Intervista: “L’autonomia? Bisogna meritarsela”

“L’autonomia? Bisogna meritarsela”

(intervista a Francesco Palermo a cura di Valentina Viviani pubblicata il 02/05/2014 su www.ilfriuli.it/articolo/Politica/%E2%80%9CL%E2%80%99autonomia-question-_Bisogna_meritarsela%E2%80%9D/3/131641)

Francesco Palermo, senatore altoatesino ed esperto di minoranze nazionali, spiega le riforme che si preparano per Regioni ed enti locali e illustra la via per conservare la nostra specialità.

Il nostro Paese sta cambiando sotto la spinta di riforme, istanze e necessità che sorgono da più parti. In questo cantiere aperto che èoggi il Parlamento italiano, il Friuli Venezia Giulia guarda con preoccupazione alla possibile perdita dell’autonomia. Ne parliamo con Francesco Palermo, senatore indipendente dell’attuale legislatura, eletto nel collegio uninominale di Bolzano, docente di Diritto pubblico comparato dell’Università di Verona e direttore dell’Istituto per lo studio del federalismo e del regionalismo dell’Accademia europea (Eurac) di Bolzano, oltre a essere membro del Comitato consultivo per la protezione delle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa e del Gruppo di esperti indipendenti del Congresso dello stesso Consiglio. Grande esperto del diritto delle minoranze, sarà ospite a Vicino/Lontano il prossimo 11 maggio, per parlare di Europa dei popoli e delle minoranze.

In Parlamento state lavorando sulla Riforma del Titolo V della Costituzione, che riguarda il nuovo ordinamento di Regioni ed enti locali. A che punto siete?
“Stiamo lavorando in commissione. Considerando che devono ancora essere presentati e discussi gli emendamenti, prima in commissione e poi in aula, direi che la data promessa da Renzi – il 25 maggio per la prima approvazione – non è realistica”.

Qual è il nodo più difficile da sciogliere?
“Bisogna tener conto del fatto che si cambiano composizione e ruolo del Senato, che diventa ‘assemblea delle autonomie’, con sindaci, rappresentanti delle Regioni ed esponenti della società civile. Il nuovo Senato avrà solo funzioni consultive per cui, di fatto, le Regioni perdono tutto il loro potere legislativo. Questo è il nocciolo della questione, perché le Regioni non ci stanno”.

A rischio le autonomie dunque?
“Sì, soprattutto per le Regioni a statuto ordinario, le cui competenze ritornebbero in gran parte allo Stato”.
E le Regioni a statuto speciale?
“Esiste una clausola di salvaguardia,  che le esenta dalla riforma sino all’adeguamento degli statuti speciali. Qui sta il problema: gli statuti non saranno adeguati in tempi brevi e forse non lo saranno proprio. Nella migliore delle ipotesi, quindi, le Regioni a statuto speciale diventano ancor più autonome, ma contemporaneamente diventa più complesso giustificare la specialità; nella peggiore, le competenze trasversali dello Stato faranno perdere autonomia anche alle  Regioni ‘speciali’”.

Esiste una soluzione?
“Diversificare le regole tenendo conto delle condizioni differenti nei territori. Aumentare poteri a quelle Regioni che dimostrano di riuscire a gestire più competenze e i relativi trasferimenti finanziari. Ma permettere anche alle Regioni che ‘non ce la fanno’ di trasferire le competenze allo Stato”.

È una questione economica?
“Non solo: è necessario valutare come sono gestiti e usati i fondi, non basta contare a quanto ammontano”.

Però sui soldi si basano molte rischieste di maggiore autonomia, come quella del Veneto, che soffre il confronto con il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige.
“Così come sono formulate , queste istanze non hanno senso. Bisognerebbe ribaltare completamente la questione: non chiedere più soldi, ma cercare di ottenere dallo Stato maggiori competenze e gestirle al meglio. A questo punto arriverebbero anche più fondi, ma su un territorio che è già capace di utilizzarli”.

