Il dilemma delle riforme costituzionali

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige dell’11 ottobre 2019 con il titolo “Parlamento, ‘tagliare’ con giudizio”)

Con l’approvazione in seconda lettura da parte della Camera, si è completato l’iter parlamentare per la legge di revisione costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Com’è noto, qualora la riforma dovesse entrare in vigore, i deputati passerebbero da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 (più quelli a vita). La politica tende a celebrare anche le mere proposte vendendole come risultati acquisiti, quindi era comprensibile che il Movimento 5 stelle, che della riforma ha fatto un cavallo di battaglia, celebrasse in modo plateale con tanto di forbici un traguardo importante.

Importante ma non ancora definitivo, perché è certo che sarà richiesto un referendum confermativo, possibile grazie al fatto che il Senato ha approvato il provvedimento in seconda lettura con la maggioranza assoluta ma non dei due terzi. Consentendo così alla Camera di votare in modo plebiscitario a favore e a tanti deputati per nulla convinti di non esporsi al linciaggio mediatico. Poteri del bicameralismo. Il Vicepresidente Giachetti ha incarnato questa contraddizione dichiarando espressamente il proprio voto favorevole alla riforma e contestualmente l’intenzione di raccogliere tra i deputati le firme per il referendum confermativo (basta un quinto dei componenti di ciascuna Camera) e poi di porsi alla guida della campagna per il no.

La vicenda di questa riforma costituzionale è istruttiva e indicativa. Istruttiva perché, auspicabilmente, aiuterà a diffondere una maggiore conoscenza dei delicati meccanismi della costituzione. La composizione delle Camere è una cosa serissima, non riducibile ai risparmi di spesa. Perché se si tira un filo della costituzione si muove tutto. Si può fare, forse si deve fare, perché il modello di rappresentanza tutto politico immaginato dai costituenti è poco adatto alla società attuale, tanto più in un contesto di coma (si spera non irreversibile, ma al momento sembra tale) dei partiti. Ma si deve fare con giudizio, non con superficialità. È stato approvato un documento di maggioranza che elenca tutti i punti su cui bisognerà intervenire a seguito di questa riforma. E sono punti complessi, su cui rischiano di saltare gli equilibri sia politici sia istituzionali: legge elettorale; rappresentatività dei territori col superamento della base regionale per l’elezione del Senato; rappresentatività di genere; rappresentatività delle minoranze linguistiche (non guardiamo solo alla provincia di Bolzano, fortunatamente tutelata: altrove le minoranze non hanno voce) e delle minoranze politiche; limiti di età per l’elettorato attivo e passivo al Senato; riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica; modifica dei regolamenti parlamentari. Il tutto “aperto al contributo dei costituzionalisti e della società civile”, ça va sans dire… Una lista di propositi per i quali è assai improbabile che bastino i tre anni di legislatura rimanenti, ammesso che si trovi l’accordo sulla declinazione dei principi indicati. E che qualcuno spieghi come si concilia una maggiore rappresentatività (di genere, di territori, di minoranze) con meno rappresentanti. Insomma c’è consapevolezza del fatto di avere iniziato dalla fine, e ora si cercherà di costruire l’edificio sotto il tetto da cui si è cominciato.

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Le nebbie di Dover

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 settembre 2019 con il titolo “L#elefante Boris Johnson”)

La scorsa settimana circolava un tweet che andava al punto. Diceva pressappoco così: l’Italia ha trovato una nuova maggioranza parlamentare, il Regno Unito ha perso la sua monarchia parlamentare.

Il nuovo Primo Ministro Boris Johnson è entrato nell’agone politico come un elefante in una cristalleria. Un atteggiamento molto in voga negli ultimi tempi, a tutte le latitudini. E sulle radici di comportamenti inusitati, sfacciati e potenzialmente sovversivi occorrerebbe riflettere più di quanto di faccia con l’abituale sorpresa seguita dall’altrettanto abituale scrollata di spalle…

Diventato Primo Ministro sulla scia del suo atteggiamento duro sulla Brexit, deciso a portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea anche senza un accordo con Bruxelles, ha compiuto due passi coordinati ed estremamente pericolosi nel giro di pochi giorni.

