Cosa cela lo scontro sul DDL contro l’omotransfobia

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 13 luglio 2021 con il titolo “Cosa cela lo scontro sul DDL Zan”)

Dunque si andrà alla conta in Senato sul disegno di legge per il contrasto all’omotransfobia. Sul piano politico è un fallimento, perché quando la politica non riesce a mediare viene meno ad una delle sue funzioni primarie. Sul piano sociale, per contro, è un’opportunità importante per aiutare la società a guardarsi dentro e a riflettere su cosa intende essere.

Sul piano giuridico si tratta di una norma banale, elementare, costituzionalmente dovuta. Aggiunge semplicemente alle già presenti circostanze aggravanti dei reati commessi con finalità di discriminazione (odio etnico, nazionale, razziale o religioso) i motivi fondati “sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità”. A meno di non voler ritenere legittimo questo tipo di discriminazioni, è evidente che per combatterle occorrono misure speciali, e non basta il fatto che aggressioni violente siano già punite indipendentemente dalla motivazione. È l’ABC del diritto delle minoranze.

Le contestazioni che vengono avanzate sono giuridicamente risibili. La prima riguarda la libertà di manifestazione del pensiero. Al di là del fatto che invocare la libertà di pensare in modo discriminatorio non fa particolare onore, la norma non limita affatto tale libertà, ma punisce solo le azioni criminali e l’istigazione a compierle, come emerge dall’art. 4. In pratica se con un mio amico mi lascio andare a battute sessiste in un bar farò i conti con la mia dignità personale, ma non con la legge. Se invece le scrivo in un articolo sul giornale e poi qualcuno compie atti violenti perché ispirato dalle mie idee potrei essere corresponsabile. Esattamente come già avviene per i reati di odio razziale, etnico o religioso. Vogliamo ritenere che la discriminazione fondata su sesso, identità di genere o disabilità sia meno grave?

La seconda critica riguarda proprio l’identità di genere, che viene negata da alcuni sulla base di un approccio ormai smentito da tutte le discipline, ossia che esista il sesso come dato biologico (si nasce maschio o femmina – trascurando il fatto che in qualche caso non è così) ma non il genere, ossia, secondo la definizione del ddl, “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso”. Che Stato è quello che non consente alle persone di identificarsi secondo la propria autopercezione ma impone una logica binaria (maschio-femmina) che non esaurisce affatto la realtà e che finisce per essere un’imposizione della maggioranza contro le minoranze?

C’è poi una terza critica, legata alle osservazioni vaticane, ma ormai rientrata. Quella relativa alle scuole paritarie, che si vedrebbero costrette a celebrare la giornata contro l’omofobia. Anche in questo caso, al di là delle valutazioni morali, il ddl precisa che le celebrazioni siano subordinate al patto educativo di corresponsabilità (per intendersi, quello sull’impostazione educativa che le scuole paritarie fanno firmare a genitori e alunni) e delle risorse disponibili. In pratica, nessuna scuola cattolica sarebbe costretta a celebrare la giornata se non volesse. Tra l’altro la nota vaticana sul punto sembra una astuta via d’uscita formale perché la Santa Sede non possa essere accusata dai contestatori del ddl di non essersi adoperata per contrastarne l’approvazione. E infatti già non se ne parla più.

Si diceva che l’accelerazione sulla calendarizzazione in Senato del testo approvato alla Camera può rappresentare l’occasione per un chiarimento su ciò che la società vuole essere. Norme analoghe esistono nella maggior parte dei Paesi occidentali, e dunque almeno sul piano quantitativo fanno parte del patrimonio culturale e valoriale dell’Occidente che gli oppositori della norma dicono di voler difendere. Ma vanno recentemente aumentando anche le reazioni di chi vuole intendere i valori occidentali in modo diverso, limitando il pluralismo e dettando dall’alto i confini di tali valori. Stabilendo ad esempio che non esista l’identità di genere ma solo quella sessuale, e codificando per legge che le persone LGBT rappresentano un pericolo per i minorenni: è quanto prevede una recentissima legge ungherese duramente criticata dalla Commissione europea perché ritenuta incompatibile con i valori di cui all’art. 2 del Trattato sull’UE, tra cui dignità umana, libertà, uguaglianza e del “rispetto dei diritti umani, compresi quelli delle persone appartenenti a minoranze”. La Russia per una legge analoga di qualche anno fa è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. In Polonia molte amministrazioni locali, con l’avallo del governo centrale, hanno approvato le cosiddette “carte della famiglia”, che con la scusa di proteggere la famiglia vietano ad esempio alle coppie omosessuali di tenersi per mano in pubblico. L’amministrazione Biden sta cercando di contrastare una recente legge dello stato della Georgia che di fatto limita il diritto di voto degli afroamericani. Molti altri e sempre più numerosi sono gli esempi di norme che limitano i diritti delle minoranze in nome di una visione (chiamiamola pudicamente tradizionalista) della società e dei valori che può e vuole ammettere.

Il ddl contro l’omotransfobia rappresenta insomma un’opportunità per l’Italia per chiedersi se intende riconoscere i diritti delle minoranze o solo il diritto delle (presunte) maggioranze di dire alle minoranze quale sia la loro identità e quali diritti possano avere.

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