Francesco Palermo: “In die Falle getappt”

(Interview von Matthias Kofler, veröffentlicht in der Neuen Südtiroler Tageszeitung, 30. September 2017, S. 2-3)

Tageszeitung: Herr Senator, die Katalanen wollen am Sonntag in einer Volksabstimmung über ihre Unabhängigkeit von der spanischen Monarchie abstimmen. Wird das Referendum überhaupt stattfinden?

Francesco Palermo: In irgendeiner Form schon! Ich bezweifle aber stark, dass man mit diesem Referendum zu einem vernünftigen Ergebnis kommen kann auch wenn die katalanische Regierung mit aller Kraft versuchen wird, eine gewisse Legitimation für das Referendum zu schaffen.

Sie sind gegen das Referendum?

Ich persönlich bin absolut nicht gegen die Unabhängigkeit, aber gegen dieses Referendum ich vertrete also die gegenteilige Meinung der meisten anderen (lacht). Es ist heutzutage durchaus möglich, dass sich neue Staaten bilden. Dies muss aber in einem verfassungsrechtlichen und in einem verfahrensrechtlichen Prozess geschehen. In Katalonien ist dies nicht der Fall! Auch wenn das Referendum am Sonntag reibungslos ablaufen würde, kann es nicht klappen, weil ihm der verfassungs- und verfahrensrechtliche Rahmen fehlt. Man kann nicht von einem Tag auf den anderen ein Unabhängigkeitsreferendum ohne Quorum und ohne qualifizierte Mehrheit abhalten, weil dieses keine demokratische Legitimation hätte. Hier wird eine Art „golpe“ (spanisch für Staatsstreich), ja eine Revolution durchgeführt.

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Senza Ius soli democrazia più povera (editoriale di Luigi Manconi)

La decisione della conferenza dei capigruppo del senato di non calendarizzare la legge di riforma della cittadinanza (giornalisticamente ed erroneamente definita jus soli) è triste e negativa. Triste perché prende atto della realtà – la mancanza dei ‘numeri’ in aula – che è una realtà triste. Negativa perché la mancata approvazione del provvedimento produrrà proprio gli effetti temuti dai detrattori. Molto di quanto avrei voluto dire è stato ben scritto in questo articolo da Luigi Manconi.

 

Editoriale di Luigi Manconi, il Manifesto, 13 settembre 2017 – https://ilmanifesto.it/senza-ius-soli-democrazia-piu-povera/

Viaggio in Italia: L’Alto Adige

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3926) il 24 maggio 2017)

L’Alto Adige? Balconi fioriti, panorami mozzafiato, ordine, pulizia, sicurezza, elevato tenore di vita, buona amministrazione. «Certo, con tanti soldi sono bravi tutti». «E poi sono tedeschi, quindi efficienti e onesti».

Vista dall’Italia la Provincia autonoma di Bolzano appare più o meno come il mondo di Heidi. Tanti stereotipi, per lo più positivi, conditi da una discreta dose di invidia. Proprio la diffusa disinformazione nel resto del Paese rispetto alle questioni e alle dinamiche locali ha consentito alla politica altoatesina di edificare un’autonomia quasi totale. Costruita sulla negoziazione bilaterale con il governo di turno, poco preparato e poco interessato, condotta da una classe dirigente quasi immutabile e sempre determinata nel perseguire l’obiettivo del rafforzamento dell’autogoverno.

L’attuale presidente provinciale Kompatscher, in carica da quattro anni, è solo il quinto presidente dal 1948, naturalmente tutti espressione del partito popolare sudtirolese (Svp), il partito della minoranza di lingua tedesca (e ladina). A Roma, i pochi voti dei parlamentari Svp sono stati quasi sempre decisivi per le varie maggioranze, ma mai un rappresentante Svp ha assunto cariche di governo o di sottogoverno sul piano nazionale: la merce di scambio sono sempre e solo nuove competenze per la Provincia, con l’obiettivo della Vollautonomie, l’autonomia totale, l’edificazione graduale di un’indipendenza fattuale senza scomodare l’autodeterminazione esterna.

L’autonomia negoziata passo per passo è stata teorizzata dal padre della patria sudtirolese, Silvius Magnago, che la descriveva come un cammino nel quale raccogliere tutti i fiori lungo il percorso. Nuove competenze sono state conseguite attraverso l’abbondante ricorso alle norme di attuazione dello statuto di autonomia, l’arma più potente a disposizione delle regioni a statuto speciale ma che solo l’Alto Adige (e il Trentino a traino) ha saputo utilizzare con abbondanza e intelligenza: 178 quelle approvate, a fronte delle 27 per la Sardegna, meno ancora per la Sicilia. Molte di tali norme sono di fatto andate oltre le previsioni stesse dello statuto: competenza su insegnanti, energia, strade, caccia, personale della giustizia. Toccando anche aspetti simbolici e non solo: la nomina politica dei magistrati del tribunale amministrativo, il Parco dello Stelvio (creazione «fascista» e ora provincializzato dopo decenni di tentativi), a breve forse la toponomastica non più sempre bilingue.

