Il trumpismo dopo Trump

Tabrez Syed/Unsplash

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 12 gennaio 2021)

Si chiude con ignominia il pessimo quadriennio di Trump alla Casa Bianca. Dopo una lunga serie di picconate al decoro istituzionale prima ancora che alla costituzione, a confronto delle quali quelle italiche di cossighiana memoria sembrano affettuosi buffetti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’assalto al Congresso da parte di folcloristici fanatici, particolarmente sensibili alle sparate presidenziali.

Si è trattato a ben vedere della prevedibile conseguenza della retorica populista in salsa americana. Il populismo è una sineddoche: significa scambiare una parte per il tutto. Una parte di popolo, attraverso un leader, ritiene (più o meno consapevolmente) di rappresentare il popolo intero. O di doverlo fare per preservare ciò che ritiene essere il fondamento della società. Un fondamento maschile, bianco e religioso (in occidente), che diventa maschile, barbuto e religioso in molti Paesi islamici, e via sfumando a seconda del contesto. La salsa americana aggiunge un pizzico di giusnaturalismo a tutto questo: se il potere è ingiusto, è un obbligo ribellarsi. Anche per questo la costituzione garantisce il diritto di portare armi. Poco importa che le elezioni siano state regolari, come accertato da molti tribunali federali pieni di giudici repubblicani, fino alla Corte Suprema. Se l’auto-proclamato interprete del volere del popolo sostiene che siano illegittime, allora lo sono ed è doveroso ribellarsi. Un sistema chiuso nella sua logica perversa.

Non solo è una buona notizia che Trump se ne vada. La speranza è anche che quest’ultima vergognosa pagina di un mandato disastroso apra gli occhi anche a chi, in America e altrove, non ha voluto vedere quanto accadeva. Ex malo bonum, verrebbe da dire.

Ma chiarito questo, sorgono alcune riflessioni che inducono a minor ottimismo. La prima è sulle tentazioni di vendetta. Alcuni democratici, ma anche non pochi repubblicani sentitisi finalmente liberi dal giogo trumpiano, invocano provvedimenti simbolici. Come la destituzione per incapacità ai sensi del XXV emendamento (norma pensata per morte o inabilità del Presidente, e chiaramente inadatta al caso in questione) o all’impeachment, che potrebbe essere facilmente richiesto dalla Camera a maggioranza semplice ma andrebbe poi votato dal Senato con i 2/3, e quindi non passerebbe. Bene ha fatto Biden a sfilarsi. Non è solo questione di tentare una difficile riconciliazione: è che la miglior cura agli sconquassi sociali provocati da Trump non è la vendetta, ma non dare visibilità a tesi e comportamenti che non possono avere posto nella società. Prenderli sul serio finirebbe per legittimarli e ne allungherebbe la vita.

La seconda considerazione riguarda la tragedia del potere. Pur senza scomodare Shakespeare, si sta ripetendo un cliché che è una costante nella storia: tutti abbandonano la nave che affonda, dopo aver suonato la fanfara quando sembrava invincibile. Non sono stati pochi i funzionari dell’amministrazione ad essere stati fatti fuori durante il mandato, ma molti di più sono stati i servitori fedeli e i beneficiati dal potere presidenziale. Ora il Presidente, reso folle e furioso dalla rabbia per la sconfitta, si trova da solo. Scaricato anche dagli alleati più fedeli. Bene da un lato. Ma quanta ipocrisia regola i rapporti umani e politici?

Infine, ma non da ultimo: dove sta davvero il potere? È nota la passione di Trump per i media. Del resto, come altri populisti, ha iniziato da un impero mediatico. La sua comunicazione politica è stata affidata quasi interamente ai social media, in particolare a Twitter, con i cui gestori ha avuto qualche screzio durante il mandato. Ma è solo nel giorno del tramonto politico e della massima vergogna che gli account Twitter e Facebook di Trump (quelli personali, non della presidenza) sono stati bloccati. Chi conta di più? L’uomo più potente del mondo o l’amministratore delegato di un social network?

L’era Trump volge al termine e non sarà rimpianta. Ma il trumpismo è ben radicato nelle società, e lascerà un’eredità su cui occorre interrogarsi, senza limitarsi a condannarlo. Intanto i comportamenti umani tendono a replicare alcune delle sue logiche peggiori, mentre il potere assume contorni nuovi. Avanti il prossimo.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s