Migrazione. Di cosa stiamo parlando?

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 17 luglio 2019 con il titolo “Migrazione. Ma di cosa parliamo?”)

Una tipica scena dei film d’avventura è quella in cui un personaggio si concentra su un piccolo dettaglio non rendendosi conto del terribile mostro che gli sta arrivando alle spalle. Nei giorni caldi del braccio di ferro sulla nave Sea Watch veniva pubblicato, nell’indifferenza generale, il rapporto dell’esperto ONU su cambiamento climatico e povertà. L’effetto dato dal contrasto tra le due vicende sembrava esattamente quello dei film dell’orrore. Tutti a litigare sulla nave, presa a simbolo dello scontro ideologico sull’immigrazione, e nessuno che si desse la premura di leggere il documento che svelava il mostro.

Occorrerà però accorgersene, e cercare di reagire finché si è in tempo, sempre che lo si sia ancora. Come nei film, quando arriva il mostro qualcuno ci lascia sempre le penne, ma normalmente l’eroe di turno se la cava. Più o meno è il messaggio principale del rapporto: i cambiamenti climatici produrranno non meno di 120 milioni di nuovi profughi (quindi in aggiunta a quelli già presenti) entro il 2030. Praticamente dopodomani. Senza contare il resto: guerre, carestie, malattie epidemiche. Le aree ricche del mondo saranno quelle meno impattate: come l’eroe cinematografico, saremo noi, il nord del mondo, a cavarcela quando il mostro assalterà il gruppo. Almeno in un primo momento. Perché nel rapporto, a differenza del copione dei film, non è previsto un lieto fine. Anzi.

La sequenza logica è spiegata con lucidità: i cambiamenti climatici producono povertà e inabitabilità di aree sempre più vaste, e ciò produce un aumento sempre maggiore delle migrazioni verso le aree meno colpite. È reversibile questo processo? Finora non lo è stato, e tutti i tentativi di contrastare o almeno ridurre l’impatto del cambiameno climatico finora sono falliti. Della ormai lunga serie di conferenze internazionali sul clima e di documenti da queste prodotti, nessuno ha raggiunto gli obiettivi. Nessuno ci si è neppure avvicinato. L’umanità si sta suicidando.

Sui Paesi ricchi l’impatto sarà prevalentemente indiretto, ma non meno forte. Crescerà la pressione per avere accesso alle risorse, concentrate in un numero sempre minore di Paesi (e al loro interno, in un numero sempre minore di mani). E aumenteranno di conseguenza le misure volte a cercare di respingere masse sempre più numerose di persone. Cosa produrrà tutto questo? L’aumento della violenza e un progressivo abbandono della cultura dei diritti nelle aree ricche del pianeta. Non solo nei confronti dei migranti, ma anche delle popolazioni locali, sempre più disposte a transigere sui diritti, in parte anche sui propri, per avere la percezione di una maggiore sicurezza. Una percezione, appunto, perché la risposta violenta genera ulteriore violenza. Le politiche “dure” sull’immigrazione producono, nel medio termine, maggiore aggressività e dunque minore sicurezza. E minore certezza del diritto, dunque minori rimedi.

Se ne esce? Difficilmente, secondo il rapporto. Servirebbe un approccio molto più coordinato a livello globale sia sul piano della lotta al cambiamento climatico, sia su quello della gestione dei flussi migratori. Esattamente l’opposto di quanto si sta facendo.

Sarebbe facile, perfino rassicurante trarne la conclusione che queste siano le conseguenze prodotte dai sovranisti. Ma purtroppo i sovranisti sono l’effetto di questi fenomeni, non la causa. Loro li esasperano, ed accelerano (di molto) la corsa che porta tutti nelle fauci del mostro. Ma non ne sono gli iniziatori. La causa è il modello si sviluppo. E quindi non basta nemmeno attendere la fine dell’attuale ondata politica perché le cose cambino. Serve un cambiamento sociale prima che politico. Ed è molto più difficile da conseguire. Il rapporto fa capire come lo slogan “aiutiamoli a casa loro” sia semplicemente una presa in giro collettiva. Perché è indispensabile farlo, ma per poterlo fare occorrerebbe un cambio radicale di stili di vita e modi di produzione che le società ricche non sono disposte a fare e quelle povere non sono in grado di governare.

Il mostro è già alle nostre spalle. Anzi, i mostri. Perché si riproducono a gran velocità: il cambiamento climatico genera povertà, la povertà genera migrazioni, le migrazioni generano muri, i muri generano violenza, la violenza genera guerre. E i numeri sono tutti contro l’occidente. Intanto facciamo pure finta che il problema sia la Sea Watch. Almeno così possiamo illuderci ancora un po’ che i mostri non esistano.

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