Rompere ciò che funziona?

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4204) il 21 dicembre 2017)

Probabilmente non si realizzerà, ma i suoi effetti li ha già prodotti. È la previsione, contenuta nell’accordo di coalizione tra ÖVP e FPÖ su cui si è costituito il nuovo governo federale austriaco, di garantire “ai sudtirolesi la possibilità di ottenere, in aggiunta a quella italiana, la cittadinanza austriaca”. Il tema non è nuovo, e a livello declamatorio è sempre stato una richiesta da parte del partito di governo in Alto Adige (la SVP) e mai osteggiato dal partito popolare austriaco (ÖVP). Il tutto nel tacito assunto che le priorità fossero sempre altre e che, anche per l’opposizione di altri partiti austriaci, non ci fossero le condizioni politiche per realizzare questa “questione di cuore” (com’è ufficialmente definita dalla SVP).

Ma ora le condizioni politiche sono cambiate. Il baricentro politico a Vienna si è nettamente spostato a destra, dopo le elezioni di settembre e ancor più con la formazione del governo con la presenza dei liberalnazionali della FPÖ – quando la medesima coalizione si costituì nel 2000 scattarono le sanzioni europee, oggi quel partito ha la vicecancelleria e i ministeri dell’interno, degli esteri, della difesa, delle infrastrutture, della salute e del sociale. E così la concessione del doppio passaporto è stata inserita nel programma di governo, come promesso dalla FPÖ ai partiti secessionisti dell’Alto Adige. Mettendo in imbarazzo la SVP, suscitando reazioni molto preoccupate in Italia e soprattutto rischiando di impattare pesantemente sui delicati equilibri della convivenza in Alto Adige.

Perché è improbabile che la proposta si realizzi? Perché comporterebbe una serie di complessi problemi giuridici con sicuri strascichi giudiziari. In primis in chiave interna. L’ordinamento austriaco non prevede la doppia cittadinanza: come si giustificherebbe sul piano costituzionale una deroga solo per la provincia di Bolzano – e solo per gli appartenenti ai gruppi linguistici tedesco e ladino? Quali diritti e doveri comporterebbe in concreto la cittadinanza? Concedere il diritto di voto implicherebbe la creazione di un collegio estero, con conseguente modifica dell’art. 26 della costituzione federale (per la quale la nuova coalizione non ha la maggioranza); negarlo comporterebbe una discriminazione difficilmente giustificabile tra cittadini austriaci. Analogamente per il servizio di leva, che è obbligatorio: basterebbe la residenza all’estero per giustificare un diverso trattamento tra cittadini austriaci? Allora chi risiede in Austria dovrebbe prestarlo per forza? Sorgerebbero poi una serie di altre questioni tecniche, legate all’accesso a determinate prestazioni sociali o al regime fiscale. Senza contare che esistono già norme che garantiscono ai sudtirolesi l’equiparazione rispetto ai cittadini austriaci: non solo le norme europee, ma anche norme interne per casi specifici, come l’ammissione all’università o lo stesso accesso facilitato alla cittadinanza per chi viva e lavori in Austria.

Ci sarebbero poi serie difficoltà internazionali. Vero è che la concessione della cittadinanza è competenza esclusiva di ciascuno stato, ma esistono principi di diritto internazionale, legati alle buone relazioni tra Stati confinanti e alla tutela delle minoranze, che si oppongono alla concessione unilaterale della cittadinanza in massa su base etnica (la codificazione del soft law in materia si trova, paradossalmente, proprio nelle “Bolzano/Bozen Recommendations on National Minorities in Interstate Relations” dell’OSCE del 2008). Senza contare gli interessi economici e geopolitici che legano l’Austria all’Italia. Tanto che il Cancelliere Kurz ha subito frenato, affermando che la concessione della cittadinanza potrà avvenire solo in stretta colaborazione con l’Italia.

