Abschied vom Gestern (von Alexandra Aschbacher)

0001Leitartikel von Alexandra Aschbacher, FF, 02. März 2017

Gesetzentwurf AS 2701 – Modifica allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol in materia di scuola
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/47706_testi.htm

Il nostro futuro – La convivenza da costruire (di Hans Drumbl)

languageseditoriale di Hans Drumbl, Corriere dell’Alto Adige, sabato 18 febbraio 2017 – Anno XV – N. 41

Una domanda rimasta inespressa in occasione delle discussioni durante la Convenzione sull’autonomia è proprio quale futuro aspettarci. Dal 1972 sono passate quasi due generazioni. Vogliamo ipotizzare come potrebbe essere il Sudtirolo tra due generazioni? La domanda è meno eccentrica di quanto sembri.

In occasione della presentazione di Államhatár di Cristian Natoli, un film su Gorizia, città di confine alla ricerca di una propria identità culturale, ha preso la parola il responsabile del marketing di Görlitz, località tedesca nei pressi della frontiera con la Polonia. Ormai abbandonata da tanti giovani andati a Berlino a cercar fortuna, per sopravvivere ha bisogno di una missione, di una meta, di un obiettivo. Ascoltiamo le parole di Kai Grebasch, responsabile del marketing cittadino: “la Polonia è a un passo, basta attraversare il ponte. Noi puntiamo sulla convivenza – dice – Abbiamo istituito un liceo comune dove si insegna nelle due lingue in modo che gli scolari polacchi possano prendere la maturità tedesca studiando nella loro madrelingua. È un obiettivo che entusiasma e fa aumentare la voglia di studiare. Certo, sono ancora in pochi a usufruire dell’occasione, ma la via è tracciata. Sono fiducioso –  conclude – che tra due generazioni vedremo i pieni risultati di questa iniziativa intrapresa in questi anni”.

Trasponendo sulla nostra Provincia di oggi, possiamo sin d’ora individuare iniziative in anticipo sui tempi, che possibilmente porteranno frutti ancora maggiori tra 50 anni, riconoscendo che certe scelte, già oggi, hanno imboccato la strada verso il futuro? Un esempio sotto gli occhi di tutti: ci sono alcune classi di scuole medie bolzanine i cui allievi si presentano con successo alla certificazione linguistica del Goethe Institut. Ci auguriamo forse che la prassi, oggi del tutto eccezionale, possa essere una conquista per tutti i nostri scolari del futuro? Alla domanda vorrei rispondere con grande chiarezza con un “no” deciso. In un futuro non troppo lontano le ore da dedicarsi all’insegnamento delle lingue diminuiranno, e di molto. Il compito della scuola non è di preparare gli allievi alle certificazioni linguistiche, bensì di prepararli alla vita in una società plurilingue. Che è altra cosa: è la scelta di incontri, di scambi, di una convivenza quotidiana da viversi con consapevolezza e con gioiosa normalità. Ed è un futuro perfettamente delineato oggi, ovvero il futuro del pluralismo e della convivenza nella diversità.

Atto Senato n. 2701 – Modifica allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol in materia di scuola
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/47706_testi.htm

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni (Alto Adige, 20 dicembre 2016)

Analisi acuta della situazione attuale del processo di revisione dello statuto di autonomia dopo il referendum costituzionale. Condivisibile in toto.

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni.
Alto Adige, 20 dicembre 2016

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L’ipocrisia linguistica sulle unioni civili gay

michele-ainis(articolo di Michele Ainis pubblicato sul Corriere della Sera del 20 gennaio 2016, e su www.corriere.it/opinioni/16_gennaio_20/ipocrisia-linguistica-unioni-civili-gay-ba10f56c-bf3b-11e5-b186-10a49a435f1d.shtml)

Sia i favorevoli sia i contrari si nascondono dietro parole inglesi (stepchild adoption) o strani giri di parole oscure. Matrimonio non si può dire? Chiamiamolo «gaytrimonio»

Tutto gira intorno a una parola: matrimonio, guai a chi lo bestemmia.

Sicché l’ultima trincea contro il didielle Cirinnà bis (uno scioglilingua) sta nell’uso della lingua. Vietato riferirsi alle nozze fra uno sposo e una sposina nella nuova legge sulle unioni omosessuali, vietato ogni rinvio alla disciplina che il codice civile ritaglia per i coniugi. Non si può: sarebbe incostituzionale, anzi immorale, anzi criminale. E infatti stuoli d’imbianchini sono già all’opera per cancellare quelle scritte che feriscono l’iride del nostro Parlamento. Domanda: ma se è un tabù l’analogia coi matrimoni, a cosa dovrebbe rimandare questa legge, ai funerali?

