Regione e regole

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 21 gennaio 2014 col titolo “La Regione e le regole d’ingaggio”)

In occasione della formazione della nuova Giunta regionale si è riacceso il dibattito sul ruolo della Regione. Comunque la si pensi, si tratta di un tema non eludibile in vista della prospettata – e quanto mai necessaria – riforma dello statuto di autonomia.

Nel merito si registrano posizioni diverse e piuttosto polarizzate, in gran parte influenzate da complessi storici non ancora metabolizzati. Semplificando: per molti in Alto Adige la Regione è ancora legata al “los von Trient”, mentre in Trentino è vista come la cornice istituzionale di garanzia dell’autonomia, da preservare tanto più in un momento di attacchi alla specialità tanto forti quanto superficiali.

Come per molti altri profili sui quali dovrà incentrarsi la riforma statutaria, anche su questo punto c’è il rischio di un dialogo tra sordi, come sempre accade di fronte a posizioni preconcette. Eppure, su questo come sugli altri temi, basta scavare appena un po’ sotto la superficie dei pregiudizi per trovare un minimo comun denominatore. Che in questo caso è la necessità di una cooperazione forte e strutturale tra le province, in un quadro istituzionale che favorisca il coordinamento senza necessariamente imporre scelte dall’alto. Anche i più critici avversari della Regione concordano sull’utilità (di più: sulla necessità) di una collaborazione forte in ambiti per i quali la dimensione provinciale è insufficiente a creare la massa critica indispensabile per garantire la competitività, come i trasporti, la sanità, la ricerca ed altri settori strategici.

Per contro, anche i più strenui sostenitori della Regione non si sognano di difenderla per quello che è oggi, e non sono certo ostili a una riforma. Il punto di incontro sembra dunque essere un riassetto istituzionale, che riduca il ruolo politico e legislativo della Regione per accrescerne quello di coordinamento, ben al di là delle pochissime competenze attualmente in capo all’ente (previdenza complementare e ordinamento dei comuni, quest’ultimo peraltro già in buona parte di fatto provincializzato). Se si abbassassero i vessilli ideologici per cercare la sintesi si tratterebbe soltanto di trovare la formula tecnica che possa consentire di tradurre in norma questo obiettivo comune.

Il recente scontro sulla composizione della Giunta regionale induce però a riflettere anche su un ulteriore e in prospettiva più complesso profilo, relativo al ruolo delle regole e al livello di dettaglio che queste devono prevedere. La polemica politica spesso si accende sull’occupazione delle caselle, e i limiti imposti dalla legge (quote etniche, quote di genere) e da norme convenzionali (equilibrio tra altoatesini e trentini) hanno aumentato il livello di tensione. L’aspetto interessante sotto il profilo istituzionale riguarda tuttavia la questione della presidenza e vice-presidenza dell’ente. Com’è noto, da ormai un decennio vige la cd. “staffetta” tra i presidenti delle due province autonome, che si alternano (2 anni e mezzo ciascuno) alla presidenza della Regione. Una soluzione inventata da Dellai e Durnwalder per ridurre il profilo politico della Regione aumentandone nel contempo il ruolo di coordinamento informale tra le due province. Non a caso – a conferma di quanto appena detto rispetto alla presenza di un punto di equilibrio – si è trattato di una scelta condivisa pressoché unanimemente nelle due Province.

Tuttavia, la “staffetta” non ha alcuna base istituzionale. Lo statuto non ne parla, e non è stato modificato per disciplinare ciò che resta una prassi. Il governo regionale è insediato come organo terzo e il presidente è eletto dal Consiglio regionale come quando era persona diversa dal presidente di una delle province. A metà legislatura l’alternanza si attua attraverso una crisi di governo pilotata, con le dimissioni del presidente in carica e l’elezione dell’altro. Ora però, per sistemare le diverse caselle, i due nuovi presidenti hanno optato per una soluzione diversa: Rossi sarà presidente per la prima metà della legislatura, ma Kompatscher non sarà il suo vice, sostituito da Martha Stocker che colmerà così la quota rosa. Tra due anni e mezzo si vedrà.

Una soluzione flessibile grazie alla natura totalmente informale e non giuridicizzata della “staffetta”. È un bene o un male? Entrambe le cose. Certo una norma non scritta è più adattabile alle esigenze, ma al pregio del polimorfismo cumula il difetto dell’eccessiva discrezionalità, essendo per sua natura in balia delle condizioni politiche del momento.

Forse più che un punto di sintesi tra le posizioni di merito, in sede di riforma dello statuto sarà difficile trovare un accordo sul livello di dettaglio della disciplina dell’istituto regionale. E le questioni di metodo sono spesso assai più insidiose dei contenuti, ma proprio per questo ancora più importanti.

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