Sull’Ungheria il rischio boomerang

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 25 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare se questa abbia compiuto una violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e se persista una minaccia allo Stato di diritto. È un passaggio assai significativo sotto il profilo politico, perché è la prima volta che il Parlamento europeo utilizza questo strumento. Soprattutto, il voto ha provocato una spaccatura all’interno del Partito popolare europeo (PPE), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. La maggioranza dei parlamentari del PPE ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione. È prevalsa dunque, seppur con fatica, la “linea Merkel” sulla “linea Orbán”.

Paradossalmente, però, un voto che vuole essere una reazione d’orgoglio e una dimostrazione di forza del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del PPE), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al parlamento europeo subito prima del voto.

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Idea marxista per il doppio passaporto

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 21 settembre 2018)

La soluzione del problema del doppio passaporto è a portata di mano e non è nemmeno particolarmente originale. Ma ci voleva un colpo di genio per mettere insieme tutti i tasselli. I primi ad averci pensato sono stati – guarda caso – due grandi politici e intellettuali austriaci, Karl Renner e Otto Bauer, oltre un secolo or sono. Quando i segnali di sgretolamento dell’impero austroungarico si stavano facendo pressanti, sotto la spinta delle rivendicazioni nazionalistiche delle parti non tedesche del vasto impero, la corrente di pensiero da loro autorevolmente rappresentata, detta austro-marxismo, propose di separare in modo visibile cittadinanza e nazionalità. In questo modo, pur all’interno di una cittadinanza comune, si sarebbe resa visibile, anche nei documenti di identità, la nazionalità di ciascuno, dunque la sua appartenenza etnico-culturale. Un passaporto austriaco avrebbe potuto dunque contenere la nazionalità croata, slovena, ceca, italiana, ecc.

Qualche anno dopo la questione della nazionalità divenne addiritura il fondamento dell’URSS, l’unione delle repubbliche socialiste, organizzate in soviet, ma basate su criteri etnici. La Georgia era la repubblica dei georgiani, l’Ucraina degli ucraini, l’Armenia degli armeni e via elencando, indipendentemente dall’intricata composizione etno-culturale di qui territori, che tutto erano fuor che omogenei. Ma un pochino bisogna pur semplificare, suvvia, mica si può sempre cercare il pelo nell’uovo. E quindi anche nei passaporti sovietici, che indicavano la cittadinanza pur ambendo a costruire nel tempo anche un’appartenenza identitaria e politica all’ideale dell’homo sovieticus, veniva indicata anche la nazionalità (moldava, estone, kirgiza, ecc).

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Autonomia è l’opposto dell’isolamento

© Provincia Autonoma di Bolzano

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 5 settembre 2018)

Questa giornata dell’autonomia è alquanto diversa dalle precedenti. Le incombenti elezioni suggeriscono un profilo più basso, e almeno sul piano della scelta dei temi si è optato per ambiti non immediatamente strumentalizzabili in chiave politico-elettorale. In verità, però, qualsiasi sfaccettatura dell’autonomia, anche quella apparentemente più innocua, non è mai neutra, perché il funzionamento dell’autonomia dipende molto dal contesto in cui si realizza. E dal contesto non si può scappare, fingendo che non esista. Perché l’autonomia si regge su due gambe: una è l’autogoverno, il fare da soli. L’altra, non meno importante, è la collaborazione, il fare insieme. Per camminare bene le due gambe non solo devono essere entrambe sane, ma devono muoversi in modo coordinato.

A Bolzano si è scelto il tema della competenza sulle strade, trasferite alla provincia vent’anni or sono attraverso una delle più significative norme di attuazione della fase successiva alla chiusura del pacchetto. Il tema può prestarsi a diverse letture. Quella rivendicativa dell’accumulo delle competenze come mera sottrazione di poteri e risorse allo Stato per trattenerli in loco, e quella propositiva della riflessione sul significato di autonomia come gestione di fenomeni interconnessi. Del resto, le strade non iniziano e non finiscono nel territorio provinciale, e la loro gestione è uno dei tanti esempi di come i livelli di governo debbano inevitabilmente integrarsi, non separarsi. Autonomia significa certo avere il potere di decidere, ma questo deve implicare la capacità di riflettere su cosa e come si decide e su come ci si relaziona con gli altri livelli di governo che inevitabilmente hanno un ruolo in tali decisioni. Per restare al tema delle strade: come ci si rapporta con i comuni (la questione della viabilità di Bolzano è ultimamente molto attuale) e con lo Stato e l’Unione europea in relazione all’interminabile vicenda della A22 e della sua natura giuridica? Analoghe considerazioni valgono per tutte le altre competenze provinciali. La divisione delle competenze è un mezzo, non un fine: è l’inizio dell’autonomia come gestione di fenomeni complessi, non la fine di un processo di mera acquisizione di potere.