L’Alto Adige ha saputo sfruttare l’autonomia come nessun altro territorio in Italia, e con pochi eguali al mondo. Nel giro di pochi anni è riuscito a passare da zona povera e depressa ad una delle regioni più ricche d’Europa. Una dinamica che fa da sfondo all’ottimo romanzo di Francesca Melandri Eva dorme. Il bilancio provinciale è stato in crescita costante dal 1948 al 2010, raddoppiando tra il 1995 e il 2005, gli anni dell’abbondanza maggiore. Dopo una contrazione dovuta alla crisi economica e a tagli unilaterali imposti dal governo centrale, cui si è posto rimedio con un nuovo regime di relazioni finanziarie nel 2014, dal 2015 il bilancio ha ripreso a salire, recuperando rispetto al periodo pre-crisi. Quello del 2017 è di 5,636 miliardi, oltre 200 milioni in più del massimo raggiunto nel 2009. Dopo essere stato a lungo un percettore netto, da qualche anno l’Alto Adige contribuisce alla perequazione finanziaria nazionale, versando più di quanto riceve.

Già, ma altrove non lo sanno, e faticano a crederci. Dopo decenni in cui la disinformazione sull’Alto Adige giocava a favore, oggi rischia di ritorcersi contro. Recentemente la giunta provinciale ha assunto un esperto di marketing per dirigere l’agenzia di stampa provinciale col compito esplicito di migliorare l’informazione sull’Alto Adige in Italia. Già, «in Italia», perché il paradigma implicito radicatosi nella narrazione collettiva dell’Alto Adige, anche tra gli italiani, è di essere diverso dal resto d’Italia.

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Intervista sulle condizioni carcerarie italiane e sulla V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento

Intervista a Francesco Palermo sulle condizioni carcerarie italiane e sulla “V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento” (14 aprile 2017)

http://www.radioradicale.it/scheda/506109/intervista-a-francesco-palermo-sulle-condizioni-carcerarie-italiane-e-sulla-v-marcia

La Corte Costituzionale può introdurre il ricorso diretto di costituzionalità? Non potrebbe e non dovrebbe.

corte-costituzionalePare che tutto si decida il 24 gennaio. La Corte Suprema britannica dovrà stabilire se il Parlamento dovrà votare la notifica del recesso dall’Unione europea. La Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale. La debolezza della politica è ormai tale per cui si attende messianicamente la decisione, e il Parlamento cincischia aspettando il giudizio. Ma nessuno sembra porsi la questione giuridica più elementare, ossia se la Corte sia competente a decidere il caso. Come ricorda qui il sempre ottimo Roberto Bin, la questione non si presta affatto ad un giudizio di costituzionalità. Si tratta di fatto di un ricorso diretto e preventivo, privo di un interesse immediato e della lesione di un diritto. Ma tant’è, l’emergenza non dichiarata in cui da tempo la vita istituzionale si trova finisce per giustificare un intervento in supplenza, stravolgendo l’ordine delle fonti, perché il soggetto legittimato a decidere non lo fa. Era già successo con la sentenza 1/2014 sulla precedente legge elettorale (dove pure l’ammissibilità della questione era maggiormente sostenibile rispetto ad oggi), e succederà stavolta. Certo, una legge che prevede il ballottaggio in un sistema in cui sono due camere a dare la fiducia al governo non è direttamente incostituzionale, ma lo è indirettamente in quanto illogica. Perché nulla può garantire che al ballottaggio vadano alla camera il partito o schieramento A e B e al Senato C e D. Ma per il resto, come potrebbe la Corte inventarsi un sistema elettorale? Sono tempi difficili per lo Stato di diritto, un po’ ovunque. Meglio osservare con il dovuto interesse (e la dovuta apprensione) cosa decideranno i giudici di Londra…

Intervista: “I sudtirolesi hanno vinto. Non esagerino.”

aa-20161126(intervista a Francesco Palermo a cura di Francesca Gonzato pubblicata il 26/11/2016 sul quotidiano “Alto Adige”)

Francesco Palermo, il clima surriscaldato, i compiti a casa per tutti, «per chi li ha fatti e deve proseguire e chi, in casa sudtirolese, non ha nemmeno iniziato». Senatore del Gruppo per le autonomie e professore di Diritto costituzionale, Palermo non interviene di frequente sui temi «etnici».

Quindi, se questa volta ne ha voglia, significa che qualcosa accade.

