L’Europa in cerca di identità

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 6 giugno 2014)

La nuova legislatura europea dovrà affrontare enormi sfide. La prima e più importante, da cui dipende la soluzione di tutte le altre, è ciò che l’Unione vuole e può essere davvero. Questioni come la politica monetaria, le disparità tra i territori, l’immigrazione, gli allargamenti e la politica di vicinato, ma anche lo sviluppo delle libertà già garantite dai trattati sono state finora gestite in modo sconnesso, speculare alla natura ibrida e incerta dell’Unione.

Che sia venuto il momento di fare maggiore chiarezza rispetto al percorso dell’integrazione e dunque in ultimo sull’identità e la natura giuridica dell’Unione europea sembra evidente. Evidente non più solo agli osservatori esperti ma anche agli elettori, che quasi ovunque hanno polarizzato il loro sostegno tra progetti ‘europeisti’ e progetti ‘euroscettici’, in qualche modo segnalando anche ai decisori politici nazionali ed europei la necessità di più chiare scelte di campo.

Ma cosa significa compiere scelte più chiare e definire la natura dell’Unione? Purtroppo la questione è stata posta in modo errato negli ultimi anni. Almeno a partire dal trattato di Maastricht, ormai 22 anni fa, lo sviluppo dell’integrazione sovranazionale è stato letto come sinonimo di una (più o meno mascherata) statualità europea. Nel discorso politico e mediatico, ma anche in buona parte del dialogo giurisdizionale (si pensi alle ripetute pronunce del Tribunale costituzionale federale tedesco sui limiti all’integrazione) lo sviluppo delle competenze e delle politiche europee è stato sempre visto e percepito come un percorso verso la creazione di uno stato federale europeo, con conseguente limitazione della sovranità degli stati membri.

Si tratta di una percezione sbagliata sotto il profilo giuridico e pericolosa sul piano politico. Giuridicamente, leggere l’integrazione europea come un sinonimo della creazione – magari lenta e tortuosa, ma inevitabile – di una federazione, significa interpretare un fenomeno inedito per le categorie tradizionali con strumenti vecchi e inadatti. Le ultime esperienze di stati federali nati dall’unione di stati precedentemente sovrani si sono interrotte oltre un secolo fa. Da allora nessuno stato federale è sorto per aggregazione di stati sovrani, men che meno di stati sovrani con storie, culture e tradizioni costituzionali tanto forti quanto quelle degli stati europei: la Francia non è il Kentucky, tanto per intendersi. L’Unione europea è un’organizzazione internazionale molto particolare e che a tratti funziona in modo analogo a uno stato, ma non per questo il suo sviluppo porta necessariamente alla creazione di uno stato come quelli che conosciamo oggi. Non siamo insomma di fronte a un’alternativa tra stati nazionali e stato europeo, ma occorre piuttosto lavorare a una più efficace compenetrazione tra un’organizzazione internazionale e gli stati che la compongono.

Politicamente, presentare l’integrazione come un cammino inesorabile verso uno stato europeo suscita apprensioni e facili obiezioni. Perché fa pensare che le strade dell’integrazione sovranazionale e della sovranità nazionale siano in contrapposizione, alternative tra loro, quando la storia dell’integrazione insegna che questa in tanto ha funzionato in quanto abbia saputo fornire alle sovranità statali un piano su cui svilupparsi in modo efficace. Paradossalmente, anche la recente innovazione volta a prevedere una indicazione politico-elettorale per il presidente della Commissione europea, con conseguente presentazione di candidati al ruolo, ha creato l’impressione che si dovesse eleggere un presidente in modo analogo a quanto avviene negli stati: così fornendo un’impressione sbagliata e creando aspettative destinate a non essere realizzate, deludendo pertanto sia gli ‘euro-scettici’ sia gli ‘euro-entusiasti’.

Per dirla con uno slogan, più Europa non significa meno stati. Significa stati diversi da oggi, ed Europa diversa da oggi, ma non esiste un contrasto tra ‘volontà europea’ e ‘volontà statale’. L’Europa è uno strumento creato dagli stati per esercitare compiutamente alcune funzioni che questi, da soli, mai potrebbero efficacemente gestire: politiche economiche, monetarie, almeno parte della politica estera, concorrenza ed altre.

In definitiva, per iniziare a risolvere alcuni nodi cruciali e liberare l’Unione dal peso delle troppe contraddizioni sulla sua natura, occorre prima impostare in modo corretto i termini del dibattito. Anche su questo cruciale aspetto i prossimi cinque anni dovranno recuperare molto del tempo perso negli ultimi cinque.

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