Riforme: questioni di merito

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 19 maggio 2014)

Detto in un precedente articolo del metodo delle riforme costituzionali (Alto Adige del 16 maggio), restano da svolgere, per sintetici punti, alcune considerazioni nel merito.

Il testo base, quello su cui si presenteranno gli emendamenti, è quello proposto dal governo. Ed è una novità assoluta e preoccupante, indicativa dell’involuzione del ruolo del Parlamento nell’attuale forma di governo italiana. Tuttavia, pare evidente che il testo del governo sarà ampiamente modificato in sede di esame parlamentare. La partita politica si gioca sulla quantità e profondità delle modifiche che saranno apportate e sulle relative conseguenze sui rapporti tra forze politiche. Ciò premesso, cosa emerge dal testo governativo?

In primo luogo una forte spinta centralista. Con l’obiettivo di ridurre la conflittualità tra stato e regioni si prevede l’eliminazione delle competenze concorrenti e il loro trasferimento praticamente in blocco nella competenza esclusiva dello stato. Il tutto condito da un rafforzamento della clausola di supremazia, per cui lo stato può sostanzialmente attrarre a sé qualsiasi competenza regionale, indipendentemente da ciò che formalmente prevede la costituzione.

È un’impostazione vecchia e inutile. Vecchia, perché dimentica che le competenze sono ormai di fatto tutte concorrenti, implicando l’azione di diversi livelli di governo. Si pensi all’ambiente, all’energia, ai trasporti, al commercio, dove comunque la si giri bisogna coordinare l’azione europea, statale, regionale, comunale. Vecchia è quindi l’impostazione basata sul riparto per materia, quando ormai si ragiona in termini di politiche pubbliche. Inutile perché assume che una legge statale uguale per tutti i territori riesca a introdurre una disciplina omogenea, quando in realtà una legge uguale, calata in contesti tanto diversi, produce effetti molto differenziati. Basti pensare al codice della strada… Inutile anche perché il contenzioso costituzionale, molto cresciuto dopo la riforma del 2001, si è recentemente abbastanza stabilizzato, e in ogni caso non è evitabile, tanto più quanto maggiore è il ricorso al riparto per materie. Ad esempio, oggi il turismo è competenza esclusiva regionale: ma tale competenza è in pratica limitata a pochissime attività. Perché per svolgere una politica turistica occorre intervenire in materia di trasporti, di ambiente, di commercio, di professioni, tutti settori in cui le competenze sono in tutto o in parte statali. Così oggi, in pratica, spesso una legge regionale o è inutile o è illegittima. È evidente, insomma, che la soluzione non può stare nel riparto per materie (a meno di non volerlo dettagliare moltissimo, compito che peraltro dovrebbe coinvolgere anche gli statuti regionali), ma nel coordinamento delle politiche e nella prevenzione dei conflitti.

E qui siamo al secondo punto. Tale coordinamento richiede regole e istituzioni. Nel testo governativo le regole mancano. L’istituzione dovrebbe essere invece il nuovo senato delle autonomie. Che però per eterogeneità di composizione e irrilevanza del ruolo non appare affatto in grado di essere la sede di raccordo tra i livelli. Nel dibattito politico troppa attenzione è dedicata alla composizione del futuro senato, in particolare alla questione della elettività o meno dei senatori. Una questione che si risolverebbe immediatamente stabilendo con chiarezza le funzioni del senato. È chiaro infatti che un organo che deve collegare i territori al processo decisionale centrale non richiede di essere elettivo, mentre un organo con funzioni politiche, una camera in senso proprio, deve essere democraticamente legittimata attraverso le elezioni. Quindi, semplicemente, quanto più il senato è organo di rappresentanza dei territori, tanto meno deve essere elettivo, e quanto più sia una camera con un proprio indirizzo politico, tanto più dovrà essere elettivo. Sperando che non diventi un inutile minestrone: di tutto un po’.

Terza questione è ciò che manca nel testo del governo. Impostato in una logica istituzionalista (riparto per materie, centralizzazione delle competenze), la proposta trascura le nuove forme di democrazia che complementano la rappresentanza politica. Non vi è menzione di strumenti di partecipazione come le consultazioni popolari, i processi deliberativi, il dibattito pubblico per le infrastrutture, ecc.

Infine, la questione delle autonomie speciali. Il disegno di legge governativo fa salve le attuali competenze delle regioni a statuto speciale “fino all’adeguamento dei rispettivi statuti”. Un adeguamento che potrebbe essere pericoloso, se con questo si intende adeguarsi alla centralizzazione introdotta dalla riforma. Il governo si è impegnato a migliorare la clausola di salvaguardia, introducendo il principio pattizio per la riforma degli statuti e costituzionalizzando la possibilità di delegare ulteriori funzioni con norma di attuazione. Una soluzione importante, che potrebbe però congelare ogni processo di riforma nelle autonomie speciali. Che sarebbero sì salvaguardate, ma diventerebbero ancora più speciali, più eccentriche rispetto al resto del Paese, con conseguenti crescenti difficoltà a giustificare, anche davanti alla Corte costituzionale, un trattamento differenziato.

Significa che è meglio non fare la riforma? No, perché un intervento di razionalizzazione è assolutamente necessario. Ma occorre farla bene, e questo testo ha bisogno di molte profonde modifiche. Per fortuna la trattazione inizierà solo dopo le elezioni europee, quando, passato il clima elettorale, sarà possibile (si spera) ragionare nel merito. Chissà perché, in periodo elettorale sembra quasi impossibile farlo.

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