Il voto del Parlamento europeo sull’Ungheria. Tanto fumo, poco arrosto e troppi deficit strutturali.

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4482) il 24 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare la violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e la conseguente persistente minaccia allo Stato di diritto.

Il voto è stato definito “storico” su tutti i principali media europei, e certamente lo è in quanto è il primo che il Parlamento europeo esprime ai sensi dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Lo è anche per le sue indubbie conseguenze politiche, a partire dalla spaccatura che ha provocato all’interno del Partito popolare europeo (Ppe), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. Com’è noto, la maggioranza (115) dei 219 parlamentari del Ppe ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione (i favorevoli sono stati 448). Tra i voti popolari a favore quelli della Övp del presidente di turno austriaco del Consiglio europeo Kurz, e quello del capogruppo Manfred Weber, possibile Spitzenkandidat dei popolari alle imminenti elezioni europee, che sembra così scegliere la “linea Merkel” anziché la “linea Orbán”. Tra i 57 contrari, i voti degli eurodeputati di Forza Italia, che in pieno spirito europeista hanno adottato una decisione tutta in prospettiva nazionale, per non acuire le distanze dalla Lega, gran sostenitrice di Orbán.

Paradossalmente, però, un voto che vuole significare una reazione d’orgoglio del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del Ppe), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al Parlamento europeo subito prima del voto.

In secondo luogo, la procedura è stata attivata con molto ritardo. Il percorso di creazione di una “democrazia illiberale” (parole di Orbán) è in atto in Ungheria dal 2010, quando Fidesz e il suo leader indiscusso hanno assunto il potere, modificando immediatamente la costituzione (2011) e dedicandosi successivamente allo smantellamento dello stato di diritto. Queste violazioni sono state accertate già da tempo da organismi quali la Commissione di Venezia, e il Parlamento arriva già tardi. Figurarsi se e quando si dovesse esprimere il Consiglio, che è l’organo che ha l’ultima parola in merito.

Terzo, il voto si presta alla facile accusa di esprimere la politica dei doppi standard già da tempo criticata nell’Europa centro-orientale. Perché l’Ungheria sì e altri stati che seguono il medesimo corso come la Polonia invece no, o almeno non ancora? È forse una questione di dimensioni e di peso politico, anche all’interno delle istituzioni europee? L’utilizzo strumentale di questo argomento può facilmente aumentare il vittimismo che in molti Paesi (Italia compresa) si sta diffondendo nei confronti dell’Unione europea, fomentato con piacere da chi il progetto europeo intende sabotare.

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Intervista di chiusura dell’esperienza politica – Interview zum Ende meiner Erfahrung in der aktiven Politik

Un’intervista di chiusura dell’esperienza politica a commento dei risultati elettorali. Queste pagine continueranno ad essere dedicate al mio lavoro, ma questo sarà fatto di studio. Il che non significa non seguire e non commentare gli eventi, anche politici. Significa poter fare meglio quanto ho sempre cercato di fare in questi anni: guardare agli aspetti strutturali più che a quelli contingenti, nella convinzione che solo comprendendo i primi si possa incidere sui secondi.

Ein Interview zum Ende meiner Erfahrung in der aktiven Politik, in dem ich die Wahlergebnisse kommentiere. Diese Seite wird weiterhin meiner Arbeit gewidmet sein, die jetzt gänzlich die Wissenschaft sein wird. Dies bedeutet aber nicht, dass ich nicht weiterhin Ereignisse, auch politische, verfolgen und kommentieren werde. Es bedeutet vielmehr, dass ich besser machen kann, was ich in diesen Jahren stets versucht habe zu machen, nämlich mich viel mehr auf die strukturellen Aspekte zu fokussieren als auf irgendwelche punktuelle Punkte, denn ich bin der Überzeugung, dass man zweitere nur beeinflussen kann, wenn man erstere gut versteht.

 

 

Rompere ciò che funziona?

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4204) il 21 dicembre 2017)

Probabilmente non si realizzerà, ma i suoi effetti li ha già prodotti. È la previsione, contenuta nell’accordo di coalizione tra ÖVP e FPÖ su cui si è costituito il nuovo governo federale austriaco, di garantire “ai sudtirolesi la possibilità di ottenere, in aggiunta a quella italiana, la cittadinanza austriaca”. Il tema non è nuovo, e a livello declamatorio è sempre stato una richiesta da parte del partito di governo in Alto Adige (la SVP) e mai osteggiato dal partito popolare austriaco (ÖVP). Il tutto nel tacito assunto che le priorità fossero sempre altre e che, anche per l’opposizione di altri partiti austriaci, non ci fossero le condizioni politiche per realizzare questa “questione di cuore” (com’è ufficialmente definita dalla SVP).

