Legge elettorale e compromessi

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 28 gennaio 2014 col titolo “La bilancia della legge elettorale”)

Non esistono leggi elettorali perfette. In quanto strumenti per tradurre i voti in seggi, si tratta comunque di operazioni di semplificazione e approssimazione, che devono bilanciare tra principi astratti come la democraticità e la governabilità. Quale sia il giusto bilanciamento dipende da molti fattori, a partire dal sistema politico sottostante. In un contesto come quello italiano, evidentemente, tale bilanciamento è un’operazione assai diversa rispetto ad altri ordinamenti, che hanno sistemi politici più strutturati.

Il testo nasce da un compromesso tra i due maggiori partiti, in cui ciascuno ha introdotto il proprio cavallo di battaglia: il doppio turno per il PD, le liste bloccate per Forza Italia, con piccole concessioni per i partiti minori disposti a entrare in coalizioni (il riparto nazionale dei seggi e soglie di sbarramento più basse per le liste coalizzate). L’obiettivo dichiarato è garantire la maggioranza in capo ad una coalizione (attraverso il premio o il secondo turno) e ridurre il potere di veto dei partiti più piccoli.

La domanda è se la proposta di nuova legge elettorale che ha appena iniziato il suo iter parlamentare compia il bilanciamento giusto, e se lo compia nel quadro dei paletti posti dalla recente sentenza della Corte costituzionale. Nel complesso sì, ma vanno evidenziati alcuni equivoci che rischiano di portare il dibattito su binari sbagliati.

Primo equivoco: è una legge che schiaccia il pluralismo? In parte sì, come lo sono tutte le formule elettorali non puramente proporzionali e senza soglie di sbarramento. Ossia né più né meno di quanto lo fossero tutte le leggi elettorali (anche per regioni e comuni, tranne la Provincia di Bolzano) in vigore in Italia negli ultimi vent’anni. Ma certamente non è più penalizzante delle ultime leggi elettorali. In tutte le elezioni a partire dal 1994 il numero di partiti che sono stati rappresentati in parlamento è stato abbastanza costante, con oscillazioni minime. Ciò che nessuna legge elettorale può evitare (e nessuna ha evitato) è la formazione in corso di legislatura di gruppi parlamentari diversi da quelli originari e dai partiti presentatisi alle elezioni, prassi dovuta al progressivo sgretolamento e riassestamento del sistema politico.

Il problema insomma non sembra tanto quello della limitazione del pluralismo politico, quanto l’idea di poter cambiare i vizi del sistema politico (tra cui la tendenza alla frammentazione) attraverso la legge elettorale. Questo è il secondo equivoco e continua da vent’anni, da quando il sistema dei partiti è imploso dopo tangentopoli. Ma è un’illusione, perché confonde la causa con l’effetto. E’ come pensare di tutelare la famiglia impedendo il divorzio – guarda caso, altra cosa che si è fatta per lungo tempo.

Di certo comunque la nuova legge elettorale punta decisamente a garantire la governabilità. O meglio, a garantire che un partito o una coalizione abbia una maggioranza parlamentare che consenta la formazione di un governo omogeneo. E non è la stessa cosa. Anche su questo c’è infatti un equivoco di fondo: che la legge elettorale possa garantire da sola la stabilità dei governi. Per quanto una maggioranza omogenea dia più garanzie di stabilità di una eterogenea, anche su questo la legge elettorale non può dare certezze. Basti pensare alla maggioranza schiacciante ottenuta dalla coalizione guidata da Berlusconi alle elezioni del 2008 e alla fine che quella maggioranza ha fatto nel corso della legislatura. In definitiva, come il coraggio per Don Abbondio, anche la moralità politica, se uno non ce l’ha, non se la può dare.

Un ulteriore equivoco intorno alla cd. “governabilità” è che questa si possa ottenere con la sola riforma elettorale. Il testo è sicuramente un passo in questa direzione, ma non potrà mai funzionare del tutto senza una riforma costituzionale che, tra le altre cose, tolga il rapporto di fiducia del governo con entrambe le camere. Siccome nessuna legge elettorale può garantire a priori la stessa maggioranza nelle due camere, o si compie la riforma costituzionale o la legge elettorale resterà monca. Ma il rischio è proprio che le camere si sciolgano dopo l’approvazione della legge elettorale, con il ritorno alla situazione precedente.

Su un ultimo aspetto occorre poi soffermarsi. La vexata quaestio delle preferenze, passate nel giro di vent’anni dal male assoluto (chi ricorda il referendum del 1991 per ridurle e poi per abolirle?) alla panacea per garantire il rapporto democratico tra elettori ed eletti. La solita battaglia a colpi di slogan. Il punto è se il mantenimento delle liste bloccate (per quanto più corte) rispetti o meno la sentenza della Corte che le ha dichiarate incostituzionali. Difficile dirlo in astratto, giacché non sono necessariamente le liste bloccate ad essere illegittime quanto la loro declinazione concreta. Tuttavia il problema si pone. E non si sarebbe posto se la riforma fosse arrivata prima della sentenza della Corte.

Il testo ora in discussione è esattamente lo stesso che era uscito dallo stesso compromesso politico in commissione affari costituzionali al Senato, quattro mesi fa. Ma poi si è bloccato tutto per la vicenda Berlusconi, il congresso PD e altre contingenze, ed è intervenuta la sentenza della Corte. A forza di tergiversare, si è aggiunto un profilo problematico in più e un’ulteriore occasione di avvelenamento del clima.

Non si può pensare che una nuova legge elettorale non crei polemiche. Per questo fare in fretta aiuterà a strappare rapidamente il cerotto. Ma per cercare le risposte giuste occorre porsi le giuste domande.

 

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