Doppio passaporto: farsi qualche domanda

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 13 dicembre 2017 con il titolo “Le domande sul doppio passaporto”)

Partiamo dalla fine. La concessione del passaporto austriaco ai sudtirolesi è una prospettiva estremamente improbabile, anche al di là della volontà politica. Gli ostacoli giuridici sono troppi e troppo complessi. Oltre alle difficoltà giuridiche interne all’Austria, una simile iniziativa ne creerebbe anche nelle relazioni internazionali, rischiando di compromettere l’ottima reputazione internazionale del Paese, i rapporti con l’Italia e il delicato equilibrio interno in Alto Adige. Il tutto senza che peraltro per Vienna ne derivi alcun vantaggio. Insomma, la campagna che si sta conducendo sul tema è mirata a mettere in difficoltà la SVP e a creare illusioni (pericolose perché destinate a rimanere tali) in una fetta della popolazione. A prescindere dall’esito finale, però, la vicenda solleva questioni assai complesse, che sarebbe grave ignorare, chiudendo gli occhi in attesa che passi di attualità. Proprio perché i temi che pone sono di natura strutturale e non solo contingente.

La prima riguarda l’identità e i suoi simboli. Non vi è dubbio che poter ottenere il passaporto austriaco sarebbe per tantissimi abitanti di questa terra una prospettiva allettante. Sicuramente lo sarebbe anche per molti italiani, che forse di fronte a una simile eventualità risultano più impauriti che scettici, sentendosi esclusi da un ‘beneficio’ che verrebbe attribuito ai propri vicini di casa. Ma perché si dovrebbe trattare di una prospettiva allettante, posto che non conferirebbe vantaggi specifici e immediati? Perché i rapporti tra gruppi dissimulano sempre gerarchie implicite, per cui è attrattiva l’appartenenza a un’identità che si associa a modelli positivi e di successo, e non attrattiva quella ritenuta su un gradino più basso della gerarchia sociale. Per questo, ad esempio, ovunque in Europa i Rom risultano in numero assai minore di quanto sia la loro reale consistenza di gruppo: perché l’identificazione con un gruppo discriminato comporta difficoltà, e spesso ulteriore discriminazione. Perché invece nessuno svizzero si sognerebbe di voler essere tedesco, francese o italiano, nonostante la comunanza linguistica (etnica?) con i Paesi vicini? Perché molti sudtirolesi nelle competizioni calcistiche tifano Germania e non Austria? Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

La spiegazione è sempre una: perché il senso di appartenenza è fortemente condizionato dall’attrattività del club di cui si fa o si vuole far parte. È così per tutti e da sempre, ad ogni latitudine. L’Italia dunque, sbaglierebbe a non interrogarsi sul perché, nonostante la popolazione dell’Alto Adige non sia mai stata meglio dai tempi di Ötzi, l’appartenenza all’Italia sia vista con fastidio da un numero crescente di persone. Non vanno sottovalutate le paure di chi teme che una frattura dell’Europa tra quella di serie A e quella di serie B abbia al Brennero il suo confine. Posta la dovuta opposizione di Roma all’eventualità del doppio passaporto, sarebbe un grave errore bollare tutto come nazionalismo retrogrado e non porsi qualche domanda molto seria, anche sul perché l’immagine dell’Italia sia peggiore della sua pur problematica realtà.

La seconda riflessione riguarda le modalità di gestione di questioni potenzialmente assai delicate. Quella del doppio passaporto è una, e non certo la più seria. E tuttavia rientra perfettamente nel clima attuale che sembra rifuggire dal dialogo e dal compromesso. Sono ormai infiniti gli esempi di azioni unilaterali che, sul piano internazionale ma anche interno, mettono in discussione (anzi, volutamente attaccano) il principio base delle relazioni tra stati e tra livelli di governo, quello della negoziazione. Le cose si fanno unilateralmente, senza parlarsi e senza valutare le conseguenze (si veda la vicenda catalana col doppio unilateralismo di Barcellona e Madrid, per non parlare del nuovo unilateralismo statunitense, di quello più consolidato della Russia, e via esemplificando), così rendendo fragilissime le basi su cui costruire relazioni già difficili, che rischiano di diventare ingestibili. Anche nelle famiglie l’unilateralismo è sicura garanzia di rotture. Nelle relazioni politiche può creare conseguenze drammatiche. Sarà la nuova diplomazia cresciuta coi social media, dove non vi è spazio per dialogo e dubbi ma solo per bullismo retorico? Di certo si sta comunque affermando un modo nuovo e potenzialmente assai conflittuale di regolazione delle dispute, sia interne che esterne agli stati.

Il doppio passaporto non è di per sé un problema. Tanto meno se non si realizzerà. Ma è una spia sul cruscotto: ignorarla può significare la rottura del motore.

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One thought on “Doppio passaporto: farsi qualche domanda

  1. “perché l’identificazione con un gruppo discriminato comporta difficoltà, e spesso ulteriore discriminazione. Perché invece nessuno svizzero si sognerebbe di voler essere tedesco, francese o italiano, nonostante la comunanza linguistica (etnica?) con i Paesi vicini? ” Ma qui la risposta è implicita On. Palermo… La minoranza tedescofona in Sudtirolo è ancora sempre discriminata! Ha mai provato ad aprire un’attività commerciale usando soltanto la lingua madre? impossibile. Ha mai avuto a che fare con Carabinieri o Polizia e voluto comunicare in tedesco? assai improbabile che abbia avuto successo. E di queste discriminazioni ce ne sono a bizzeffe! Ovvio che in Svizzera i gruppi etnici stanno bene e si sentono svizzeri: vengono rispettati sia dallo stato che dagli altri gruppi etnici.

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