La legge elettorale del Barone di Münchhausen

cropped-leselampe-weit.jpg(pubblicato su http://www.salto.bz/de/article/22012015/la-legge-elettorale-del-barone-di-muenchhausen il 22 gennaio 2015)

C’è un errore concettuale dietro alla legge elettorale – a questa come alle ultime che l’hanno preceduta. Per questo non può funzionare. Indipendentemente dai suoi contenuti.

Nei palazzi romani il tema del giorno – da molti giorni – è la legge elettorale. Questione noiosa e per addetti ai lavori? Dipende da come la si affronta. Purtroppo lo si fa generalmente male, sia nel dibattito politico sia nella sua riproposizione mediatica. Ed è l’approccio, più dei contenuti, a mostrare emblematicamente come il processo politico sia inceppato e non funzioni più.

È da Natale che il Senato è paralizzato per la legge elettorale. Il che sarebbe anche comprensibile data la delicatezza del tema, ma lo è assai meno se si considera che le decisioni non sono prese in Parlamento. Che diventa sempre più un Parlatoio.

Gli interminabili interventi, usati soprattutto come sfogo e come comunicazione destinata all’esterno, e l’alto tasso di inutile retorica sono insopportabili, ma anche fisiologici. La retorica fa parte del processo politico, perché è uno strumento di consenso. Un parlamento non potrà mai avere l’efficienza di un consiglio di amministrazione, e certi rituali sono parte del processo deliberativo. Lo è forse (purtroppo) anche un certo grado di superficialità, perché in una grande assemblea il livello culturale e la capacità analitica sono molto differenziati, e questo è tutto sommato un fattore democratico. L’insofferenza che questo fiume di parole provoca in me è un problema mio, perché non sono abituato e non mi voglio abituare a quel linguaggio (nemmeno sotto tortura dirò Mattarellum, Porcellum, Italicum, Consultellum) né a parlare per il gusto di farlo, anche se non ti ascolta nessuno. E meno ancora a usare il tono da talk show che viene sovente riprodotto nelle aule parlamentari, da soggetti variamente dotati – perché c’è chi ci riesce bene, bisogna ammetterlo, e io non ci riuscirei.

Per questo ho scelto di non intervenire in aula su questo tema. Intervenire per dire cosa? E dirlo come? E a chi? Una relazione accademica sui sistemi elettorali sarebbe fuori luogo, l’illustrazione dei miei desiderata solo una perdita di tempo, una lamentatio sul fatto che mentre in aula si parla altrove si decide su cosa si dovrà votare sarebbe, oltre che deprimente, poco appropriata per chi sta (pur se con molta sofferenza) in maggioranza. A dire il vero in generale ho sempre meno voglia di parlare in aula, perché non so usare quel linguaggio, ma se non lo usi non ti capiscono o comunque parli a vuoto perché non se ne trae facilmente un messaggio politico. Mi chiedo se non sia un atteggiamento un po’ vigliacco. Forse lo è, ma è anche assai più economico per lo svolgimento dei lavori, si viene apprezzati di più: un bel tacer non fu mai scritto…

Se l’insofferenza alla retorica scontata è un problema mio, l’errore concettuale che sta alla base della legge elettorale è invece un problema serio e di tutti. Di questa come (almeno) delle ultime due che l’hanno preceduta. Un errore che non sta nel merito della legge, ma in quella che si può definire sindrome del barone di Münchhausen: da almeno 20 anni si cerca di cambiare il sistema politico attraverso il sistema elettorale. Il che è come voler uscire dalla palude tirandosi per i capelli. Ovviamente il rapporto logico è inverso: il sistema elettorale è la conseguenza del sistema politico e ne traduce in norma sull’attribuzione dei seggi la logica dominante, e il sistema politico è a sua volta conseguenza della cultura politica (dominante) della società.

Ciò che accade invece è che siccome il processo politico non è in grado di decidere più niente, cerca magicamente di attribuirsi questa capacità attraverso la legge elettorale. E chi è pro tempore in posizione dominante cerca di ritagliare una legge adeguata alle sue aspettative contingenti, per cui anche se ci riesce finisce che la legge diventa ben presto obsoleta. È successo clamorosamente alla legge precedente, e sta succedendo a questa ancor prima che sia approvata: le modifiche rispetto alla versione licenziata in marzo dalla Camera riflettono il cambio di prospettive contingenti. Che presto cambieranno ancora.

Nel merito, quella che sta uscendo non è affatto la legge che vorrei, e forse non è quella che vorrebbe nessuno. Ma è un compromesso (e questo di per sé non è affatto sbagliato), basato però su premesse errate. Vi è stato un appassionato dibattito sui capilista bloccati e sulla sottrazione ai cittadini del potere di sceglierli, dimenticando che forme analoghe di cooptazione sono la regola in quasi tutti i sistemi parlamentari. Per contro, vi è un consenso generale, acritico e trasversale, anche tra gli oppositori della legge, sulla necessità che la legge elettorale consenta di conoscere il nome del Presidente del Consiglio la sera delle elezioni. Ma perché questo dovrebbe essere un valore? Le democrazie parlamentari che funzionano sono quelle dove si negozia, si discute anche per mesi, poi si concorda un programma di governo e vi ci si attiene. L’esperienza del finto bipolarismo italiano mostra invece che chi vince non riesce a governare, anche se il risultato elettorale è chiaro. Le preferenze prima erano un male, ora sono un bene. La lista delle assurdità potrebbe continuare.

La sindrome di Münchhausen illude che una legge elettorale possa risolvere problemi dovuti al sistema dei partiti e alla cultura politica. Così da un lato si fa una legge elettorale per rivitalizzare i partiti, dall’altro la debolezza degli stessi partiti li porta a indebolirli ancor più attraverso strumenti apparentemente popolari ma letali per la forma partito come le primarie o l’abolizione del finanziamento pubblico.

Lungi da me l’idea di difendere i partiti. O di denigrarli. Sarebbe come difendere o denigrare il trasporto coi cavalli: con pregi e difetti, fanno parte di una fase storica che si sta inevitabilmente chiudendo, aprendo la strada a diverse forme di aggregazione del consenso e nuove modalità di partecipazione dei cittadini. Forse li si rimpiangerà (per molti versi sì), ma la strada sembra segnata. Il punto è che prima di scrivere una legge elettorale occorrerebbe un’analisi della situazione, per produrre regole più adatte a disciplinarla. In altre parole: la legge elettorale deve valere per un sistema politico fondato sui partiti? E allora va benissimo che una parte della lista sia boccata, e vanno benissimo i premi di maggioranza e le soglie basse. Oppure il sistema politico non ha più i partiti al centro? E allora servono collegi uninominali, forme partecipative di selezione dei candidati, o soglie di sbarramento alte. Non esiste legge elettorale buona o cattiva a priori. Ma non esiste una legge elettorale che sia la causa invece che la conseguenza del sistema politico.

Purtroppo invece la sindrome di Münchhausen ha colpito ancora. E ne esce una legge di mezzo, né carne né pesce, che consente la doppia illusione di poter rivitalizzare i partiti, ma anche di poterli eliminare del tutto. Il circolo vizioso è insomma destinato a continuare. Il processo politico non ha più la forza (più che la capacità dei singoli, che ci sarebbe) di andare oltre lo slogan né di farsi domande anziché essere ossessionata dalle risposte, spesso apparenti e inevitabilmente inefficaci.

Ecco, questo avrei detto in aula. Ma non ho avuto la voglia, forse nemmeno il coraggio, di parlare da solo. E meno ancora di farmi dare del matto dai pochi matti che avessero ascoltato.

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