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Di minoranze, indifferenza e speranza

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 agosto 2018)

Nel gennaio 2016 oltre mille intellettuali turchi firmano una petizione intitolata “non saremo complici di questo crimine”, un appello al governo di Ankara a fermare le operazioni militari nel sudest del Paese, la zona di insediamento della (non riconosciuta) minoranza curda. La petizione invita a trovare una soluzione pacifica e non militare per le zone curde, ma irrita il governo del Presidente Erdogan, specie perché non menziona il ruolo del partito comunista del Kurdistan (PKK), ritenuto da Ankara un’organizzazione terroristica, unica responsabile del conflitto. L’invito viene bollato come fazioso e unilaterale, e i suoi firmatari sono ritenuti complici dei terroristi e dunque dei traditori. Oltre 300 di loro sono professori e ricercatori di università pubbliche, soggetti al vincolo di fedeltà alla costituzione, e vengono per questo rimossi dal servizio.

Tra questi vi è Ulas, professore all’università di Mersina, nell’Anatolia meridionale. Ulas è curdo, ma non certo un simpatizzante del PKK. Quando aveva cinque anni, suo padre, militare dell’esercito turco, è stato ucciso dal gruppo separatista Apocular, che sarebbe poi diventato il PKK, il partito guidato da Abdullah Öcalan. Come gli altri firmatari, Ulas riteneva che solo il dialogo pacifico avrebbe potuto risolvere lo strisciante conflitto nel Kurdistan turco e che la repressione avrebbe portato solo a ulteriore violenza.

La situazione si aggrava ulteriormente in seguito al misterioso tentativo di colpo di stato in Turchia nell’estate del 2016. La repressione che ne deriva colpisce 145mila dipendenti pubblici, compresi oltre 5000 accademici, licenziati in tronco con un decreto emergenziale. Tra questi Ulas e gli altri professori già rimossi per la petizione. In un unico calderone vengono messi tutti i personaggi sgraditi, ‘nemici’ del governo (dello Stato, del popolo, dell ‘nazione’, la purga equipara tutto). Molti emigrano, specie in Germania. Anche la moglie e i figli preadolescenti di Ulas. Nonostante alcune offerte da università straniere, lui decide di restare, anche prima che gli venga tolto il passaporto, come a tutti gli altri. Andarsene è come abbandonare il campo e riconoscere la sconfitta. E l’ideale di pace non può essere sconfitto, altrimenti non vale la pena di vivere.

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Come ti annullo i contrappesi (e il diritto all’aborto)

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 25 agosto 2018 con il titolo “Trump, come ti annullo i contrappesi”)

Una delle prossime battaglie di Trump sul fronte interno avrà ad oggetto l’aborto. A fine giugno la Corte Suprema ha pronunciato una sentenza assai controversa, in cui ha affermato (a maggioranza di 5 giudici contro 4) che uno Stato (in quel caso la California) non può costringere un centro per la salute riproduttiva a informare i pazienti sulla possibilità di abortire. Per i giudici la libertà di espressione deve includere anche la libertà di omettere qualcosa, perfino in tema di salute. La stessa Corte (ma non gli stessi giudici) che aveva riconosciuto risarcimenti milionari ai fumatori perché i produttori di sigarette non avevano scritto sui pacchetti che il fumo fa male, in tema di aborto ammette ora che in nome della libertà di informazione si possano non informare le donne della possibilità legale di abortire. La cosa fa ancora più impressione se si pensa che gli Stati Uniti sono pieni di cartelli che appaiono idioti (tipo “non gettarsi dal ponte”) perché dietro ad ogni cartello c’è una causa milionaria. La gente dev’essere avvertita delle possibili conseguenze di ogni azione, comprese le più ovvie. Ma evidentemente non in tema di aborto.

Pochi giorni dopo la sentenza è arrivata la prima nomina di Trump alla Corte Suprema. Ovviamente è un giudice antiabortista. Ma il punto non è (solo) il prevedibile attacco all’aborto, per quanto gravissimo. La questione riguarda anche la modalità della nomina e la sua inevitabile ricaduta sul modo di fare politica. Ed è il sintomo di qualcosa di ancora più serio.