«Nei momenti in cui ci si scalda troppo, meglio stare calmi, evitare scivoloni e approfittare per fare il punto su dove siamo. Ci sono tendenze a livello planetario di esasperazione delle tensioni interetniche. E c’è la tendenza di tutti ad assecondarle. Risultato, si perde di vista ciò che è causa e ciò che è effetto. La politica tradizionale, cioè chi si trova in posizioni di governo (vale da Renzi a Kompatscher, alla sindaca Raggi del M5S) ha una possibilità di incidere paradossalmente minore. In una fase dominata dal mal di pancia e dall’odio sul web, chi ha ruoli di governo viene messo con le spalle al muro e scatta il meccanismo che lo porta a lisciare il pelo a queste tendenze. E’ così che nascono gli errori di cui si sta discutendo».

L’elenco.

«Dalla mozione sulla toponomastica al cerimoniale per l’accoglienza a Juncker organizzato con i soli Schützen per arrivare all’errore grave, sottovalutato, sulla Convenzione per l’autonomia, lanciata e poi lasciata andare da sola. Gli italiani sono rimasti largamente alla finestra, mentre altri (la destra tedesca) la stanno prendendo sul serio. Sono errori anche tattici. Si accarezza il pelo agli estremismi, ma gli Schützen, volendo, potrebbero rovesciare Kompatscher».

Sta esagerando.

«Dico che bisogna tenere presente il quadro intero. Ci sono delle cause e c’è l’effetto. Altrimenti si finisce per dire “sono tutti nazisti, anche la Svp”».

È un fatto che i cosiddetti errori hanno lanciato un segnale di sdoganamento verso destra. Risultato, sono partiti i mastini. I toni pesanti, sono diventati pesantissimi. Gli italiani, equiparati a lavoratori stranieri che devono adeguarsi.

«I provocatori provocano. È il loro mestiere. Come impariamo noi genitori, non sempre si deve dare retta. Vale anche per i politici e per i media».

In realtà da anni la parte italiana sembra avere ridotto la propria capacità di reazione, così l’asticella delle richieste e delle rivendicazioni si alza. È di questo che viene accusato il Pd. La segretaria Di Fede l’ha detto l’altro giorno: non si può essere sempre dialoganti.

«Il linguaggio di oggi sarebbe stato impensabile dieci anni fa. È vero che la “responsabilità” comporta dei rischi. Non bisogna rispondere sempre, ma qualche paletto va posto. La proposta di Tommasini alla Svp per una moratoria sulle mozioni etniche in consiglio provinciale è un passo intelligente».

Lo strappo istituzionale di Kompatscher sull’accoglienza a Juncker ha provocato una nota della Commissaria del governo al ministero. Nemmeno una settimana dopo il governo approva le due norme di attuazione sulla caccia e accoglie l’emendamento al bilancio che sblocca l’avanzo di amministrazione: 1,4 miliardi a disposizione della Provincia fino al 2030. Il messaggio lanciato da Roma a Bolzano è chiaro: fate pure…

«Sì, l’impressione è questa. Inutile girarci intorno. D’altronde sono meccanismi lenti. Magari la risposta arriverà in un altro momento, con altri modi».

Di fatto mancano i contrappesi. Il gruppo italiano in Alto Adige è debole, anche politicamente…

«E i rapporti con lo Stato vengono tenuti direttamente dalla Svp, senza mediazioni. E siamo arrivati al disagio degli italiani…».

Sì.

«Non è solo un problema di élite e di politica debole. C’è una frammentazione dovuta al fatto che come italiani non ci aggreghiamo per linee etniche. Ciò ha consentito di superare il conflitto: se una parte non combatte, non c’è guerra. Bene, dunque, ma ora questi valori vanno esportati, parlando tedesco, non urlando, dimostrando capacità, lavorando in modo meno irascibile e più incisivo».

Si dice molto ciò che devono fare i bravi italiani. Si parla meno di ciò che dovrebbe essere fatto nel gruppo tedesco. Certe frasi di questi giorni, talmente piene di disprezzo, dimostrano che per alcuni la ferita è aperta. Non c’è alcun lavoro di elaborazione, a distanza di un secolo.

«Perché ci guadagnano… I sudtirolesi devono essere generosi. Sono la maggioranza economica, politica, culturale e sociale. Sono una maggioranza vincente con il complesso della minoranza. La partita è stata vinta dal gruppo tedesco, che deve imparare a vincere. Stravincere fa male. È un percorso da fare insieme».

Con questa assenza di contrappesi, non è un rischio la clausola di salvaguardia nella riforma costituzionale, che ci avvicina alla autonomia integrale?

«Secondo me no, perché è la tessera di un mosaico. Dipenderà molto da cosa metteremo nel nuovo Statuto».

E se in Austria vincesse Hofer, paladino della nostra destra tedesca? Già parla di referendum anti Ue.

«Come Trump, probabilmente farebbe cose diverse da ciò che dice in campagna elettorale. Ma è ovvio che si aprirebbe una fase molto difficile per tutta l’Europa e per noi in Alto Adige. Servirebbe sangue freddo, altro che».