Il Presidente camaleonte

prima pagina(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 gennaio 2015)

Dopo settimane di discussioni, di trame e di gossip, di fiumi di inchiostro tra “totonomi”, “retroscena” e altri mostri del linguaggio politico-giornalistico italiano, oggi iniziano le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. La seconda elezione presidenziale in due anni, quando di norma per eleggere due presidenti di anni ne servono quattordici, ma in questa legislatura va tutto di corsa.

Se il lettore pensa di trovare in questo articolo indiscrezioni sui nomi o inutili identikit retorici e di maniera come quelli di cui sono sommerse le agenzie di stampa (tipo “arbitro”, “garante”, “alto profilo” e simili – cui si aggiunge da noi l’immancabile “amico delle autonomie”) può smettere subito di leggere. Perché di altro si parlerà.

Primo: com’è stata congegnata la figura del Presidente nel nostro sistema costituzionale? Il costituente ne ha fatto consapevolmente un ibrido, ponendolo a cavallo tra due funzioni: organo di garanzia da un lato, “reggitore dello Stato nei momenti di crisi” (per dirla con Esposito) dall’altro. La costituzione non disciplina in dettaglio il ruolo del Presidente, lasciando che tale ruolo vari, anche di molto, in base agli equilibri della forma di governo e del sistema politico. Come una fisarmonica, i poteri del Presidente si comprimono quando i rapporti tra Parlamento e Governo funzionano bene e le dinamiche politiche sono stabili, e si espandono quando questo non succede. Per esempio la nomina del Presidente del Consiglio è un atto meramente formale in presenza di maggioranze e volontà politiche chiare, mentre diventa discrezionale quando il quadro politico è instabile (si pensi alla nomina di Monti o di Letta, i cui esecutivi sono stati da alcuni definiti “governi del Presidente”). Lo stesso vale per lo scioglimento delle camere, il rinvio delle leggi, la presidenza di organi quali il CSM o il Consiglio supremo di difesa, e tanti altri poteri e prerogative presidenziali.

Per questo l’attuale elezione è molto importante, forse la più importante della storia repubblicana, unitamente all’elezione di Scalfaro nel 1992 sotto la pressione degli attentati mafiosi. Perché la situazione è delicata e la politica è debole.

Secondo: che persona serve per questo ruolo? Siccome il Presidente è per costituzione un camaleonte, a quel ruolo non è mai stato chiamato un personaggio di primissimo piano del panorama politico. Si è invece optato per figure meno partigiane e dunque meno appariscenti, ma dalla profonda conoscenza della macchina istituzionale, comprese le parti non scritte nel “libretto di istruzioni” della costituzione e delle leggi, ma rette dalle prassi. Al di là della sloganistica contrapposizione “tecnico vs politico”, serve qualcuno che il potere lo conosca e lo frequenti, normalmente in posizione un po’ defilata (e può essere benissimo un “tecnico”, un “politico”, un “tecnico-politico” o quello che si vuole). Per questo i presidenti, al momento dell’elezione, sono sempre personaggi poco “divisivi”, come si usa dire oggi. Il che non toglie che lo diventino dopo. E questo dimostra un assunto importante: che non sono l’autorità e l’autorevolezza a fare un Presidente, ma è il ruolo a dare autorità. Questa viene una volta varcata la soglia del Quirinale, e si esercita quando la situazione lo richiede.

Infine: la procedura per l’elezione del Presidente è adeguata alla realtà odierna o è obsoleta? La costituzione anche su questo è volutamente minimalista. Si limita a stabilire una preferenza per un’elezione consensuale tra le forze politiche, in mancanza della quale basta poi (dal quarto scrutinio) una decisione a maggioranza assoluta. Il resto è lasciato ancora una volta al processo politico. Non esiste una procedura per le candidature, analogamente al conclave per l’elezione del papa. Solo che mentre nel conclave si presume l’ispirazione dello Spirito Santo e soprattutto vige il divieto di comunicazione con l’esterno, i grandi elettori sono ormai in gran parte dei grandi twittatori. Inoltre, se si deve eleggere una figura che non entra nell’indirizzo politico ma dirige il traffico tra i soggetti politici, è coerente prevedere una procedura meno trasparente ma più consensuale, come quella vigente. Se invece il Presidente è destinato a diventare un attore che necessariamente sconfina nell’indirizzo politico, allora un sistema di formalizzazione delle candidature diventa più sensato, con la conflittualità che inevitabilmente consegue alla contrapposizione tra un candidato all’altro. La riforma costituzionale in corso di approvazione non affronta il problema, prevedendo solo un gradino intermedio tra i quorum (due terzi, poi tre quindi e solo dopo la maggioranza assoluta) per favorire una maggiore condivisione dell’elezione, e dunque scommette sulla normalizzazione dei rapporti politici e sulla riduzione della conflittualità. Vedremo se andrà così.

Come sempre gli equilibri costituzionali sono estremamente delicati e complessi. Tirando un piccolo filo si sposta tutto l’edificio. E’ fondamentale che ve ne sia contezza, non solo nei grandi elettori ma anche nei cittadini e nei territori da questi rappresentati. Per il risultato aspettiamo invece qualche ora. A differenza di quanto appare, non è poi l’aspetto determinante.

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