Regioni e paure

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 23 febbraio 2019 con il titolo “Cosa c’è dentro il terrore dell’autonomia”)

È bastato un ulteriore, anche se non definitivo, passo in avanti verso la chiusura delle intese con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna per la concessione a tali regioni di ulteriori competenze, per scatenare una nuova ondata di indignazione, paura, reazioni scomposte e provocatorie. Si è coniato lo slogan della “secessione dei ricchi”. Si sono annunciate iniziative teatrali e giuridicamente fantasiose, come quella del sindaco di Napoli che intende proporre un referendum (e ti pareva) per l’autonomia della città.

Ma cosa c’è dietro il sacro terrore dell’autonomia che anima così tanta parte della classe dirigente del Paese? Fino al punto da indurre molti difensori della supposta “costituzione più bella del mondo” a protestare in modo veemente contro l’attuazione di una disposizione prevista, all’art. 116 c. 3, proprio in questa costituzione?

Dietro c’è qualcosa di molto semplice e altrettanto preoccupante: l’assoluta mancanza di una cultura dell’autonomia e di qualsiasi reale comprensione di ciò che l’autonomia significhi e comporti. Un problema che affligge non solo le burocrazie e la classe politica nazionale, ma anche quelle regionali – ed è semmai qui che sta il nodo potenzialmente problematico.

La stessa ricorrente e abusata espressione “autonomia differenziata” utilizzata in relazione a questo processo di devoluzione è un pleonasmo. Autonomia non può che significare differenziazione, o almeno possibilità di differenziazione, dunque di approvare regole diverse da parte dei diversi territori. È evidente, fin dall’etimologia, che in presenza delle medesime regole non possa parlarsi di autonomia.

In Italia il terrore della disomogeneità ha ispirato la cultura giuridica e politica fin dall’unità. Da allora le enormi diversità del Paese non solo non sono state adeguatamente sfruttate come forme di ricchezza, ma neppure sono state ridotte. Anzi. Quanta uguaglianza è stata ottenuta con l’ossessione delle regole uguali per tutti? I “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali” sono davvero “garantiti su tutto il territorio nazionale”, come previsto dalla costituzione? Tali livelli, peraltro stabiliti solo in ambito sanitario, hanno fatto sì che i servizi sanitari funzionino allo stesso modo in tutta Italia? E le scuole? E i servizi pubblici?

L’esperienza più consolidata di differenziazione regionale, quella delle autonomie speciali, è la cartina di tornasole di questo approccio, con un profondo e generalizzato clima di scetticismo (se non di vera avversione) nei confronti della specialità.

È in questo contesto culturale che vanno lette le reazioni al percorso di differenziazione compiuto dalle tre regioni ordinarie del Nord. Trattandosi di regioni ricche e pagatrici nette nel sistema di perequazione finanziaria, è più che comprensibile il sospetto che dietro vi siano motivazioni economiche e la speranza di ridure il contributo alla solidarietà nazionale. In realtà si tratta di un gioco a somma zero, perché le regioni riceverebbero quanto speso finora dallo Stato per le medesime funzioni. Il guadagno verrebbe se tali regioni riuscissero a svolgere le funzioni a un costo inferiore, come scommettono di essere in grado di fare. Ma la domanda da porsi è un’altra.

Perché l’autonomia deve essere vista come una torta, dove se mangia uno non mangia l’altro? Occorre uscire dalla contrapposizione aprioristica e ideologica per cui, da un lato, le regioni gestiscono certe materie necessariamente meglio dello Stato, e, dall’altro, l’autonomia è un privilegio dei ricchi che porta inevitabilmente alla secessione. E iniziare invece a porsi domande più serie: come saranno gestite le singole materie? Come possono migliorarsi le relazioni tra i livelli di governo? E soprattutto: è l’autonomia o la sua negazione a creare problemi? Cosa sarebbe successo in Alto Adige senza autonomia differenziata? Cosa sarebbe successo in Ucraina, in Catalogna, in molte altre realtà, se le richieste di maggiore autonomia territoriale non fossero state represse? E questa presunta “secessione dei ricchi” si sarebbe proposta se si fosse data compiuta attuazione alla riforma costituzionale del 2001?

Le risposte non le abbiamo. Ma almeno iniziamo a porci domande razionali, a predisporre strumenti tecnici per consentire all’autonomia di funzionare. Tanto più in un contesto come quello italiano, in cui la differenziazione è nelle cose, e non è stata neppure scalfita in oltre 150 di ossessione unitaria.

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