Eppure non vi risuona uno stile troppo esplicito e diretto, non si direbbe insomma che quei 23 articoli escano dalla penna di Tacito. Semmai di Gadda, o di Céline, campioni del funambolismo letterario. Difatti la famiglia gay viene immediatamente definita (articolo 1) come «specifica formazione sociale». Ma da quale specie si è specializzata questa speciale formazione? Non dalla specie umana, dal momento che la legge non menziona l’uomo, né la donna, né il papà o la mamma. No, in questo caso ciascun nubendo è «parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Appellativo chilometrico, come i titoli d’un nobile spagnolo; però in linea con la nostra tradizione, quando le leggi italiane sono costrette a misurarsi con le gioie del sesso.

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Revisione della Parte II della Costituzione – Verfassungsreform

La senatrice Anna Finocchiaro in una foto del 7 novembre 2014. ANSA / MATTEO BAZZI

La senatrice Anna Finocchiaro in una foto del 7 novembre 2014.
ANSA / MATTEO BAZZI

Iniziata la terza lettura della riforma costituzionale in Senato. Una chiara e precisa spiegazione del testo e della situazione attuale è contenuta nella relazione della Presidente Finocchiaro.

Im Senat hat die dritte Lesung der Verfassungsreform begonnen. Die Präsidentin des Verfassungsausschusses, Anna Finocchiaro, erklärt im folgenden Beitrag mit klaren Worten den Text und schildert den bisherigen Iter sowie den aktuellen Stand der Reform.

 

7 luglio 2015

DDL COST. 1429-B

(REVISIONE DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE)

relazione della Presidente Anna Finocchiaro

Il disegno di legge di riforma della Parte II della Costituzione è stato approvato in prima lettura dal Senato l’8 agosto del 2014, dopo un ampio dibattito che, nel corso dei mesi, si era arricchito di numerosi contributi. Ricordo, in proposito, che l’esame in Commissione fu preceduto da un’articolata indagine conoscitiva, durante la quale furono invitati in audizione rappresentanti delle istituzioni, delle organizzazioni economiche, ma soprattutto un numero significativo di esperti, in gran parte costituzionalisti.

Presso la Camera dei deputati, l’esame del progetto di riforma costituzionale ha avuto inizio l’11 settembre 2014 e si è concluso, anche in quella sede dopo un’approfondita discussione, il 10 marzo di quest’anno.

Poiché il testo è stato modificato in diversi punti durante l’esame presso l’altro ramo del Parlamento, il Senato è chiamato ad una terza lettura, sempre nell’ambito della prima deliberazione, secondo le procedure di revisione previste dall’articolo 138 della Costituzione.

Gli aspetti più qualificanti del progetto di riforma hanno riguardato, come è noto, il superamento del bicameralismo paritario e il tema del riparto di competenze legislative tra lo Stato e le Regioni e l’assetto complessivo del sistema delle autonomie locali.

Per quanto concerne il primo tema, possiamo tutti constatare che, all’esito delle due letture parlamentari, è confermata la scelta di superare il bicameralismo paritario e di escludere il Senato dal circuito fiduciario.

La riforma del modello parlamentare bicamerale, nella prospettazione che ha finora assunto durante questo iter di revisione, si indirizza su tre linee di intervento che, pur strettamente connesse sul piano logico, possono essere tenuto distinte da un punto di vista argomentativo: la natura del Senato, la sua composizione, le funzioni che è chiamato a svolgere nell’ordinamento.

Mi soffermerò quindi, in primo luogo, sugli articoli 55, 57 e 70 della Costituzione, così come modificati nel corso del procedimento parlamentare di revisione, con particolare riguardo alle modificazioni apportate dalla Camera dei deputati.

Il nuovo articolo 55, quinto comma, della Costituzione definisce la natura della seconda Camera, affermando che essa rappresenta le istituzioni territoriali. Tale formula, contrapposta all’altra, contenuta nel secondo comma (ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione) è fondamentale per comprendere l’intento riformatore.

Essa rinvia al tema della rappresentanza e dei sui possibili canali, evocando un dibattito che affonda le sue radici nei lavori dell’Assemblea costituente e che richiama espressamente, in ragione delle intime connessioni alle quali ho fatto riferimento, la composizione e le funzioni del Senato.

D’altra parte, la formula presente nell’articolo 57 della Costituzione attualmente vigente (Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale) reca impressa una traccia significativa, che pure non trovò una compiuta realizzazione, della feconda e articolata discussione che animò il dibattito dei costituenti sul ruolo della seconda Camera nel sistema parlamentare e sulla opportunità che questa offrisse un diverso canale di espressione della rappresentanza e un diverso metodo di selezione della classe politica.

