Cosa insegnano le Province

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 marzo 2014)

E’ stato necessario arrivare al voto di fiducia in Senato per approvare il provvedimento di riforma delle Province, erroneamente definito come “abolizione” delle stesse. Questo per superare le migliaia di emendamenti che avrebbero affossato il testo. Perché tutte queste resistenze se c’è un generale consenso sulla necessità di ridisegnare l’ente intermedio tra comuni e regioni?

Due sono i principali problemi di questa legge, che ormai è destinata all’approvazione definitiva anche alla Camera.

Il primo è la tempistica. Il tema delle province e del governo di area vasta, con le opportune distinzioni tra aree metropolitane e aree periferiche, si trascina da oltre un secolo, da quando una delle prime leggi dello Stato unitario, nel 1865, aveva disegnato un sistema uniforme del governo locale, a prescindere dalle dimensioni e dalla peculiarità delle varie situazioni. Nonostante molti tentativi di riforma e diverse modifiche legislative, non si è finora mai riusciti ad affrontare sistematicamente il problema. L’intento della legge è pertanto lodevole. Il guaio è che ci si è arrivati sotto la pressione della fretta, con lo scopo primario di evitare che le province, molte delle quali commissariate, tornassero a eleggere i propri rappresentanti. Questo obiettivo era già stato stabilito dal decreto Monti del 2012, dichiarato illegittimo perché in tutta evidenza non si può intervenire su questioni di questo genere con un decreto legge. Pertanto si avvicinava il termine oltre il quale si sarebbe messa in moto la macchina elettorale. Così, come sempre, la politica ha lavorato in emergenza, sotto pressioni mediatiche quando non demagogiche. Perché la fretta è cattiva consigliera, e diversi aspetti del provvedimento avrebbero meritato maggiori approfondimenti. Soprattutto, per una riforma organica non può prescindersi da un intervento di natura costituzionale (per il quale non c’era il tempo), e così ci si ritrova con una riforma a metà, che può avere un senso se completata sul piano costituzionale ma rischia di creare effetti gravemente distorsivi se rimane a metà del guado.

Il secondo problema è l’impostazione culturale alla base della legge. Un approccio centralista e burocratico, tipico del legislatore nazionale. Cancellare le province in Umbria o nel Molise è una cosa, in Lombardia o in Calabria tutt’altra. Nel primo caso probabilmente non se ne accorge nessuno e si ottiene una sicura semplificazione, perché è la regione stessa ad avere la dimensione di area vasta. Nel secondo caso, regioni grandi e disomogenee non possono prescindere da un livello intermedio. Certo, questo non sparisce, ma perché dev’essere lo Stato a dettare una disciplina uniforme per tutti? Tanto più che la bozza di riforma del titolo V della costituzione prevede di attribuire alle regioni il potere di disciplinare il proprio governo locale, come già avviene nelle regioni speciali. E infatti il Friuli Venezia Giulia ha appena approvato una legge di revisione statutaria che sopprime le sue province, la Sicilia è tornata a organismi non elettivi come da originario disegno del suo statuto (i liberi consorzi di comuni), la Provincia di Trento da alcuni anni ha creato le Comunità di Valle. Perché mai deve essere lo Stato a imporre a tutti soluzioni uniformi, quando le realtà sono difformi? Perché non devono essere le regioni a decidere come disciplinare le funzioni di area vasta in territori con esigenze molto diverse e con culture autonomistiche assai differenti?

Il punto è che autonomia significa essenzialmente due cose: differenziazione e responsabilità. Non può esserci autonomia se le soluzioni sono uguali per tutti, e al potere di decidere regole differenziate deve corrispondere la responsabilità delle scelte compiute. Non vanno bene le Comunità di valle? La responsabilità è della Provincia di Trento. Non funzioneranno le nuove province non elettive nei territori montani delle regioni ordinarie? La responsabilità dello Stato è talmente diluita da non essere riconoscibile, né sanzionabile sul piano elettorale.

Infine, è pur vero che questa riforma non riguarda la nostra regione. Ma questa non può essere una ragione per non interessarsi della cosa. Perché se non si vedono le tendenze generali è anche difficile occuparsi dei casi specifici.

 

 

One thought on “Cosa insegnano le Province

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