Dapprima ha posto all’Europa una (a suo dire) alternativa secca: o Bruxelles accetta un confine reale in Irlanda del Nord, o Londra è disposta ad un’uscita senza accordo. Questo almeno a parole, perché da autorevoli previsioni una hard Brexit, quindi un’uscita senza accordo, avrebbe conseguenze catastrofali per il Regno Unito, almeno inizialmente, e a poco servirebbe la partnership privilegiata che Trump (una specie di gemello di Johnson, separato nella culla) dichiara di voler offrire a Londra una volta uscita dalle presunte grinfie dell’Unione europea. Anche questa tutta da verificare, ma contano i messaggi semplificati e di facile appiglio. Tanto che in alcune cancellerie si sta studiando l’ipotesi di andare a vedere le carte di Londra, e accettare la provocazione di una Brexit senza accordo. Scommettendo sulla necessità di Johnson di frenare all’ultimo. Ma con le teste calde non si sa mai…

Il secondo passo Johnson lo ha compiuto sul piano interno, di fatto sospendendo i lavori del Parlamento fino al limine della Brexit, per evitare che l’assemblea possa condizionare i suoi movimenti. Il senso della mossa è chiaro. La Corte suprema ha chiarito che il processo di distacco dall’Unione è in capo al Parlamento, ed è stato il Parlamento ad affossare ripetutamente l’accordo negoziato da Theresa May con l’Unione europea, costringendo l’ex Premier alle dimissioni. Il decisionista Johnson non vuole correre il rischio di restare impiccato al Parlamento come accaduto alla sua predecessora. E come può sempre accadere nelle democrazie parlamentari – Salvini docet, ma la storia è ricca di esempi analoghi.

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Migrazione. Di cosa stiamo parlando?

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 17 luglio 2019 con il titolo “Migrazione. Ma di cosa parliamo?”)

Una tipica scena dei film d’avventura è quella in cui un personaggio si concentra su un piccolo dettaglio non rendendosi conto del terribile mostro che gli sta arrivando alle spalle. Nei giorni caldi del braccio di ferro sulla nave Sea Watch veniva pubblicato, nell’indifferenza generale, il rapporto dell’esperto ONU su cambiamento climatico e povertà. L’effetto dato dal contrasto tra le due vicende sembrava esattamente quello dei film dell’orrore. Tutti a litigare sulla nave, presa a simbolo dello scontro ideologico sull’immigrazione, e nessuno che si desse la premura di leggere il documento che svelava il mostro.

Occorrerà però accorgersene, e cercare di reagire finché si è in tempo, sempre che lo si sia ancora. Come nei film, quando arriva il mostro qualcuno ci lascia sempre le penne, ma normalmente l’eroe di turno se la cava. Più o meno è il messaggio principale del rapporto: i cambiamenti climatici produrranno non meno di 120 milioni di nuovi profughi (quindi in aggiunta a quelli già presenti) entro il 2030. Praticamente dopodomani. Senza contare il resto: guerre, carestie, malattie epidemiche. Le aree ricche del mondo saranno quelle meno impattate: come l’eroe cinematografico, saremo noi, il nord del mondo, a cavarcela quando il mostro assalterà il gruppo. Almeno in un primo momento. Perché nel rapporto, a differenza del copione dei film, non è previsto un lieto fine. Anzi.

La sequenza logica è spiegata con lucidità: i cambiamenti climatici producono povertà e inabitabilità di aree sempre più vaste, e ciò produce un aumento sempre maggiore delle migrazioni verso le aree meno colpite. È reversibile questo processo? Finora non lo è stato, e tutti i tentativi di contrastare o almeno ridurre l’impatto del cambiameno climatico finora sono falliti. Della ormai lunga serie di conferenze internazionali sul clima e di documenti da queste prodotti, nessuno ha raggiunto gli obiettivi. Nessuno ci si è neppure avvicinato. L’umanità si sta suicidando.