Infine, ma non da ultimo, ci sono i delicati equilibri interni all’Alto Adige. In quel contesto, la tutela delle minoranze e il connesso sviluppo dell’autonomia speciale hanno dato vita, nel corso dei decenni, a un sofisticato e delicatissimo sistema di pesi e contrappesi, di garanzie, di procedure, di convivenza regolata dal diritto e di fiducia costruita con fatica attraverso continui negoziati. Per certe acquisizioni sono stati necessari decenni di pazienti trattative, ed è proprio il principio dell’autonomia negoziata l’essenza della specialità di quel territorio. Al di là del merito, un’azione unilaterale di questo tipo metterebbe in discussione tutto questo impianto, alla cui costruzione l’Austria ha sempre responsabilmente partecipato. Oltre all’aspetto generale, anche qui vi sarebbero enormi difficoltà pratiche: chi sono “i sudtirolesi”? Solo quelli di lingua tedesca e ladina? Ma la dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico è modificabile e chiunque sia residente può dichiararsi appartenente a quei gruppi. A chi ha antenati cittadini dell’Impero al tempo dell’annessione del territorio all’Italia? Perché allora solo a quelli dell’Alto Adige e non ai trentini, o a sloveni, ungheresi, cechi, ed altri? E come si dimostra l’ascendenza, se i registri dello stato civile esistono solo dal 1922? Con i registri parrochiali? Se il criterio è etnico, perché il provvedimento dovrebbe riguardare solo i ladini dell’Alto Adige e non quelli trentini o bellunesi? Cosa accadrebbe se l’Italia negasse a chi acquisisce la cittadinanza austriaca il diritto di ricoprire cariche pubbliche, come ha fatto la Slovacchia in risposta a una simile iniziativa ungherese? Senza contare le ricadute politiche e sociali di una simile eventualità.

Tutto questo senza alcun concreto vantaggio per l’Austria. Per questo è improbabile che alla fine ci si arrivi. E tuttavia, lo scopo principale dell’iniziativa è stato raggiunto con la sola proposta, come dimostrano le reazioni in chiave nazionalista che si sono registrate in Italia e la costernazione che l’iniziativa ha causato in ampi settori della società altoatesina (non solo di lingua italiana).

Ma proprio su questo aspetto occorre riflettere. Come reagirebbero gli italiani dell’Alto Adige e i trentini se, invece di ricevere questo schiaffo in faccia, l’offerta fosse rivolta anche a loro? Probabilmente con entusiasmo maggiore che nella comunità di lingua tedesca. Ma perché si dovrebbe trattare di una prospettiva allettante, posto che non conferirebbe vantaggi specifici? Perché i rapporti tra gruppi dissimulano sempre gerarchie implicite, per cui è attrattiva l’appartenenza a un’identità che si associa a modelli positivi e di successo, e non attrattiva quella ritenuta su un gradino più basso della gerarchia sociale. Per questo, ad esempio, ovunque in Europa i Rom risultano in numero assai minore di quanto sia la loro reale consistenza di gruppo: perché l’identificazione con un gruppo discriminato comporta difficoltà, e spesso ulteriore discriminazione. Perché invece nessuno svizzero si sognerebbe di voler essere tedesco, francese o italiano, nonostante la comunanza linguistica (etnica?) con i Paesi vicini? Perché molti sudtirolesi nelle competizioni calcistiche tifano Germania e non Austria? Gli esempi potrebbero continuare a lungo. La spiegazione è sempre una: perché il senso di appartenenza è fortemente condizionato dall’attrattività del club di cui si fa o si vuole far parte. È così per tutti e da sempre, ad ogni latitudine.

L’Italia dunque, sbaglierebbe a non interrogarsi sul perché, nonostante la popolazione dell’Alto Adige non sia mai stata meglio nella storia, l’appartenenza all’Italia sia vista con fastidio da un numero crescente di persone. Non vanno sottovalutate le paure di chi teme che una frattura dell’Europa tra quella di serie A e quella di sere B abbia al Brennero il suo confine. Posta la dovuta opposizione di Roma all’eventualità del doppio passaporto (nonostante l’Italia non abbia le migliori credenziali, avendo fatto lo stesso nel 2006 per le minoranze italiane in Slovenia e Croazia), sarebbe un grave errore bollare tutto come nazionalismo retrogrado e non porsi qualche domanda molto seria, anche sul perché l’immagine dell’Italia sia peggiore della sua pur problematica realtà.

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