La classica rappresentanza indifferenziata avrebbe dovuto coniugarsi con la rappresentanza di altre categorie di interessi, in particolare quelli riconducibili ai territori, in coerenza con le istanze regionalistiche che, in seno all’Assemblea, avevano trovato un consenso ampio e trasversale.

È a tutti noto il contributo offerto da Costantino Mortati, in numerosi suoi interventi, in favore di una forma di rappresentanza che si adeguasse alla complessità della struttura dello Stato moderno e riflettesse questa nei suoi aspetti più significativi. Ricordo in proposito due articoli dell’insigne giurista: il primo Il potere legislativo: unicamerale o bicamerale, pubblicato in Realtà Politica  il 16 maggio 1946; il secondo, pubblicato su Cronache sociali il 30 settembre 1947, con il titolo La seconda Camera.

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I fantasisti della scappatoia

michele-ainis(articolo di Michele Ainis pubblicato sul Corriere della Sera del 10 giugno 2015, pagg. 1 e 31)

In Italia va così: norme dure come il ferro, interpretazioni al burro. Succede quando la politica aumenta le pene dei delitti, salvo poi scoprire che aumentano, in realtà, i prescritti. Succede con le regole del gioco democratico. Talvolta arcigne, spesso cervellotiche. E allora non resta che trovare una scappatoia legislativa al cappio della legge. Almeno in questo, noi italiani siamo professori. Come mostrano, adesso, tre vicende. Diverse una dall’altra, ma cucite con lo stesso filo.

Primo: il caso De Luca. Nei suoi confronti la legge Severino è severissima: viene «sospeso di diritto». Dunque nessuno spazio per valutazioni di merito, per apprezzamenti discrezionali. Tanto che il presidente del Consiglio «accerta» la sospensione, mica la decide. Però l’accertamento è figlio d’una procedura bizantina: la cancelleria del tribunale comunica al prefetto, che comunica al premier, che comunica a se stesso (avendo l’ interim degli Affari regionali), dopo di che tutte queste comunicazioni vengono ricomunicate al prefetto, che le ricomunica al Consiglio regionale. Ergo, basterà un francobollo sbagliato per ritardare l’effetto sospensivo, permettendo a De Luca di nominare un viceré. E poi, da quando dovrebbe mai decorrere codesta sospensione? Dalla proclamazione dell’eletto, dissero lorsignori nel 2013 (caso Iorio). Dal suo insediamento, dicono adesso. Acrobazie interpretative, ma in Campania l’alternativa è la paralisi. È più folle la legge o la sua interpretazione?

Secondo: la riforma del Senato. L’articolo 2 del disegno di legge Boschi è già stato approvato in copia conforme dalle assemblee legislative, stabilendo che i senatori vengano eletti fra sindaci e consiglieri regionali. La minoranza pensa sia un obbrobrio, la maggioranza a quanto pare ci ripensa. Però il ripensamento getterebbe tutto il lavoro in un cestino. La procedura, infatti, vieta d’intervenire in terza lettura sulle parti non modificate; se vuoi farlo, devi cominciare daccapo. Da qui il colpo d’ingegno: si proceda per argomenti, anziché per parti modificate. Dunque il voto cui s’accinge il Senato non è vincolato dal voto della Camera. Interpretazione capziosa? E allora verrà in soccorso una preposizione: Palazzo Madama aveva scritto «nei», Montecitorio ha scritto «dai». La copia non è proprio conforme, sicché il Senato può stracciarla. Domanda: meglio un obbrobrio sostanziale o un obbrobrio procedurale?

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Articolo di Gustavo Zagrebelsky su La Repubblica di oggi (15/04/2015)

Un articolo illuminante. Oltre al merito, del tutto condivisibile, il punto è il metodo. Ed è fondamentale l’autocritica dei giuristi costituzionalisti. Mai dimenticare le parole del grande giurista (e scrittore) Salvatore Satta: “Il giurista è colui che dice di no, e lo dice a chi pensa che il diritto sia uno strumento buono per tutti gli usi”…

Repubblica 20150415

Articolo di Lorenzo Dellai su L’Alto Adige di oggi (15/04/2015)