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Assuefazione identitaria

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 9 agosto 2018 con il titolo “Assuefazione e spinta identitaria”)

La spinta nazionalista e identitaria si sta ormai diffondendo a macchia d’olio a livello globale. L’assuefazione collettiva alle quotidiane dichiarazioni di rappresentanti politici più o meno in vista e alla diffusione di media aggressivi soprattutto contro ciò che finora si chiamava il politicamente corretto impedisce di distinguere tra semplici dichiarazioni e precise disposizioni normative. Che quindi passano spesso quasi inosservate, mescolate ai semplici tweet, generando un silenzioso rumore di sottofondo. Silenzioso perché talmente costante da non essere quasi più percepito.

L’ossessione identitaria – che altro non è che l’affermazione del primato di una cultura (presunta omogenea) su altre (presunte omogenee), ed è dunque un sinonimo edulcorato di razzismo – ha recentemente raggiunto il livello normativo più alto, quello costituzionale, in diversi ordinamenti. Due tra i più significativi, Ungheria e Israele, hanno approvato nelle scorse settimane modifiche costituzionali fondamentali, che segnano la torsione identitaria dei rispettivi Paesi in modo assai preoccupante, per le conseguenze interne e per l’effetto imitativo che le modifiche sono destinate a generare.

A fine giugno il Parlamento ungherese ha approvato un emendamento alla costituzione – voluta dalla stessa maggioranza nel 2011 e già fortemente indirizzata in senso identitario. L’emendamento da un lato introduce l’obbligo per tutte le istituzioni di “proteggere l’identità ungherese e la sua cultura cristiana”, e dall’altro rende penalmente perseguibili l’assistenza ai rifugiati e l’assenza di fissa dimora. La disposizione fornisce un’interpretazione propria e alquanto creativa dei valori cristiani. Ma soprattutto completa il percorso di costituzionalizzazione dell’identificazione di religione ed etnia quali fattori di appartenenza alla comunità nazionale. Escludendo di conseguenza chi non soddisfi questi due criteri, ed includendo coloro che invece li soddisfano vivendo all’estero. Sono dunque più ungheresi gli ungheresi della diaspora che i cittadini ungheresi appartenenti a minoranze.

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Democrazia diretta: leggi e tecnologie

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 7 agosto 2018)

Il diritto non è tanto diverso dalla tecnologia. Entrambi sono prodotti dell’uomo, non della natura. Entrambi servono a risolvere problemi e a migliorare la vita. Entrambi richiedono continui perfezionamenti, per adattarsi allo scopo che perseguono. Però verso la tecnologia c’è una presunzione benevola, e quando uno dei prototipi di auto senza conducente uccide un passante (è accaduto in marzo) lo si considera uno spiacevole incidente sulla strada del progresso. Mentre verso la legge c’è una presunzione di sfiducia. Vero è che dietro ad una tecnologia ci sono soltanto gli interessi economici di chi la produce, mentre dietro a una legge ci sono tantissimi diversi interessi, sfaccettature, motivazioni, ricadute sociali non sempre prevedibili – il che rende peraltro la legislazione una tecnologia assai più sofisticata di quanto spesso ci si immagini.

La sfiducia presuntiva nella tecnologia legislativa non è dovuta solo ad un atteggiamento di superficiale criticismo a priori – che pure esiste ed è estremamente dannoso. Purtroppo infatti l’obiettivo di una norma non è sempre chiaro, o è perfino contraddittorio. Un’applicazione per smartphone può essere efficace o meno, ma il suo scopo è evidente. In una legge invece non è raro che un articolo dica una cosa e quello dopo il suo contrario. O che risolva un problema e ne crei un altro. Per un esempio di attualità vedersi alla voce “decreto dignità”.

Un caso emblematico riguarda la recente legge provinciale sulla democrazia diretta. Si è detto che rappresenta un compromesso e che permangono alcuni dubbi. Vero. Non si è però sottolineato che si tratta di un ‘perfezionamento’ di normative già esistenti, che tiene conto (magari male, ma lo fa) dell’applicazione (e dei limiti) della normativa precedente. Tra le innovazioni c’è la contestata disposizione in base alla quale una legge provinciale (tranne le più sensibili) approvata senza la maggioranza qualificata dei due terzi può essere sottoposta a referendum confermativo. La richiesta può venire da un terzo dei consiglieri provinciali o da almeno 300 elettori entro 20 giorni dall’approvazione. In tal caso la legge è sospesa in attesa del referendum.