Sui Paesi ricchi l’impatto sarà prevalentemente indiretto, ma non meno forte. Crescerà la pressione per avere accesso alle risorse, concentrate in un numero sempre minore di Paesi (e al loro interno, in un numero sempre minore di mani). E aumenteranno di conseguenza le misure volte a cercare di respingere masse sempre più numerose di persone. Cosa produrrà tutto questo? L’aumento della violenza e un progressivo abbandono della cultura dei diritti nelle aree ricche del pianeta. Non solo nei confronti dei migranti, ma anche delle popolazioni locali, sempre più disposte a transigere sui diritti, in parte anche sui propri, per avere la percezione di una maggiore sicurezza. Una percezione, appunto, perché la risposta violenta genera ulteriore violenza. Le politiche “dure” sull’immigrazione producono, nel medio termine, maggiore aggressività e dunque minore sicurezza. E minore certezza del diritto, dunque minori rimedi.

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L’inutilità di certe mozioni

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 15 luglio 2019)

Tra gli evergreen della provincia di Bolzano c’è la proposta di abolizione del Commissariato del Governo in Alto Adige. Non vi è legislatura in cui il tema non venga proposto in forma di mozione o ordine del giorno, e puntualmente ne nasce un dibattito dai toni sempre uguali. Anche in questa legislatura provinciale non potevano dunque mancare l’appassionante tema e il classico seguito di polemiche.

Il Commissariato del Governo è previsto in diverse disposizioni dello statuto che ne stabiliscono le funzioni. La sua abolizione richiede pertanto la revisione dello statuto, tra l’altro di parti significative, come il procedimento legislativo e la pubblica sicurezza. Parlarne in una mozione in Consiglio provinciale ha dunque un valore giuridico prossimo allo zero: significa impegnare la Giunta a farsi promotrice di una proposta di revisione dello statuto che vada in questa direzione. La sanzione per il mancato rispetto dell’impegno potrebbe essere la sfiducia alla Giunta da parte del Consiglio, come estrema conseguenza politica della non considerazione della volontà assebleare in un sistema parlamentare. Sulla disponibilità del Consiglio a compiere un passo di questo genere è lecito esprimere dei dubbi, avvalorati dai precedenti di analoghe mozioni rimaste inattuate senza conseguenza alcuna.

Una mozione che impegni la Giunta a modificare lo statuto di autonomia è di per sé una contraddizione, in quanto la proposta della Giunta andrebbe ripresentata al Consiglio, che dovrebbe approvarla in forma di iniziativa legislativa, concordarla col Consiglio provinciale di Trento, per ottenere poi una deliberazione del Consiglio regionale. Solo dopo questo lungo iter l’iniziativa arriverebbe in Parlamento, che dovrebbe approvarla con le maggioranze richieste per la revisione costituzionale. Dunque una mozione è di per sé inutile, perché se vi fosse davvero la volontà politica del Consiglio di proporre l’abolizione del Commissariato del Governo, basterebbe che il Consiglio approvasse un’iniziativa legislativa da trasmettere al Consiglio regionale, saltando il superfluo passaggio dell’impegno alla Giunta. Insomma sul piano giuridico si parla del nulla e il tempo impiegato per redigere, presentare, discutere e votare la mozione è tempo perso. Volendo scivolare nella retorica che ritiene sprecato il danaro speso per la democrazia, ci si potrebbe divertire a quantificare il costo dell’operazione.

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Appunti per la nuova paritetica

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 22 giugno 2019)

Con le ultime nomine governative diventano operative le nuove commissioni dei sei e dei dodici. Si tratta degli organismi più delicati, importanti ed efficaci dell’autonomia speciale, ma anche di quelli il cui ruolo e funzionamento sono meno conosciuti. Non è dunque superfluo ricordare alcuni elementi tecnici e politici di questi organi.

Partiamo dalla dimensione politica. Le paritetiche sono sede di negoziazione e concertazione tra le autonomie speciali e lo Stato. Poiché difficilmente lo Stato ha interesse a sviluppare singoli aspetti dell’autonomia, l’iniziativa delle norme parte sempre dai territori, e nelle commissioni si media tra questi e le posizioni dei ministeri coinvolti. Ciò significa che senza un sostegno politico del governo, norme di attuazione non se ne fanno, come dimostrato dai (non) lavori in alcune fasi politiche. Nessuna norma è stata approvata tra il 2007 e il 2010, mentre fasi assai produttive sono state quelle tra il 1996 e il 2001 e tra il 2014 e il 2018. Di conseguenza, alle province conviene (e molto) avere buoni rapporti politici con la maggioranza nazionale di turno, altrimenti niente norme. Questa può anche essere un’arma a doppio taglio, perché di fatto obbliga le scelte politiche parlamentari e locali in termini di alleanze e paradossalmente può così in parte limitare l’autonomia politica.

