Una sigla che rivela un mondo: un appello ai media

foto 2011Mi rendo conto di essere un “politico” di difficile inquadramento, e che i mezzi di informazione necessitano di messaggi semplici e chiari. Semplice non sia però il sinonimo di semplificato, banalizzato, e dunque in ultimo scorretto.

Da ormai due anni, da quando è iniziata la mia esperienza parlamentare, mi capita di essere talvolta indicato nei media come senatore del PD e ogni volta, in modo pedante e noioso in primis per me stesso, devo ribadire che si tratta di una informazione errata. Lo ripeto per l‘ennesima volta, e cerco di spiegare perché è una questione importante.

Nel 2013 sono stato candidato al Senato nel collegio uninominale di Bolzano-Bassa Atesina (dunque non in una lista di partito!) come candidato comune di SVP e PD, e lo sono stato proprio in quanto candidato di compromesso, estraneo a entrambi i partiti, che per lungo tempo avevano cercato di proporre “propri” candidati. In quell’occasione sono stato sostenuto da molti altri partiti, dai Verdi a SEL, dall’UDC a Scelta Civica ed altri, e questo non solo mi onora ma è stato fondamentale per accettare una candidatura non partitica.

Sono stato candidato solo e proprio in quanto non sono mai stato attivo in un partito, e non lo sono nemmeno dopo essere diventato senatore. Questo non perché ci veda nulla di male: anzi, ammiro moltissimo chi si impegna nei partiti politici, specie in un momento come questo, e forse farei bene a farlo anch’io. Me lo chiedo spesso. Se mi avvicinassi a un partito semplificherei la vita a me stesso (e ai media…), e se aderissi al PD forse farei una scelta comoda, visto che al momento quel partito ha successo, e che la stagione dei “tecnici” in politica sembra essere passata di moda. Non lo faccio non solo perché sono consapevole del mio ruolo, coerente con la scelta presa molto tempo fa di impegnarmi nella società e nella politica in senso ampio per ciò che so dare e non per ciò che non so fare, ma anche e soprattutto per rispetto verso le persone e i partiti che mi hanno sostenuto e verso l’idea che stava dietro a quella candidatura. Che è stata avanzata da altri, non da me, ed alla quale mi è stato chiesto di aderire proprio in quanto esterno ai partiti.
Più ancora della semplice etichettatura politico-partitica mi disturba la definizione di “senatore PD”. Non solo perché non sono membro né del partito né del gruppo parlamentare (curiosamente, a Roma sono spesso associato alla SVP, perché sto nello stesso gruppo parlamentare), ma perché questa definizione data per pigrizia è emblematica di un approccio mentale molto preoccupante: “è italiano (e si chiama perfino Palermo!), quindi deve appartenere a un partito “italiano” e non può avere a che fare con la SVP”…
Le gabbie etniche emergono in modo implicito e preoccupante nelle menti delle persone ben più che nelle istituzioni: queste ultime si stanno riformando gradualmente e con fatica, ma se noi tutti continuiamo a ragionare in base a queste categorie come possiamo immaginare che evolvano le istituzioni? La nostra società mostra di essere prigioniera di categorie mentali che faticano ad accettare la non affiliazione partitica, o etnica, specie in un territorio in cui queste categorie purtroppo coincidono. Un rappresentante politico “deve” essere inquadrato in un partito (e solo in uno) così come un cittadino “deve” appartenere ad un gruppo linguistico (e solo ad uno). Questo modo di ragionare in bianco e nero è ancora molto presente nei media e nella popolazione (un circolo vizioso…), ed è grave quando viene riproposto per abitudine e pigrizia non meno di quanto lo è quando viene compiuto in modo consapevole.

Da qui ai mezzi di comunicazione – ma se possibile anche alla società nel suo complesso – una richiesta pratica e una più astratta, di natura generale. La prima è semplice: se si ritiene proprio necessario mettere un’etichetta politico-partitica accanto al mio nome (a me non piace, ma si tratta della libera scelta di ciascun giornalista a cui non pretendo certo di insegnare il mestiere), allora la formulazione corretta è PD-SVP o SVP-PD (ho ricevuto più voti “tedeschi” – quindi SVP?? – che “italiani”, quindi coerenza con lo schema binario che ho descritto imporrebbe questa seconda etichetta…).

La seconda richiesta è più importante perché ha portata generale, e non riguarda la mia persona né un partito specifico – anche perché ovviamente non solo non ho nulla contro il PD, ma ho avuto la fortuna di conoscerne ed apprezzarne molti esponenti, stabilendo con loro un rapporto di profonda stima ed amicizia: vedermi definire “del PD” non è affatto un’offesa, è solo un’informazione non corretta. No, il punto è che si tratta di una questione di mentalità, di un paradigma mentale implicito, che mostra un atteggiamento radicato e dannoso. La mia candidatura e poi la mia elezione sono stati importanti segnali proprio contro questo modo di pensare (io quanto meno le ho percepite così), e hanno dimostrato che la maggioranza dei concittadini di lingua tedesca può e vuole sostenere un italiano indipendente e per questo talvolta critico. Quindi chiedo di pensare prima di scrivere, riflettendo sull’idea di società che abbiamo, e che talvolta involontariamente esprimiamo con le nostre parole.

Nonostante ripeta queste cose da due anni, mi trovo talvolta ancora a leggere e sentire in diversi media la mia etichettatura politica. A volte mi sembra una lotta contro i mulini a vento, e penso che abbiamo tutti di meglio da fare che occuparci di queste cose, ma ciò che sta dietro a questo errore di per sé veniale è di portata sistemica assai significativa e dunque deve essere costantemente ribadito, perché è alla base della mia concezione dei rapporti tra i gruppi linguistici e del mio impegno politico e sociale. La goccia scaverà la pietra e prima o poi riuscirò a far capire che ciò che si fa senza pensare può essere più pericoloso di ciò che si fa consapevolmente.

p.s. Naturalmente questo non è un comunicato stampa, né una richiesta di rettifica. È una riflessione, troppo lunga per stare su un giornale. Spero solo che serva pro futuro. In ogni caso è essenziale per me.

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