Assuefazione identitaria

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 9 agosto 2018 con il titolo “Assuefazione e spinta identitaria”)

La spinta nazionalista e identitaria si sta ormai diffondendo a macchia d’olio a livello globale. L’assuefazione collettiva alle quotidiane dichiarazioni di rappresentanti politici più o meno in vista e alla diffusione di media aggressivi soprattutto contro ciò che finora si chiamava il politicamente corretto impedisce di distinguere tra semplici dichiarazioni e precise disposizioni normative. Che quindi passano spesso quasi inosservate, mescolate ai semplici tweet, generando un silenzioso rumore di sottofondo. Silenzioso perché talmente costante da non essere quasi più percepito.

L’ossessione identitaria – che altro non è che l’affermazione del primato di una cultura (presunta omogenea) su altre (presunte omogenee), ed è dunque un sinonimo edulcorato di razzismo – ha recentemente raggiunto il livello normativo più alto, quello costituzionale, in diversi ordinamenti. Due tra i più significativi, Ungheria e Israele, hanno approvato nelle scorse settimane modifiche costituzionali fondamentali, che segnano la torsione identitaria dei rispettivi Paesi in modo assai preoccupante, per le conseguenze interne e per l’effetto imitativo che le modifiche sono destinate a generare.

A fine giugno il Parlamento ungherese ha approvato un emendamento alla costituzione – voluta dalla stessa maggioranza nel 2011 e già fortemente indirizzata in senso identitario. L’emendamento da un lato introduce l’obbligo per tutte le istituzioni di “proteggere l’identità ungherese e la sua cultura cristiana”, e dall’altro rende penalmente perseguibili l’assistenza ai rifugiati e l’assenza di fissa dimora. La disposizione fornisce un’interpretazione propria e alquanto creativa dei valori cristiani. Ma soprattutto completa il percorso di costituzionalizzazione dell’identificazione di religione ed etnia quali fattori di appartenenza alla comunità nazionale. Escludendo di conseguenza chi non soddisfi questi due criteri, ed includendo coloro che invece li soddisfano vivendo all’estero. Sono dunque più ungheresi gli ungheresi della diaspora che i cittadini ungheresi appartenenti a minoranze.

A metà luglio il Parlamento israeliano ha approvato, senza dibattito e a maggioranza di 62 membri su 120, una nuova legge fondamentale (Israele non ha mai adottato una costituzione unica, ma una serie di leggi fondamentali che disciplinano alcuni degli aspetti costituzionalmente più rilevanti), che definisce Israele lo “stato nazionale del popolo ebraico”. Gli 11 articoli di questa legge disciplinano una serie di aspetti simbolici: inno e bandiera, lingua ufficiale (ora solo l’ebraico, declassando l’arabo a “lingua con uno status particolare”), feste nazionali (solo ebraiche), lo Shabbat, Gerusalemme come capitale. Una legge fondamentale del 1992 definisce Israele “stato ebraico e democratico”, costringendo a un complesso bilanciamento, specie da parte dei giudici. Ora il delicato equilibrio viene spazzato via con un tratto di penna. Israele è lo stato degli ebrei, anche di quelli che non vi vivono, mentre non si fa alcuna menzione delle minoranze nel Paese (musulmani, drusi e cristiani rappresentano oltre il 20% della popolazione). I sostenitori della legge dicono che si tratta della formalizzazione della realtà. Il che è vero, se non fosse che costituzionalizza un’idea di stato che dimentica il principio di uguaglianza tra i cittadini.

La conseguenza più seria delle norme identitarie è la loro imposizione alle minoranze da parte delle maggioranze. Quando lo stato di diritto cede il passo alla dittatura delle maggioranze ogni arbitrio diventa possibile. Ancor più quando si tratta di minoranze strutturali, ossia impossibilitate a divenire esse stesse maggioranze in un gioco almeno apparentemente democratico. L’eccessivo silenzio su questi sviluppi è non meno preoccupante delle leggi in sé.

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