Politici e social networker

cropped-leselampe-weit.jpg(pubblicato su http://salto.bz/article/16032015/politici-e-social-networker il 16 marzo 2015)

La critica è il sale della democrazia. C’è una soglia oltre la quale rischia di produrre l’effetto opposto? Ossia di renderla insipida e immangiabile? Il rapporto perverso tra politica e rete.

Sono abbastanza giovane da ricorrere al web come fonte primaria di informazione e confronto: leggi e sentenze le leggo online e nelle banche dati, non nella gazzetta ufficiale, sono dotato di blog e profili twitter e facebook, carico le pubblicazioni su academia.edu e uso l’online banking. Ma sono abbastanza vecchio per leggere i libri senza kindle, usare i social network in modo molto parco e soprattutto vederli non solo come opportunità ma anche talvolta come fastidio. L’età informatica di mezzo ha degli svantaggi, ma anche il vantaggio di poter osservare due mondi con sufficiente distacco.

Da due anni sono senatore della Repubblica, e parte di questo lavoro consiste nell’informare e nell’informarsi di molte vicende legate a un territorio che rappresento ma nel quale, proprio per doverlo rappresentare, sono abbastanza poco. E così l’uso della rete come strumento di informazione e comunicazione diventa una necessità maggiore di quella che sentirei altrimenti.

Verso la comunicazione, specie quella politica, ho sempre avuto un (troppo facile) atteggiamento snobistico. Trovandomici talvolta in mezzo, ho dovuto necessariamente iniziare a ragionarci in modo più articolato, sforzarmi di capirne le dinamiche, passare dalla dimensione individuale a quella collettiva del singolo commento, elevare a sistema anche lo sfogo più banale. Fino a chiedermi se ci sia un nesso tra l’imbarbarimento del linguaggio politico e quello del linguaggio mediatico e social-mediatico e, se sì, se sia il medesimo rapporto che lega l’uovo e la gallina. Quale nasce prima?

Di certo politica e comunicazione social sembrano fatte l’una per l’altra. Non so se fosse così in passato, ma oggi l’attività politica è nemica dell’approfondimento: è veloce, saltella da un tema a un altro, richiede prontezza e apparente sicurezza di sé, risucchia tempo ed energia. Col paradosso per cui proprio chi per doveri e ragioni di ufficio può avere accesso a molte informazioni e avvalersi della consulenza spesso gratuita di specialisti di vari settori, rischia di restare sempre sulla superficie delle cose, di non approfondirle, perché bisogna occuparsi di mille temi contemporaneamente, come in qualche esibizione scacchistica. Le analogie con la rete sono piuttosto evidenti. Anche i social networker (che tra l’altro spesso sono politici della prima, seconda o terza fila) sono veloci, saltano da un tema all’altro, mostrano grande sicurezza nelle proprie opinioni e spesso le hanno su qualsiasi tema, e la loro attività richiede molto tempo. Anche loro avrebbero accesso (grazie alla rete) a molte informazioni pressoché gratuite, e anche loro ne approfittano poco, restando sulla superficie, perché la velocità imposta dal sistema comunicativo in cui si vive è nemica dell’approfondimento. Forse ormai vale per tutti i settori – se penso all’università e alla ricerca, che dovrebbero essere le professioni di approfondimento per eccellenza, non è molto diverso.

Ma ecco il punto. La rete è uno straordinario strumento di informazione, partecipazione e dunque di democrazia. Come la stampa, solo molto di più per velocità (anche nell’oblio: un giornale dura un giorno, un post pochi minuti, pur potendo avere effetti virali, indipendentemente dalla fondatezza del messaggio) e per quantità. Ma a causa della predominante superficialità le opinioni tendono a convergere e ad essere prevedibili, spesso acriticamente critiche. Verso “la politica” (ammettiamo per semplicità che esista la categoria) opinioni e commenti sono altamente prevedibili: e quanto più quella è vicina, tanto più questi sono negativi. Qualcosa di buono viene ogni tanto (sempre preso in modo isolato) dall’estero, poi sempre peggio fino ad arrivare al livello comunale (non importa quale comune) dove non ne va bene una. Se ci fossero i blog di condominio vedremmo le cose peggiori. Naturalmente è una valutazione complessiva: il livello varia parecchio tra i commenti dell’Economist e quelli di qualche nostro blog di periferia. Però ovunque la tendenza è abbastanza riconoscibile.

Per affinità elettiva, per furbizia o inerzia (cambia poco) la “politica” cavalca ampiamente quest’onda. Naturalmente con la sola eccezione di se stessi o della propria tribù (io/noi abbiamo ragione, “loro”/”voi” – locuzioni che inizio a odiare profondamente – hanno torto). E così vanifica l’effetto positivo della critica.

Tradotto: la prima cosa che il rappresentante politico impara per necessità di sopravvivenza è a fregarsene delle opinioni che emergono in rete (o sui giornali). Quelli bravi imparano anche a selezionarle per trarne energia e rilanciare, come col judo. Alcuni pensano di ascoltare la rete, ma ne seguono un minimo frammento, quello che generalmente la pensa come loro. In ogni caso nessuno riesce ad avere un rapporto sano con la quantità di informazione e commenti, seleziona un ridotto numero di pagine, salvo quando viene tirato in ballo da qualche parte, sempre che qualcuno glielo segnali.

L’effetto non è dunque né un maggiore approfondimento né una collettivizzazione della critica e dunque una sua maggiore ponderatezza. Piuttosto, si produce una eterogenesi del fine per il quale la critica è prodotta: essere ascoltata e produrre cambiamenti. Questa, pur avendo un potenziale democratico infinitamente maggiore di qualsiasi altro strumento finora sperimentato, produce un effetto quasi nullo, e dunque esattamente opposto a quello voluto.

Molto dipende dalla quantità e dalla prevedibilità della critica. Così come “la politica” non ha tempo, voglia, capacità, possibilità di filtrare la critica utile e costruttiva in quella stalla di Augia che è diventata la rete, allo stesso, simmetrico modo “la critica” non riesce (non ha tempo, voglia, capacità, possibilità) di fare la stessa operazione nella medesima stalla che è diventata la politica. Media (vecchi e nuovi) e politica vanno a braccetto in modo preoccupante. Non è solo il ben noto intreccio tra politica e informazione, ma qualcosa di ontologico (mi perdonerà il bravissimo Gabriele Di Luca, ma qui ci vuole…). E dunque di irreversibile.

Forse è solo la riflessione di un non nativo digitale (e meno ancora nativo politico, se mi si passa la battuta), che tende a leggere post e commenti come si leggono gli articoli delle riviste specialistiche, rischiando di travisarne l’intento nel prenderli per ciò che non sono. Forse la rete non è altro che lo specchio della società, esattamente come la politica – ecco un’altra inquietante analogia. Di certo mentre si moltiplica all’infinito lo spazio per la partecipazione salvo poi produrre minore ascolto, così la moltiplicazione delle occasioni di critica finisce per espellere i cultori del dubbio. Ma l’essere umano è adattabile, e imparerà a convivere anche con tutto questo. E forse nemmeno se ne accorgerà. E allora anche questo post sarà stato inutile.

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