Ma ora le condizioni politiche sono cambiate. Il baricentro politico a Vienna si è nettamente spostato a destra, dopo le elezioni di settembre e ancor più con la formazione del governo con la presenza dei liberalnazionali della FPÖ – quando la medesima coalizione si costituì nel 2000 scattarono le sanzioni europee, oggi quel partito ha la vicecancelleria e i ministeri dell’interno, degli esteri, della difesa, delle infrastrutture, della salute e del sociale. E così la concessione del doppio passaporto è stata inserita nel programma di governo, come promesso dalla FPÖ ai partiti secessionisti dell’Alto Adige. Mettendo in imbarazzo la SVP, suscitando reazioni molto preoccupate in Italia e soprattutto rischiando di impattare pesantemente sui delicati equilibri della convivenza in Alto Adige.

Perché è improbabile che la proposta si realizzi? Perché comporterebbe una serie di complessi problemi giuridici con sicuri strascichi giudiziari. In primis in chiave interna. L’ordinamento austriaco non prevede la doppia cittadinanza: come si giustificherebbe sul piano costituzionale una deroga solo per la provincia di Bolzano – e solo per gli appartenenti ai gruppi linguistici tedesco e ladino? Quali diritti e doveri comporterebbe in concreto la cittadinanza? Concedere il diritto di voto implicherebbe la creazione di un collegio estero, con conseguente modifica dell’art. 26 della costituzione federale (per la quale la nuova coalizione non ha la maggioranza); negarlo comporterebbe una discriminazione difficilmente giustificabile tra cittadini austriaci. Analogamente per il servizio di leva, che è obbligatorio: basterebbe la residenza all’estero per giustificare un diverso trattamento tra cittadini austriaci? Allora chi risiede in Austria dovrebbe prestarlo per forza? Sorgerebbero poi una serie di altre questioni tecniche, legate all’accesso a determinate prestazioni sociali o al regime fiscale. Senza contare che esistono già norme che garantiscono ai sudtirolesi l’equiparazione rispetto ai cittadini austriaci: non solo le norme europee, ma anche norme interne per casi specifici, come l’ammissione all’università o lo stesso accesso facilitato alla cittadinanza per chi viva e lavori in Austria.

Ci sarebbero poi serie difficoltà internazionali. Vero è che la concessione della cittadinanza è competenza esclusiva di ciascuno stato, ma esistono principi di diritto internazionale, legati alle buone relazioni tra Stati confinanti e alla tutela delle minoranze, che si oppongono alla concessione unilaterale della cittadinanza in massa su base etnica (la codificazione del soft law in materia si trova, paradossalmente, proprio nelle “Bolzano/Bozen Recommendations on National Minorities in Interstate Relations” dell’OSCE del 2008). Senza contare gli interessi economici e geopolitici che legano l’Austria all’Italia. Tanto che il Cancelliere Kurz ha subito frenato, affermando che la concessione della cittadinanza potrà avvenire solo in stretta colaborazione con l’Italia.

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Francesco Palermo: “In die Falle getappt”

(Interview von Matthias Kofler, veröffentlicht in der Neuen Südtiroler Tageszeitung, 30. September 2017, S. 2-3)

Tageszeitung: Herr Senator, die Katalanen wollen am Sonntag in einer Volksabstimmung über ihre Unabhängigkeit von der spanischen Monarchie abstimmen. Wird das Referendum überhaupt stattfinden?

Francesco Palermo: In irgendeiner Form schon! Ich bezweifle aber stark, dass man mit diesem Referendum zu einem vernünftigen Ergebnis kommen kann auch wenn die katalanische Regierung mit aller Kraft versuchen wird, eine gewisse Legitimation für das Referendum zu schaffen.

Sie sind gegen das Referendum?

Ich persönlich bin absolut nicht gegen die Unabhängigkeit, aber gegen dieses Referendum ich vertrete also die gegenteilige Meinung der meisten anderen (lacht). Es ist heutzutage durchaus möglich, dass sich neue Staaten bilden. Dies muss aber in einem verfassungsrechtlichen und in einem verfahrensrechtlichen Prozess geschehen. In Katalonien ist dies nicht der Fall! Auch wenn das Referendum am Sonntag reibungslos ablaufen würde, kann es nicht klappen, weil ihm der verfassungs- und verfahrensrechtliche Rahmen fehlt. Man kann nicht von einem Tag auf den anderen ein Unabhängigkeitsreferendum ohne Quorum und ohne qualifizierte Mehrheit abhalten, weil dieses keine demokratische Legitimation hätte. Hier wird eine Art „golpe“ (spanisch für Staatsstreich), ja eine Revolution durchgeführt.

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Senza Ius soli democrazia più povera (editoriale di Luigi Manconi)

La decisione della conferenza dei capigruppo del senato di non calendarizzare la legge di riforma della cittadinanza (giornalisticamente ed erroneamente definita jus soli) è triste e negativa. Triste perché prende atto della realtà – la mancanza dei ‘numeri’ in aula – che è una realtà triste. Negativa perché la mancata approvazione del provvedimento produrrà proprio gli effetti temuti dai detrattori. Molto di quanto avrei voluto dire è stato ben scritto in questo articolo da Luigi Manconi.

