Lo specchio della Convenzione

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 19 giugno 2017)

Come tutte le novità, anche la Convenzione per la riforma dello statuto di autonomia ha dei difetti. Che certamente andranno corretti in vista del miglioramento dei processi decisionali, che inevitabilmente vanno nella direzione di maggiore partecipazione. Ma attenzione a non sbagliare la diagnosi, altrimenti la terapia diventa inefficace, o addirittura dannosa.

Il primo problema è che la Convenzione ha funzionato troppo bene. Può apparire un paradosso, ma non è così. Doveva essere lo specchio della società, e lo è stato. Lo ha magistralmente ricordato il direttore Faustini nel suo editoriale di ieri. Lo specchio mostra una maggioranza politica che mette in moto un processo senza crederci, e quindi snobbandolo. A differenza del Trentino, dove la legge sulla Consulta non ha avuto alcun voto contrario, la legge istitutiva della Convenzione è stata approvata dalla sola maggioranza di governo, mettendo politicamente tutti gli altri (compresi alcuni della stessa maggioranza, critici coi loro stessi partiti) nelle condizioni di poter solo criticare. Lo specchio ci mostra poi una maggioranza silenziosa della popolazione che ha poca voglia di impegnarsi, tanto meno nei sacri weekend. E una minoranza motivata ad occupare gli spazi, sfruttando ogni occasione. Sul piano etnico è emersa una profonda differenza culturale tra i gruppi linguistici, con gli italiani apatici, meno propensi a fare squadra, e con alcune ottime individualità in termini di proposta e di impegno personale. Ma appunto personale, e non certo per colpa loro. La Convenzione non doveva essere una costituente, ma una fotografia delle proposte nella società, prima di affidarle alla metabolizzazione politica. E questo è stata. Questo è il livello del dibattito, ci piaccia o meno. Nel dibattito c’è sia chi vuole l’Alto Adige diviso sia chi vuole quello condiviso. E il metodo di lavoro ha consentito di rappresentare entrambe le posizioni, nonostante questi gruppi abbiano partecipato in modo asimmetrico. Il problema allora è lo specchio o l’immagine che ci si riflette?

Il secondo difetto è l’istituzione con almeno dieci anni di ritardo. Se si fosse lavorato nel clima più ‘federalista’ seguito alla riforma costituzionale del 2001, al più tardi in questa legislatura (nella quale, non si dimentichi, si è ottenuto a Roma tutto ciò che si era concordato) la riforma si sarebbe portata a casa. Oggi, anche dopo la bocciatura del referendum costituzionale, il tema appassiona di meno, ed è un peccato, perché i problemi di gestione dell’autonomia sono dietro l’angolo. Qualora nella prossima legislatura le condizioni politiche fossero altrettanto favorevoli come in questa, cosa si andrebbe a chiedere al governo? Dovremmo constatare che non sappiamo cosa chiedere, a parte qualche norma di attuazione? Ma il ritardo ha una ricaduta anche sul piano socio-politico. Negli ultimi anni la destra autodefinitasi ‘patriottica’ ha abilmente perseguito una efficace strategia di occupazione degli spazi pubblici e mediatici. Approfittando dell’inerzia altrui ha saputo conquistarsi un peso mediatico assai maggiore del suo peso politico. Ha fatto con la Convenzione ciò che fa coi social network. Strategia legittima, e favorita da tendenze mondiali, e che andrebbe contrastata attrezzandosi, non piangendo. Non invocando cose impossibili e concettualmente sbagliate (come la composizione paritetica tra gruppi nella Convenzione – o forse dimentichiamo com’è composta la popolazione di questa provincia?) ma impegnandosi per portare avanti le proposte per l’Alto Adige condiviso come hanno legittimamente fatto i fautori dell’Alto Adige diviso.

Il documento finale deve ancora essere elaborato. Finora è stata prodotta una bozza, che in quanto tale è una base di discussione, e può essere modificata. Se non piacciono i contenuti la colpa non è del contenitore. Certo un documento che dovesse omettere il riferimento alla cornice costituzionale potrà servire da manifesto politico per alcuni, ma varrà giuridicamente nulla. Se, come pare, si certificherà che su diversi argomenti dirimenti (regione, scuola, cultura) ma in sostanza solo su uno (l’idea di un Alto Adige diviso o condiviso) ci sono due opinioni diverse, sarà un motivo per lasciare il campo e portarsi via la palla? O piuttosto per impegnarsi per le proprie idee?

Chi critica gli algoritmi guarda il dito e non la luna. I difetti non stanno nella Convenzione ma nella società. Giudicarla un fallimento può essere una comoda scusa per illudersi di vedere una società diversa da quella in cui siamo. Non vedendo così nemmeno le vere opportunità che ancora ci sono. Attenzione a non rompere gli specchi solo perché non ci mostrano l’immagine che vorremmo. Anche perché, dicono i superstizioni, rompere gli specchi porta male.

2 thoughts on “Lo specchio della Convenzione

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