Un secondo aspetto politico riguarda la composizione delle commissioni, segnatamente di quella dei 6. Di nuovo 3 commissari su 6 sono esponenti della SVP, e dunque, come accade da tempo, un partito è in grado di monopolizzare l’agenda e, di fatto, di condensare in sé la rappresentanza del territorio. Ciò presenta indubbi vantaggi in chiave politica (ammesso e non concesso che ci sia affinità reale tra la SVP della commissione e quella della Giunta provinciale) ma crea problemi in termini di rappresentanza. Anche per l’assenza di donne. Quanto è paritetica una commissione così composta?

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Potere e onestà

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 19 giugno 2019 con il titolo “Tra potere e onestà”)

Nel suo editoriale di domenica il direttore Faustini tocca due temi fondamentali legati al potere. Da un lato la sua divisione, dall’altro la sua moralità. Non sono temi nuovi, ma si ripresentano con sfaccettature sempre diverse, e trovare soluzioni ai problemi è tanto difficile quanto necessario.

Una divisione assoluta dei poteri non si è mai data e non è neppure auspicabile. I poteri si devono controllare a vicenda, e possono farlo solo intersecandosi. Più della divisione, è essenziale l’equilibrio dei poteri. Che è una formula sempre in movimento, mai stabilizzata una volta per tutte. Basti pensare, ad esempio, alla recentissima decisione della Corte di Giustizia dell’Unione europea che nega alle procure tedesche la possibilità di richiedere il mandato d’arresto europeo in quanto non sufficientemente indipendenti dal potere politico.

Il problema si pone quando la divisione dei poteri diventa concentrazione o confusione. Ed è quanto accade ormai da tempo tra legislativo ed esecutivo. I rapporti tra decisore ed esecutore si sono ribaltati, non solo in Italia: i governi decidono e i Parlamenti ratificano le decisioni. Le questioni che si pongono sono due. La prima è di ordine politico: è un problema, e se lo è, va affrontato? La seconda è di ordine tecnico: esistono strumenti per riparare il danno? Certo è illusorio ipotizzare un ritorno alla centralità dei parlamenti in stile ottocentesco. Questi funzionavano in quanto espressione di un’élite borghese, che aveva potere di veto su decisioni di un’élite aristocratica. La legge era il frutto di un accordo tra élites, che escludeva il 98% della popolazione. Ma l’attuale ribaltamento di ruoli crea nuove difficoltà. In termini di rappresentanza (quanto rappresentativi sono i governi?), di responsabilità (chi è in grado di obbligarli a rispettare gli impegni?), di democraticità (se i poteri si confondono, chi tutela i diritti?). Strumenti per rimediare ce ne sono. Soprattutto la garanzia dei diritti delle opposizioni: veti, ricorso alla giustizia costituzionale, gestione di parte del calendario dei lavori, e molto altro. Ma si sa, dei diritti delle opposizioni ci si accorge solo quando si è all’opposizione. Quando si è in maggioranza diventano insopportabili vincoli burocratici.

La questione della moralità del potere, aggravata dalle insane commistioni che ciclicamente emergono, come nel caso Lotti-CSM, è ancora più delicata. Perché non la si può affrontare solo con strumenti giuridici. O meglio: esistono strumenti giuridici che la favoriscono o la sfavoriscono, ma in ultimo essa dipende dal grado di fiducia tra cittadini e pubblici poteri. Cittadini sfiduciati producono istituzioni di scarsa moralità, perché manca l’incentivo a dimostrare di meritare la fiducia. Ma istituzioni inefficienti e corrotte producono cittadini sfiduciati. E quando nessuno si fida più di nessuno si producono norme basate sulla sfiducia. Le leggi sono normalmente scritte pensando a come evitare che possano essere aggirate, non a come possano funzionare. E infatti non funzionano e producono ulteriore sfiducia. Continue reading

