Intervista: “Regioni – Bruxelles: pro e contro la politica glocal.”

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Lobbying in Europa – Francesco Palermo ci spiega i limiti dell’attivismo regionale (intervista a Francesco Palermo a cura di Camilla Doninelli pubblicata il 16/05/2016 su www.lindro.it/regioni-interessi-bruxelles-pro-politica-glocal)

Qual è il limite oltre il quale le Regioni devono sottostare alle decisioni del Governo nazionale? Sembrerebbe una domanda retorica, abbiamo la nostra Costituzione e l’attività internazionale, o meglio la capacità di stipulare accordi da parte delle Regioni, è stabilita dall’art. 117. Certo è che il limite invalicabile è proprio la politica estera a tutto tondo. Ma il caso del Veneto, il cui Consiglio regionale domani sarà chiamato a votare una risoluzione perché «la Regione del Veneto promuova la costituzione di un comitato contro le sanzioni alla Federazione russa, per il riconoscimento del diritto di autodeterminazione della Crimea e per la difesa delle nostre produzioni»,  risulta interessante, soprattutto in un mondo dove il globale ed il locale possono essere visti come i due lati della stessa medaglia, e alcune volte, invece, possono essere in contrapposizione. Il micro nella sua relazione/opposizione con il macro. Dove il micro sono gli interessi regionali e il macro è la linea politica nazionale.

“C’è una distinzione fondamentale, che non tutti fanno, nella prassi tra politica estera delle Regioni  e le attività internazionali di queste. Le Regioni possono avere delle attività internazionali, ma il limite è proprio quello della politica estera. Non possono portare avanti delle azioni in contrasto con gli indirizzi politici del Governo nazionale. La situazione va avanti così dagli anni ’70. Che cosa sia politica estera e cosa sia un indirizzo politico del Governo è suscettibile di interpretazioni, ma la sostanza è che le Regioni possono fare quasi tutto con il consenso del Governo e quasi niente senza il consenso di quest’ultimo. E’ chiaro che molto spesso, anche per delinearsi politicamente, non è un caso che spesso queste iniziative vengano da Regioni che sono governate da una maggioranza diversa da quella del Governo nazionale (come nel passato), cercano di affermare una propria soggettività internazionale anche attraverso varie attività che vengono portate avanti”.  Francesco Palermo, Senatore del Gruppo Per le Autonomie, eletto nel Collegio Bolzano e Bassa Atesina, e professore di diritto costituzionale comparato all’Università di Verona, sa bene cosa possono o non possono fare le Regioni, visto che è anche direttore dell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’Accademia europea di Bolzano. Proprio per questo motivo lo abbiamo interpellato per capire  fino a dove si può alzare l’asticella della concorrenza leale e legale tra Stato e Regioni.

Lobbying delle Regioni direttamente a Bruxelles, come si muovono?

Le Regioni hanno tutte, nei confronti dell’Unione Europea, una rappresentanza e hanno diverse funzioni. Anche lì è una decisione di come utilizzarle, se più o meno in versione politica. La funzione principale è quella di fare il raccordo, informazioni, anche lobbying per le questioni di  loro interesse (come ad esempio il settore dell’agricoltura). Ci sono una serie di canali informali che si utilizzano. Ci sono delle Regioni che sono molto potenti a Bruxelles.

Potrebbe essere controproducente?

Può esserlo. L’Italia non brilla per coordinamento tra i vari livelli di governo. Nonostante tutto non è necessariamente un male il fatto che ci siano anche delle voci differenti, non si può sempre e solo parlare con la voce ufficiale ed unica del Governo, che spesso non vede alcune cose. Nel caso specifico del Veneto, la situazione è estremamente delicata. E’ anche vero che il Governo molto spesso vede unicamente la sua prospettiva, e si dimentica delle prospettive che per alcune Regioni possono essere molto importanti. Il Veneto ha il problema dell’export, posso capire che ci siano interessi ad eliminare o ridurre quanto il più possibile l’embargo contro la Russia, che è un mercato interessante soprattutto per la promozione delle imprese. Al di là del fatto che ci vorrebbe un coordinamento sul piano interno, forse non è male o controproducente, lo ribadisco, che si sentano delle voci diverse.

Il limite di azione tra interessi e politica, alcune volte, è molto sottile…

Il primo modo di negoziare, normalmente, dovrebbe essere sul piano nazionale. Anche perché non si fa una gran bella figura se una Regione di un Paese membro afferma una cosa e il suo Governo ne dice un’altra. Ci sono meccanismi di coordinamento interni che abbondano, che potrebbero essere utilizzati meglio. Questo è un modo per profilarsi politicamente.

Quali Regioni sono particolarmente attive a Bruxelles?

In particolare le Regioni degli altri Paesi europei. La Baviera, ad esempio, ha un castelletto a Bruxelles, dietro il Comitato delle Regioni. Organizzano molti eventi, attività culturali, tutto un modo (anche informale) di crearsi un network.

E quelle italiane si muovono all’interno di questi network?

Certamente sì. Anni fa, ad esempio, la Lombardia era straordinariamente attiva sul piano europeo/internazionale. Avevano creato l’organismo ‘I quattro motori per l’Europa’, insieme a Regioni economicamente forti come la Baden-Württemberg, Catalogna e Rodano Alpi. L’intento era quello di fare rete tra Regioni forti e con interessi abbastanza simili. Ci sono molti tentativi in questo senso. Bisogna ricordare che le Regioni (in questo caso italiane) hanno capacità economiche e dimensioni anche molto diverse. E’ chiaro che la Lombardia ha un pese specifico che può spendere meglio da sola che con altre, per evitare concorrenza. La provincia di Bolzano, quello di Trento e il Land Tirolo hanno la sede insieme a Bruxelles perché vogliono mostrare l’unità storica, anche questa è una forma di lobbying. Si decide quali elementi sono significativi e si vogliono mettere in evidenza.

La pluralità è necessaria?

A mio parere, è utile e inevitabile, che ci siano anche visioni diverse. Se ci deve essere una sola voce, a quel punto, ci sono i meccanismi interni al Paese. Il fatto è che se si fa lobbying (da parte delle Regioni) su una determinata politica che riguarda l’agricoltura è un conto, se si va sui temi di alta diplomazia, come le sanzioni internazionali, allora la questione è diametralmente opposta.

Il glocalismo esiste nell’Unione Europea? Si fanno sentire di più le Regioni che gli Stati?

Esiste, ma meno di qualche anno fa. Ci sono tendenze molto centralizzatrici in tutti gli Stati. Queste è una delle cause per cui le reazioni sono le richieste di separazione, basta vedere il caso della Catalogna in Spagna, la Scozia. L’idea dell’Europa delle regioni è venuta meno quando gli Stati hanno ripreso fortemente il controllo, questo anche negli Stati federali o a regionalismo più spinto del nostro. L’Europa è costituita da tanti soggetti, in primis dagli Stati che ogni tanto cedono e ogni tanto riaccentrano; ma è anche costituita dal pluralismo interno agli Stati stessi. Pensiamo all’Italia  e alla nostra composizione interna. Non è un male il fatto che ci sia il pluralismo. E’ chiaro che se una Regione parla di sanzioni alla Russia scavalcando le decisioni nazionali va oltre il consentito, ma se fa presente determinati interessi che nella posizione complessiva dello Stato si perdono, allora questa è un’ottima cosa.

 

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