AUTOGOVERNO NON FATENE CARICATURE
di Lorenzo Dellai

Era chiaro da tempo che la discussione sulle Regioni a Statuto Speciale non si sarebbe spenta con l’approvazione in prima lettura della modifica del Titolo V della Costituzione. Questo passaggio era atteso come occasione per “normalizzare” le Speciali e il fatto che ciò non sia avvenuto pienamente ha lasciato l’amaro in bocca a non pochi. D’altra parte, se l’aria che tira è quella del superamento del regionalismo, ritenuto una sorta di pasticcio in salsa italiana, si comprende bene che l’attacco alle Regioni Speciali assume il senso di un mantra. Curioso, peraltro, che a recitare tale mantra siano alcuni Presidenti di Regione, come da ultimo quello della Toscana. Non si accorgono che, così, tagliano il rametto ormai sottile sul quale stanno seduti. Ma, si sa, cosa c’è di meglio, nei momenti di difficoltà, magari di fronte ad opinioni pubbliche non proprio entusiaste, di evocare un “nemico esterno”? Come in tutti i casi di questo genere, da copione, la strategia si fonda su una caricatura della realtà. Il Presidente della Toscana parla di fondi statali che sarebbero trasferiti a Bolzano e a Trento, in aggiunta al “cento per cento” dei gettiti trattenuti, a motivo dei “rapporti con l’Austria”. Ho guidato la Provincia Autonoma di Trento e, a turno, la Regione, per quattordici anni, ma di questi fondi non ho mai sentito parlare. E non è neppure vero che a Trento e Bolzano rimanga il cento per cento del gettito. Nella realtà dei fatti (basta prendere i dati oggettivi), dopo le manovre di finanza pubblica degli ultimi anni, le risorse delle Province autonome disponibili per gli interventi a favore del territorio sono pari a circa il 60% del gettito fiscale prodotto dal sistema economico, dovendo le Province riversare la differenza a favore della solidarietà nazionale e al riequilibrio della finanza statale. È tanto? È poco? È giusto? Per rispondere a questa domanda, non basta fare il confronto con i bilanci delle Regioni ordinarie, perché è come sommare patate con carote e pretendere di avere un risultato comprensibile. Occorre infatti tenere conto delle competenze che, in un territorio autonomo, sono a carico dei poteri locali e di quelle che invece restano a carico dello Stato. A Trento e Bolzano, con il sessanta per cento (di fatto) del gettito locale, cioè la quota devoluta all’Autonomia, si finanzia pressochè la totalità delle spese che nelle regioni ordinarie sono a carico dello Stato. Qualche esempio: gli insegnanti di ogni ordine e grado (che sono dipendenti delle Province); il funzionamento dell’Università di Trento, benché sia statale; con il 2016 anche tutto il personale degli uffici giudiziari, esclusi i magistrati e così via. Dunque, come valutare se esiste o meno un criterio di equità generale, a fronte di sistemi istituzionali e finanziari così radicalmente diversi? L’unico sistema non fondato su dicerie e pregiudizi é quello basato sulla valutazione del residuo fiscale. Vale a dire: fatto 100 il gettito che lo Stato incassa in un territorio, quanto viene restituito a quel territorio sotto qualsiasi forma (devoluzione di gettiti e trasferimenti agli enti del territorio, servizi e prestazioni direttamente gestite dallo Stato sul territorio, nonché quota parte riferita al territorio delle spese generali dello Stato non localizzabili, compresi gli interessi sul debito pubblico) e quanto invece rimane allo Stato per la perequazione tra i territori e la solidarietà nazionale? Se si avesse cura di analizzare i dati in questo senso, ovviamente tenendo conto delle ragionevoli variabili connesse alle caratteristiche strutturali dei territori, si scoprirebbero informazioni di una certa importanza, utili per mettere in discussione consolidate credenze. Ad esempio si scoprirebbe che Trento e Bolzano hanno un residuo fiscale a favore dello Stato vicino ormai alla media dei territori del Nord Italia. Dato questo, peraltro, che, in forza delle recenti intese raggiunte con il Governo, tenderà ad allinearsi pienamente nel giro di poco tempo. Dove sta allora la vera differenza? É evidente: sta nel fatto che a Trento e Bolzano la quota di gettito restituito al territorio é quasi totalmente gestita dalle Province Autonome, titolari delle competenze e delle funzioni di governo, anche delegate, e figura dunque nei rispettivi bilanci. Mentre nelle Regioni ordinarie, tale quota di gettito, pur comunque restituita al territorio, figura in parte non secondaria nei bilanci dello Stato perché riferita a competenze e funzioni gestite dallo Stato. In conclusione, dovrebbe essere interesse di tutti cercare di valorizzare il principio dell’autogoverno territoriale lì dove le circostanze storiche, ma anche l’impegno responsabile della comunità e la lungimiranza della politica, ne hanno determinato un più forte radicamento, piuttosto che fare la figura dei polli di Renzo (al singolare, naturalmente) rispetto a poteri centrali sempre più tentati di dare il colpo di grazia a ciò che ormai viene ritenuto il fastidioso pasticcio delle Regioni. E non sarà – aggiungo – la sola tendenza ad accorparle che rilancerà le Regioni italiane: piuttosto sarà la faticosa e paziente ripresa di un “senso” dell’autonomia e dell’autogoverno responsabile. Materia da lavoro comune, non da ridicoli bisticci.

Lorenzo Dellai
Onorevole della Repubblica e presidente della Commissione dei Dodici