Grande dibattito, grandi lezioni

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 7 maggio 2019 con il titolo “La Francia e il “Grand Débat””)

Da molti mesi continua in Francia la protesta dei gilet gialli. Una protesta senza un obiettivo specifico ma espressione di un malcontento generalizzato, manifestato con modalità talvolta violente. Una spia che si è accesa nella società francese e di cui non è facile capire le cause. Così il Presidente Macron ha lanciato l’idea di un grande processo di ascolto della società, attraverso il più imponente esperimento di democrazia partecipativa della storia, il cd. grand débat. Dopo tre mesi di consultazioni e incontri pubblici, questo processo si è concluso, ed è ora di tirare le somme.

I media internazionali hanno dedicato poca attenzione all’iniziativa. Quelli italiani praticamente nessuna. Probabilmente perché i temi dibattuti erano interni alla società e alla politica francese, poco eccitanti (dalla pressione fiscale alle periferie) e dunque poco vendibili sotto il profilo della comunicazione. L’attenzione è stata maggiore in Francia, ma i commenti sono stati prevalentemente critici, se non sarcastici. In molti hanno visto il grand débat come un’operazione simpatia di Macron in vista delle prossime elezioni europee. Altri hanno ironizzato sulla pomposità di un’iniziativa che è servita solo a far emergere problemi già noti. E non poteva mancare chi, con straordinaria originalità, ha segnalato come il grand débat abbia rappresentato l’ennesimo spreco di denaro pubblico.

Già, la critica è sempre facile e a buon mercato. Ma quali potevano essere le alternative? Ignorare le proteste e magari reprimerle con la forza? O pensare di avere già le ricette per risolvere i problemi e imporle grazie all’occasionale maggioranza in Parlamento? I risultati del grand débat sono peraltro estremamente significativi sotto il profilo democratico. I contributi inviati alla piattaforma online sono stati quasi due milioni (1.932.884 per la precisione), cui vanno aggiunte quasi trentamila email e lettere. Gli incontri pubblici a livello locale sono stati oltre diecimila, e più di sedicimila comuni hanno aperto dei cahiers citoyens, procedure per i reclami e le proposte dei cittadini. I temi principali su cui i contributi dei cittadini si sono concentrati sono di grande complessità: fiscalità e spesa pubblica; organizzazione dello stato e dei servizi pubblici; democrazia e cittadinanza; transizione ecologica. Il tutto accessibile online a chiunque, con un prezioso lavoro di sintesi.

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La Regione e il funerale dello statuto

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 27 febbraio 2019)

Sarebbe troppo bello se il pasticcio intorno alla composizione della giunta regionale fosse solo una questione di poltrone. In verità, purtroppo, c’è molto di più, e di più serio. Perché il balletto sulle ceneri della Regione è in realtà un balletto sulle ceneri dello statuto di autonomia. E quel che è peggio è che nessuno sembra farci caso.

Sulla Regione le due componenti territoriali portano avanti visioni contrapposte, e non da oggi: i trentini sostengono la necessità di un rafforzamento della stessa (se non come ente politico almeno come sede di collaborazione sovraprovinciale); gli altoatesini sono tendenzialmente favorevoli ad un suo ridimensionamento. La divisione è più territoriale che partitica o etnica: nessuno in Alto Adige, compresi i partiti ‘italiani’, è disposto a fare una battaglia per valorizzare la Regione, mentre in Trentino la questione è prioritaria più o meno per tutti, anche se a malincuore la si sacrifica a vantaggio dell’accordo politico con la SVP. All’improvviso ci si accorge che esiste una disposizione dello statuto, l’art. 36 c. 3, che dispone che la composizione della giunta deve adeguarsi alla consistenza dei gruppi linguistici rappresentati in consiglio (con deroga possibile per i ladini) e che “i vicepresidenti appartengono uno al gruppo linguistico italiano e uno al gruppo linguistico tedesco”. Una giunta rappresentativa delle diverse componenti, non lasciando fuori gli italiani dell’Alto Adige, avrebbe dovuto avere 7 membri. Troppi per la SVP e la sua retorica (ma assai meno pratica) anti-regionale. E troppi anche per le competenze da esercitare. Tecnicamente le alternative non sarebbero mancate (giunta a 5 o a 3), ma avrebbero implicato un presidente stabile, senza la staffetta tra i presidenti provinciali. E così si decide di passare a 6, inserendo un ulteriore assessore (anzi assessora) del gruppo tedesco a scapito dell’assessora in pectore del gruppo italiano dell’Alto Adige. La logica è sempre quella della botte piena e della moglie ubriaca. Ma quando non è proprio possibile, si prende la botte piena e la moglie (in queso caso la fresca sposina leghista in Alto Adige) si arrangi. Continue reading