 

Editoriale di Luigi Manconi, il Manifesto, 13 settembre 2017 – https://ilmanifesto.it/senza-ius-soli-democrazia-piu-povera/

Viaggio in Italia: L’Alto Adige

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3926) il 24 maggio 2017)

L’Alto Adige? Balconi fioriti, panorami mozzafiato, ordine, pulizia, sicurezza, elevato tenore di vita, buona amministrazione. «Certo, con tanti soldi sono bravi tutti». «E poi sono tedeschi, quindi efficienti e onesti».

Vista dall’Italia la Provincia autonoma di Bolzano appare più o meno come il mondo di Heidi. Tanti stereotipi, per lo più positivi, conditi da una discreta dose di invidia. Proprio la diffusa disinformazione nel resto del Paese rispetto alle questioni e alle dinamiche locali ha consentito alla politica altoatesina di edificare un’autonomia quasi totale. Costruita sulla negoziazione bilaterale con il governo di turno, poco preparato e poco interessato, condotta da una classe dirigente quasi immutabile e sempre determinata nel perseguire l’obiettivo del rafforzamento dell’autogoverno.

L’attuale presidente provinciale Kompatscher, in carica da quattro anni, è solo il quinto presidente dal 1948, naturalmente tutti espressione del partito popolare sudtirolese (Svp), il partito della minoranza di lingua tedesca (e ladina). A Roma, i pochi voti dei parlamentari Svp sono stati quasi sempre decisivi per le varie maggioranze, ma mai un rappresentante Svp ha assunto cariche di governo o di sottogoverno sul piano nazionale: la merce di scambio sono sempre e solo nuove competenze per la Provincia, con l’obiettivo della Vollautonomie, l’autonomia totale, l’edificazione graduale di un’indipendenza fattuale senza scomodare l’autodeterminazione esterna.

L’autonomia negoziata passo per passo è stata teorizzata dal padre della patria sudtirolese, Silvius Magnago, che la descriveva come un cammino nel quale raccogliere tutti i fiori lungo il percorso. Nuove competenze sono state conseguite attraverso l’abbondante ricorso alle norme di attuazione dello statuto di autonomia, l’arma più potente a disposizione delle regioni a statuto speciale ma che solo l’Alto Adige (e il Trentino a traino) ha saputo utilizzare con abbondanza e intelligenza: 178 quelle approvate, a fronte delle 27 per la Sardegna, meno ancora per la Sicilia. Molte di tali norme sono di fatto andate oltre le previsioni stesse dello statuto: competenza su insegnanti, energia, strade, caccia, personale della giustizia. Toccando anche aspetti simbolici e non solo: la nomina politica dei magistrati del tribunale amministrativo, il Parco dello Stelvio (creazione «fascista» e ora provincializzato dopo decenni di tentativi), a breve forse la toponomastica non più sempre bilingue.

L’Alto Adige ha saputo sfruttare l’autonomia come nessun altro territorio in Italia, e con pochi eguali al mondo. Nel giro di pochi anni è riuscito a passare da zona povera e depressa ad una delle regioni più ricche d’Europa. Una dinamica che fa da sfondo all’ottimo romanzo di Francesca Melandri Eva dorme. Il bilancio provinciale è stato in crescita costante dal 1948 al 2010, raddoppiando tra il 1995 e il 2005, gli anni dell’abbondanza maggiore. Dopo una contrazione dovuta alla crisi economica e a tagli unilaterali imposti dal governo centrale, cui si è posto rimedio con un nuovo regime di relazioni finanziarie nel 2014, dal 2015 il bilancio ha ripreso a salire, recuperando rispetto al periodo pre-crisi. Quello del 2017 è di 5,636 miliardi, oltre 200 milioni in più del massimo raggiunto nel 2009. Dopo essere stato a lungo un percettore netto, da qualche anno l’Alto Adige contribuisce alla perequazione finanziaria nazionale, versando più di quanto riceve.

Già, ma altrove non lo sanno, e faticano a crederci. Dopo decenni in cui la disinformazione sull’Alto Adige giocava a favore, oggi rischia di ritorcersi contro. Recentemente la giunta provinciale ha assunto un esperto di marketing per dirigere l’agenzia di stampa provinciale col compito esplicito di migliorare l’informazione sull’Alto Adige in Italia. Già, «in Italia», perché il paradigma implicito radicatosi nella narrazione collettiva dell’Alto Adige, anche tra gli italiani, è di essere diverso dal resto d’Italia.

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Intervista sulle condizioni carcerarie italiane e sulla V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento

Intervista a Francesco Palermo sulle condizioni carcerarie italiane e sulla “V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento” (14 aprile 2017)

http://www.radioradicale.it/scheda/506109/intervista-a-francesco-palermo-sulle-condizioni-carcerarie-italiane-e-sulla-v-marcia