Toponomastica: il tagliando della convivenza

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(versione COMPLETA dell’articolo pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 05 marzo 2017)

Sono comprensibili i dubbi che da più parti si avanzano rispetto all’accordo sulla toponomastica. Lo sono anche perché si parla di nomi, elenchi ed esempi anziché della sostanza, perché il tema è banalmente complesso, e perché tocca le emozioni individuali e collettive e i nervi scoperti della convivenza. Serve però la dovuta informazione e, per quanto possibile, un approccio laico. Vi sono almeno tre aspetti su cui occorre riflettere in modo informato. Anche per essere eventualmente contrari a ragion veduta, e non per assiomi.

Il primo riguarda la presunta violazione dello statuto. Poiché lo statuto prevede l’obbligo della bilinguità per la toponomastica in Provincia di Bolzano, si sostiene che una soluzione che consenta l’eliminazione di alcuni nomi italiani contraddica questo principio. Se così fosse, lo statuto sarebbe violato dal 1948. Perché mai, dal 1948, la toponomastica è stata interamente bilingue nel senso di prevedere due nomi per ogni malga, cima o castello. Questo per note ragioni storiche e politiche, a partire dal fatto che l’interpretazione per cui tutto dovesse avere due nomi è sempre stata osteggiata dalla (maggioranza della) popolazione di lingua tedesca e dalla (quasi totalità della) sua rappresentanza politica, e implicitamente ritenuta dagli italiani fingendo di non vedere che non è mai stato così. Volendo assumere una simile interpretazione del criterio della bilinguità, bisognerebbe constatare che si tratta di una disposizione mai attuata. Invocarla come norma cogente a fronte di una realtà diversa sarebbe come dire – il paragone calza anche perché questa critica l’ha espressa anche un pilastro del sindacalismo della nostra Provincia come Toni Serafini – che i sindacati operano in violazione della costituzione perché l’art. 39 non è mai stato attuato. La costituzione è piena di disposizioni inattuate, e ve ne sono anche nello statuto. L’unico ad essere davvero coerente con questa lettura è il prof. Maestrelli, che nel suo intervento su questo giornale arriva lucidamente a rivendicare l’attribuzione di nomi italiani a tutti i toponimi che non ce l’abbiano. Il che è come invocare la guerra civile, ma almeno è coerente con l’interpretazione.

Il secondo punto è cosa succederà con questa norma. La toponomastica complessiva del territorio provinciale si stima (per difetto) in almeno 100.000 nomi. Quella italiana è di circa 10.000, buona parte di questi dal prontuario Tolomei, ma non solo. In base ai criteri utilizzati dalle tre commissioni che finora a vario titolo ci hanno lavorato (quella tecnica Fitto-Durnwalder, quella politica Delrio-Durnwalder e il CAI) risultano bilingui in base all’uso circa la metà dei nomi. Proiettando a spanne questi stessi criteri sul lavoro della commissione di esperti prevista dalla norma è ragionevole pensare che il bilinguismo pieno sarà riconosciuto per circa la metà di questi nomi. Che ovviamente intanto si presumono bilingui, a meno che non si dimostri che nei singoli casi non lo siano. Gli altri (nove decimi), resteranno tendenzialmente in tedesco. Salvo ovviamente che la commissione di esperti non accerti, deliberando a doppia maggioranza, che esista e sia in uso il nome italiano. E salva comunque l’aggiunta di indicazioni in italiano come malga, lago, cima, ecc. Quindi sì, è probabile che nel lungo periodo la toponomastica (chiamiamola ‘micro’, per semplicità) sarà per la gran parte solo in tedesco salva l’indicazione di generalità (cima, malga, castello, ecc.). Ebbene, è esattamente ciò che sta accadendo da un bel po’ di tempo. Con la differenza che oggi accade nella penombra delle leggi, senza procedura, senza regole. La domanda da porsi allora non è relativa a una binomia assoluta che non è mai esistita, ma rispetto alla creazione di un quadro normativo che consenta di avere certezza e possibilmente eviti gli abusi.

Ultimo punto: che cosa si vuole ottenere con la norma? Sul piano politico il depotenziamento del tema come fattore di scontro. Sul piano della gestione dell’autonomia va ricordato che il tema non l’ha scelto la commissione dei 6, ma un’evoluzione politica di decenni. E adesso è qui, e la domanda da porsi non è se affrontarlo ma come. Di fronte ai nodi della convivenza ci sono due vie. L’una consiste nel contrapporre paura a paura, sospetto a sospetto, intransigenza a intransigenza. L’altra è un salto nel buio, apertura di credito, scommessa sulla generosità. Potrà andare male, certo. Ma finora è stata questa la ricetta che ha fatto progredire la convivenza in Alto Adige. Perché non dovrebbe più funzionare?

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