Toponomastica: come uscirne

Wegschilder

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 23 settembre 2016 con il titolo “Toponimi, compromesso vincente”)

Non c’è bisogno di evocare il famoso marziano che arriva sulla terra e trasalisce alla scoperta di incomprensibili problemi che in alcuni angoli di mondo si pongono. Nel caso della toponomastica in Provincia di Bolzano basta chiunque non sia nato e cresciuto qui a prenderci per matti. Fortunatamente c’è anche un crescente numero di “locali” che si rendono conto della piccolezza culturale del tema, come da ultimo ha ben ricordato Sergio Camin su questo giornale. Non è solo una questione di “benaltrismo”, pure in questo caso pienamente giustificato, perché è innegabile che “ben altri” siano i problemi, non solo dell’umanità, ma anche più banalmente di questa terra. È anche il paradosso di trovarsi a discutere non già del sacrosanto (e troppo spesso negato) diritto delle minoranze a vedersi riconoscere il diritto alla toponomastica nelle loro lingue, ma di stabilire se e quanto cancellare dei nomi nella lingua della maggioranza. E allora perché bisogna occuparsene? E come?

Il perché è presto detto. Ciò che l’accordo Degasperi-Gruber prevedeva come una conquista, e allora certamente lo era (il diritto alla toponomastica bilingue), non è mai stato accettato dalla rappresentanza politica sudtirolese, compresa la più moderata, perché avrebbe significato una legittimazione di un’imposizione fascista. Le disposizioni statutarie che prevedono la competenza della Provincia a determinare con propria legge la toponomastica in lingua tedesca, fermo restando l’obbligo della bilinguità (art. 8 e 101) non sono state mai attuate, lasciando la vicenda in un limbo giuridico per decenni. Fino al 2012, quando venne approvata in Provincia una legge scriteriata, che consentiva di decidere a maggioranza sui nomi. Rovesciando così il principio fondamentale della tutela delle minoranze, per cui non contano i numeri ma i diritti. Ma proprio l’aver fatto un passo falso così clamoroso e finanche ingenuo ha aperto la via a una soluzione. La legge è da tempo davanti alla Corte costituzionale. La cui giurisprudenza sul punto non lascia dubbi sull’esito del giudizio. Le conseguenze per la polveriera etnica sarebbero facilmente immaginabili. Il problema va insomma risolto, se non vogliamo trovarcene uno davvero serio.

E siamo alla questione del come. Una questione non solo giuridica, ma anche politica e filosofica. Mancando una riforma dello statuto (e torniamo sempre lì, ma in troppi continuano a non rendersi conto che quello e solo quello è lo snodo), chi debba risolvere il problema è chiaro: la commissione dei 6, interprete dinamico dello statuto. Non certo il Consiglio provinciale, dove si riprodurrebbero le logiche dei numeri invece di quelle dei diritti. E il come non può essere che una modalità che riproduca la ricetta del successo del nostro modello di convivenza: la pariteticità, basata sul compromesso che prevede la rinuncia alle posizioni estreme. Sarà una commissione paritetica di esperti a produrre gli elenchi, che il Consiglio potrà approvare o respingere, ma non modificare. Sapendo che esiste la possibilità del voto separato per gruppi linguistici (per evitare di nuovo decisioni a maggioranza) e che se non si approvano le modifiche (in commissione o in Consiglio) resta tutto com’è. E senza dimenticare che la norma di attuazione non sarà approvata prima che il Consiglio provinciale riscriva la legge del 2012, per evitare qualsiasi colpo di mano della maggioranza numerica, che così le si ritorcerebbe contro.

I compromessi scontentano sempre qualcuno. A partire da coloro che li negoziano, e tanto più quando devono essere trovati su temi che si fatica a comprendere, come in questo caso. Ma solo sforzandosi (e talvolta serve uno sforzo molto grande) di comprendere le ragioni dell’altro, tanto più quando appaiono incomprensibili, si può uscire dalle secche ed evitare la spirale dei nazionalismi. Il prezzo da pagare è un periodo di ripresa della discussione intorno a questo tema, in cui riemergeranno gli argomenti più assurdi e capziosi, se non gli istinti più bassi. È la democrazia, e ahimè c’è dentro anche questo. Ma la scommessa è che alla fine si possa chiudere questo capitolo e occuparsi finalmente d’altro. La storia dirà se questo sarà stato uno snodo verso una migliore convivenza. L’alternativa peraltro è la certezza che non lo sarà stato.

Foto: PhM

 

2 thoughts on “Toponomastica: come uscirne

  1. »c’è anche un crescente numero di “locali” che si rendono conto della piccolezza culturale del tema«

    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, ad esempio, l’UNGEGN (United Nations Group of Experts on Geographical Names) del fatto che il professor Palermo parli di piccolezza culturale.

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