Anche dal Friuli, però, guardiamo con ammirazione all’autonomia dell’Alto Adige e a come viene gestita. Dove sta la differenza?
“Nella cultura autonomista. I nostri politici, a Roma, sono prima di tutto ambasciatori del nostro territorio e portano avanti le istanze che nascono dall’Alto Adige. Anche in Valle d’Aosta e in parte in Trentino è lo stesso. Prima viene il territorio, poi il partito. In Friuli e in Veneto non è così, i politici sono più legati al partito. Questo è un altro motivo per cui il Veneto non si può lamentare se le sue istanze territoriali hanno poco peso a Roma”.

Il Premier Renzi è sensibile alle istanze autonomiste?
“Non mi pare proprio, per formazione culturale e politica. Per questo può diventare importante il ruolo di una numero due come Debora Serracchiani,che si può fare portavoce delle rischieste che nascono a livello locale e delle sensibilità delle autonomie speciali”.

4 thoughts on “Intervista: “L’autonomia? Bisogna meritarsela”

  1. Nel complimentarmi per l’ottimo articolo che condivido in pieno nei contenuti e ringraziandola per la grande ed importantissima opera politica che sta portando avanti a Roma mi permetto di postare il mio piccolo pensiero sulla clausola di salvaguardia che ritengo un “cieco temporeggiare”.
    Già nella revisione del 2001 il ricorso alla clausola di salvaguardia era inteso come provvisorio “sino all’adeguamento dei rispettivi statuti“. Adeguamento che non è mai avvenuto. Nel 2014 adistanza di 13 anni ci troviamo nuovamente a ricorrere alla clausola di salvaguardia per qualcosa che non abbiamo trovato il tempo di fare: il “Terzo Statuto di Autonomia”.
    Questa mancanza -da ritenersi piuttosto pericolosa e di cui come trentini e sudtirolesi dobbiamo assumercene le responsabilità- rischia ogni qualvota che si va a toccare il Titolo V di mettere a rischio ciò che è stato conquistato fino ad ora con grande fatica e responsabilità.
    La revisione dello Statuto quindi NON può più aspettare in quanto la vera clausola di salvaguardia può essere rappresentata SOLO dall’approvazione del terzo Statuto d’autonomia.

    • Verissimo, Nicola Fioretti. Più della clausola di salvaguardia (comunque necessaria in questa fase) preoccupa il fatto che si trasferirà tutto alle norme di attuazione. Il che da un lato è positivo perché conferisce un maggiore dinamismo all’autonomia, dall’altro però di fatto impedisce la revisione dello statuto. Così si ipoteca la storia e ci rimettiamo tutti. Purtroppo la colpa è nostra e solo nostra (altro che continuare a ripeterci come un mantra che siamo bravissimi, i migliori, i più belli e i più simpatici e gli altri tutti brutti sporchi cattivi e incapaci): se non sapremo arrivare in tempo utile con la riforma dello statuto condivisa dal territorio la finestra si chiuderà, la norma base dell’autonomia resterà nel congelatore, al Massimo la si adeguerà con le norme di attuazione e ci sarà un distacco tra la costituzione formale e quella material dell’autonomia. Questo è il momento di accelerare al massimo per la riforma statutaria, ma sembra che in giro la voglia sia poca… spero di sbagliarmi.

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  3. Quella proposta da Francesco Palermo è la strategia giusta: “Diversificare le regole tenendo conto delle condizioni differenti nei territori. Aumentare poteri a quelle Regioni che dimostrano di riuscire a gestire più competenze e i relativi trasferimenti finanziari…”. Si tratta della logica del regionalismo ‘a geometria variabile’, ben ragionata nel lavoro di Mauro Marcantoni e Marco Baldi a titolo “Regioni a geometria variabile” (Donzelli Editore, 2013). All’opposto, le propensioni della politica romana sono in prevalenza per l’accentuazione indifferenziata del centralismo statuale, con la conseguenza in atto che si sta rosicchiando con un continuo stillicidio di interventi – normativi e finanziari – gli spazi di autonomia regionale e, in particolare, delle autonomie speciali. E i politici dei nostri territori – salvo poche ‘voci nel deserto’ – stanno a guardare. In particolare, i politici dei nostri territori sul Terzo Statuto di Autonomia…o non sanno o non ne percepiscono l’estrema urgenza; di fatto non premono: incredibile!

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