che non ha una omogeneità politica e non coincide con un partito. E le classifiche di produttività basate su proposte presentate e presenza in aula rischiano di dimostrare l’opposto di quanto vorrebbero, perché chi presenta molte proposte intasa i lavori e chi è sempre in aula trascura le attività più significative, che si svolgono altrove.
Insomma, il Parlamento non fa un favore al Paese (e nemmeno a se stesso!) se non si riforma. Mentre i saggi si dilettano su riforme che appaiono ovvie, si inizi almeno ad evitare la banalizzazione delle istituzioni e a distinguere tra ciò che è importante e ciò che non lo è.  Anche per capire cosa è riformabile e come, e le ragioni per cui, purtroppo, spesso ciò che è ovvio diventa impossibile da raggiungere.

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