Cos’è in gioco in Catalogna (e altrove)

Catalonia(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 27 settembre 2015 con il titolo “Per un voto quattro quesiti”)

Oggi in Catalogna si chiude un ciclo e se ne apre un altro. Finora sono stati compiuti diversi tentativi di organizzare un referendum sull’indipendenza dalla Spagna (a cavallo del trecentesimo anniversario dalla conquista di Barcellona da parte delle truppe spagnole di Filippo V, avvenuta nel 1714), compreso un referendum semi-privato tenutosi lo scorso anno con la regia, neanche tanto occulta, della Generalitat.

Tutti questi tentativi si sono tuttavia scontrati contro il muro insormontabile dell’ordinamento costituzionale spagnolo, che non ammette questo tipo di consultazioni, né nel merito né nel metodo. Nel merito perché l’indissolubilità del Paese è un postulato costituzionale. Nel metodo perché non si possono tenere referendum senza l’autorizzazione dello Stato. Il Tribunale costituzionale di Madrid è intervenuto a ripetizione sulle diverse sfaccettature del cd. “diritto a decidere”, definendo i contorni della questione (e soprattutto mettendo paletti molto chiari) e sono in corso tentativi di modificare la legge che disciplina i poteri dello stesso Tribunale per conferirgli la possibilità di accertare d’ufficio e sanzionare il mancato rispetto delle sue pronunce. Insomma, sul piano giuridico la battaglia indipendentista è al momento persa.

Per questo da oggi si cambia strategia. E dal piano giuridico si passa a quello politico. Le elezioni anticipate sono state convocate intorno ad una sola questione: quella dell’indipendenza. I partiti indipendentisti si sono coalizzati in un blocco unico che unisce destra e sinistra, chiamato “uniti per il sì”. Se questo blocco otterrà la maggioranza assoluta dei seggi al parlamento regionale (come pare probabile, anche perché un’ulteriore forza indipendentista di sinistra correrà da sola, avendo un programma più radicale), si impegnerà a iniziare un processo (dapprima negoziale, poi, in caso estremo, unilaterale) verso l’indipendenza. I negoziati potranno durare 18 mesi e dovrebbero svolgersi naturalmente con Madrid, ma anche con Bruxelles e con le organizzazioni internazionali.

Fin qui il quadro. Cosa se ne ricava?

In primo luogo, paradossalmente, l’impossibilità di tenere un referendum stimola la creatività politica e istituzionale e spinge i rappresentanti all’assunzione di responsabilità enormi, che in un referendum in gran parte si delegano. Al confronto del caso catalano, quello scozzese (dove un referendum si tenne un anno fa, senza quorum e a maggioranza semplice) impallidisce per semplicità procedurale. Non che gli arzigogoli da azzeccagarbugli siano necessariamente un bene, ma l’essere costretti a trovare vie più sofisticate del bazooka per forzare una porta può non far male a una società. E ciò indipendentemente dal merito della questione.

In secondo luogo, se le elezioni saranno vinte dal blocco indipendentista, si entrerà in un campo inesplorato. Come reagiranno la Spagna e la comunità internazionale? E i mercati? L’Unione europea aprirebbe sicuramente dei canali di dialogo informali, anche se al momento la posizione espressa dalla Commissione è chiara nell’affermare che l’indipendenza unilaterale comporterebbe l’uscita dall’Unione e dall’Euro. Si tratterebbe di costruire quasi da zero un nuovo sistema di relazioni internazionali e una nuova impalcatura istituzionale.

Terzo: cosa succederà se gli indipendentisti non dovessero avere la maggioranza, o una maggioranza chiara? Anche in questo caso l’impossibilità di tenere un referendum legittimo potrebbe essere un vantaggio più che uno svantaggio. È ancora il parallelo con la Scozia a dimostrarlo. A Edimburgo il cambio di leadership politica dopo il referendum dello scorso anno e i risultati delle elezioni parlamentari di maggio hanno fatto cambiare l’orientamento prevalente, ed oggi tutto indica la presenza di una maggioranza a favore dell’indipendenza. Per Londra tuttavia la partita è chiusa, e non sarà facile per gli scozzesi negoziare una nuova consultazione. In Catalogna invece il processo non si fermerebbe, e il ricorso alle urne come forma indiretta di referendum potrebbe essere ripetuto anche all’infinito. In ogni caso, quindi, la questione catalana è destinata a restare centrale a lungo.

Quarto. Nonostante le difficoltà e la crisi che stanno travagliando l’Europa, nessuno, ma proprio nessuno, pensa alla violenza come strumento per la soluzione dei problemi. Per la storia dell’umanità è un passo decisivo. Per millenni queste vicende si sono risolte con la forza. Che ciò non sia più accettabile è stato metabolizzato in modo (speriamo) definitivo. Ed è la notizia migliore. Le partite a scacchi sono una rappresentazione della battaglia. Ma sono estremamente più sofisticate, più intelligenti, più affascinanti.

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