Regioni e paure

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 23 febbraio 2019 con il titolo “Cosa c’è dentro il terrore dell’autonomia”)

È bastato un ulteriore, anche se non definitivo, passo in avanti verso la chiusura delle intese con Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna per la concessione a tali regioni di ulteriori competenze, per scatenare una nuova ondata di indignazione, paura, reazioni scomposte e provocatorie. Si è coniato lo slogan della “secessione dei ricchi”. Si sono annunciate iniziative teatrali e giuridicamente fantasiose, come quella del sindaco di Napoli che intende proporre un referendum (e ti pareva) per l’autonomia della città.

Ma cosa c’è dietro il sacro terrore dell’autonomia che anima così tanta parte della classe dirigente del Paese? Fino al punto da indurre molti difensori della supposta “costituzione più bella del mondo” a protestare in modo veemente contro l’attuazione di una disposizione prevista, all’art. 116 c. 3, proprio in questa costituzione?

Dietro c’è qualcosa di molto semplice e altrettanto preoccupante: l’assoluta mancanza di una cultura dell’autonomia e di qualsiasi reale comprensione di ciò che l’autonomia significhi e comporti. Un problema che affligge non solo le burocrazie e la classe politica nazionale, ma anche quelle regionali – ed è semmai qui che sta il nodo potenzialmente problematico.

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Il “sacro dovere” e l’erosione della costituzione

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 febbraio 2019 con il titolo “L’erosione della Costituzione”)

La costituzione è il perimetro entro il quale si può muovere la politica con le sue scelte discrezionali. È il ring nel quale il legittimo conflitto di idee deve svolgersi secondo regole prestabilite, la cui interpretazione è affidata a degli arbitri, i più importanti dei quali sono la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica. È pertanto non solo legittimo ma anzi doveroso che la politica ricorra ad argomentazioni costituzionali per giustificare le proprie azioni e le proprie tesi, perché solo dentro la costituzione può svolgersi la politica. La costituzione è, per certi aspetti, la versione laica del principio di esclusività tipico della religione: non avrai altro Dio all’infuori di me. E non può esserci politica al di fuori della costituzione.

Come troppo spesso accade anche con la religione, però, non è raro che i precetti vengano piegati ad interpretazioni funzionali alla preferenza politica del momento. E che tale torsione venga compiuta non già dagli arbitri, bensì dai giocatori.

Un esempio di particolare interesse si è registrato in questi giorni, quando il ministro dell’interno ha invocato l’articolo 52 della costituzione per giustificare la propria politica in materia di sbarchi. Nelle due pur diverse vicende della nave Diciotti da un lato e della nave Sea Watch dall’altro, il ministro Salvini ha rivendicato la scelta di negare l’accesso ai porti italiani come un obbligo costituzionale, fondato sul “sacro dovere” di ciascun cittadino alla “difesa della patria”, previsto appunto dall’articolo 52 della costituzione.

La disposizione non ha naturalmente nulla a che vedere con le questioni di cui si tratta. Il suo ambito di riferimento è esclusivamente la difesa militare, come si evince dai lavori preparatori e dagli altri commi dell’articolo, che prevedono rispettivamente l’obbligatorietà del servizio militare, nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge, e la natura democratica dell’ordinamento delle forze armate. È per questo che l’articolo 52 non fu oggetto di particolare dibattito in assemblea costituente, impegnata a sottolineare il carattere pacifista della costituzione. Non a caso il testo definitivo è praticamente identico a quello della prima bozza, caso rarissimo nei lavori della costituente. Erano tutti d’accordo su una previsione che doveva dare copertura costituzionale al servizio militare e alle forze armate.

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