Referendum: la galleria degli orrori

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 26 maggio 2022)

Domenica 29 maggio si vota in Provincia di Bolzano per un referendum di grande importanza, ma di cui si parla poco e si sa pochissimo. Si dovrà decidere se far entrare in vigore o meno una legge del 2021, che ha modificato quella precedente del 2018 sulla democrazia diretta. La legge del 2018, supportata da una maggioranza più ampia di quella che sostiene la Giunta, ha introdotto disposizioni molto generose nei confronti della democrazia diretta. Successivamente, nel 2021, la maggioranza di governo in Provincia ha modificato la legge in senso assai più restrittivo. Chi vuole che resti in vigore la legge nella sua versione originaria voterà quindi no (all’entrata in vigore della modifica del 2021), chi invece condivide la versione modificata voterà sì. Chi si astiene non conta nulla perché non è richiesto alcun quorum.

Le modifiche apportate dalla legge sulla cui entrata in vigore si voterà sono molte e dettagliate. Due sono però gli aspetti più importanti. Il primo e più significativo riguarda la possibilità (prevista dalla legge del 2018 e cancellata da quella del 2021) che se una legge provinciale non è approvata con una maggioranza dei 2/3 (cioè in pratica ogni legge), non entra subito in vigore, ma resta sospesa per 12 giorni, entro i quali un minimo di 300 persone può sospenderla ulteriormente in attesa di raccogliere almeno 13.000 firme per chiedere un referendum confermativo. La legge entrerebbe così in vigore solo se confermata dal referendum popolare. La seconda modifica riguarda l’eliminazione da parte della legge del 2021 della salvaguardia delle minoranze linguistiche provinciali (italiana e ladina): finora, per essere valido, un referendum su un tema sensibile per un gruppo linguistico deve essere approvato non solo dalla maggioranza dei votanti, ma anche dalla maggioranza nei comuni in cui tale gruppo è maggioranza (quindi ad es. Bolzano o Laives per il gruppo italiano, i comuni gardenesi e badioti per quello ladino). Ci sono poi varie altre modifiche ancora più tecniche, come la composizione della commissione di giudici che valuta l’ammissibilità dei quesiti, il ruolo del Consiglio delle cittadine e dei cittadini, le regole sull’informazione ed altro.

Soprattutto la possibilità di sottoporre a referendum ogni legge che non abbia ottenuto i 2/3 in Consiglio rappresenta un cambiamento radicale del modo di prendere le decisioni in provincia. La sua eliminazione con la legge del 2021 è argomentata in base ad un “errore”, come ammesso dal primo firmatario della legge di riforma, il presidente Noggler. Un errore dovuto a una errata interpretazione giuridica, che aveva portato a ritenere ammissibile un simile procedimento, che invece una commissione di giudici (analogamente a quanto accaduto in Valle d’Aosta) ha successivamente giudicato problematica. Un “errore” non tanto veniale: se si voleva una modifica così profonda bisognava spiegarla e difenderla, se non la si voleva non bisognava fare così la legge del 2018. Adesso la marcia indietro è imbarazzante. Ricorda quanto avvenuto con la Convenzione per la riforma dello statuto: prima si fa una cosa importante, poi ci si pente. In quel caso è bastato alla maggioranza ignorare l’organismo da essa stessa creato, qui serviva una legge correttiva e adesso i nodi vengono al pettine. La superficialità una volta si può scusare, se ripetuta diventa dolosa.

È comprensibile la voglia delle opposizioni di dare un facile schiaffo alla maggioranza, che ha messo brillantemente il sedere davanti ai calci, con un dilettantismo imbarazzante. Ma sarebbe sbagliato votare per mera ripicca politica anziché sui contenuti delle proposte, anche se purtroppo la storia referendaria di questo Paese è costellata di questo brutto vizio. Mancano ormai pochissimi giorni, ma forse c’è ancora tempo per un minimo di dibattito nel merito. Come vogliamo che si prendano le decisioni in questa Provincia? Il no potrebbe innescare un nuovo modo di decidere, una democrazia più consociativa, per raggiungere la maggioranza dei 2/3, specie in caso di leggi urgenti. È una cosa buona perché porta a discutere con le opposizioni e a produrre leggi più inclusive? O è un mercato delle vacche in cui si comprano i voti delle opposizioni abbassando la qualità delle leggi? Ci sarebbero garanzie sufficienti nel caso di leggi approvate con i 2/3 mettendo insieme i voti, ad es., di SVP, Freiheitlichen e Süd-Tiroler Freiheit (e magari di qualcuno passato di là per caso), aggirando il referendum e la salvaguardia linguistica? Anche la salvaguardia dei gruppi era un “errore”?

Cosa succederà invece? Che vincerà il no e alla prima occasione di sospensione dell’entrata in vigore di una legge la questione arriverà alla Corte costituzionale che verosimilmente dichiarerà illegittima la legge del 2018 (precedenti analoghi ci sono anche in Austria). Un eccellente servizio all’autonomia, non c’è che dire. Perfetto nell’anno delle celebrazioni del cinquantesimo del secondo statuto e di quanto siamo più bravi degli altri.

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