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Doppio passaporto: domande scomode

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 3 agosto 2018 con il titolo “Passaporto: le domande scomode”)

Come un elefante nella cristalleria, la questione del doppio passaporto irrompe nella campagna elettorale per le provinciali. Già solo il tempismo dell’annuncio rende problematica la vicenda, perché esaspererà i toni etnicisti (su tutti i fronti) in una fase già a forte rischio per la razionalità degli argomenti come l’avvicinamento alle elezioni.

Finora si è parlato solo di un’idea, perché non esiste un testo. Non si sa quindi nulla delle intenzioni dei proponenti su temi cruciali: chi sarebbe legittimato a richiedere il passaporto austriaco, con quali modalità verrebbero accertati i requisiti, quali diritti sarebbero legati alla nuova cittadinanza e quali no e come andrebbero esercitati? Si aprirebbero certo nuovi inesplorati orizzonti, anche sul piano internazionale: una decisione unilaterale violerebbe il principio negoziale alla base dell’accordo del 1946? Potrebbe l’Italia portare la questione davanti alla Corte internazionale di Giustizia? Sarebbe ancora giustificato parlare di minoranze di fronte a cittadini di un altro Paese? Domande che prospettano un paradiso per giuristi, ma non necessariamente per un complesso territorio di confine. L’unica cosa certa è che comunque fosse costruita l’eventuale legge, impegnerebbe a lungo la Corte costituzionale di Vienna. E che intanto sono stati aumentati i costi amministrativi per la richiesta della cittadinanza austriaca: dal 1. luglio sono passati da 976,80 euro a 1.115,30, giusto per informazione.

Si è già visto tuttavia come basti l’idea per compromettere i rapporti con l’Italia e soprattutto il delicatissimo equilibrio interno in Alto Adige, un complesso mosaico costruito in decenni di trattative sulle singole tessere. Molte questioni sociali e politiche sono già state sollevate, a partire dal profondo editoriale del direttore Faustini: che ne sarebbe dei rapporti tra i gruppi, delle relazioni con il Trentino, delle famiglie mistilingui? In un giornale in lingua italiana occorre tuttavia fare lo sforzo supplementare di mettersi nei panni dell’altra parte, quindi in questo caso dei concittadini di lingua tedesca. Perché ciò che si fatica a capire è più interessante. Non basta sostenere che è una proposta assurda, antistorica, antieuropea, discriminatrice e quanto si è sentito finora. Occorre anche farsi domande scomode.

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Vento europeo e peculiarità italiane

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 7 marzo 2018 con il titolo “Vento europeo e italiano”)

Per quanto abbia provocato un terremoto politico, l’esito delle elezioni ha confermato le attese ma anche e soprattutto le tendenze già da tempo in atto nel panorama politico italiano ed europeo. Alcune dinamiche sono frutto del vento che spira in Europa: il voto contro l’establishment, la crescita delle destre specie se estreme, la crisi nerissima dei partiti socialdemocratici, la paura del nuovo che spinge a travolgere il vecchio. Altre sono invece tipicamente italiane, ed è su queste che occorre soffermarsi, perché sono più profonde e meno transeunti, e forse proprio perché sono ormai interiorizzate nel sentire collettivo sono state assai meno evidenziate nei commenti.

La prima e più importante è la tendenza alla penalizzazione della maggioranza uscente e in particolare del suo partito principale. Dal 1992 ad oggi questa è una costante delle elezioni politiche. In Italia il voto anti-establishment si è quasi ‘istituzionalizzato’, perché va oltre la rabbia nei confronti del governo di turno. È piuttosto espressione di un clima negativo per cui tutto va sempre male, e solo dicendo che va male si raccolgono voti. Il loop negativo e la debolezza della politica sono tali per cui la stessa politica deve rincorrere questa dinamica, e alimentare il senso di distanza. I messaggi positivi quasi irritano l’elettore. Renzi è stato osannato quando faceva il rottamatore e rottamato quando ha fatto lo statista; e Berlusconi, il Presidente del Consiglio più longevo della storia repubblicana, a pochi giorni dalle elezioni ha affermato di provare schifo per la politica. Questo atteggiamento crea per l’elettore un comodo ‘effetto Dorian Gray’: la colpa di tutto è della politica, mentre io posso disinteressarmi della dimensione pubblica, aspettare che tutto cali dall’alto e illudermi che la res publica sia qualcosa di diverso da me, e quindi naturalmente esserne disgustati. Producendo esattamente ciò di cui ci si lamenta. Così chiunque voglia conquistare il potere deve cavalcare la tigre, lisciarla mentre la cavalca, e poi esserne inesorabilmente sbranato.

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