Viaggio in Italia: L’Alto Adige

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3926) il 24 maggio 2017)

L’Alto Adige? Balconi fioriti, panorami mozzafiato, ordine, pulizia, sicurezza, elevato tenore di vita, buona amministrazione. «Certo, con tanti soldi sono bravi tutti». «E poi sono tedeschi, quindi efficienti e onesti».

Vista dall’Italia la Provincia autonoma di Bolzano appare più o meno come il mondo di Heidi. Tanti stereotipi, per lo più positivi, conditi da una discreta dose di invidia. Proprio la diffusa disinformazione nel resto del Paese rispetto alle questioni e alle dinamiche locali ha consentito alla politica altoatesina di edificare un’autonomia quasi totale. Costruita sulla negoziazione bilaterale con il governo di turno, poco preparato e poco interessato, condotta da una classe dirigente quasi immutabile e sempre determinata nel perseguire l’obiettivo del rafforzamento dell’autogoverno.

L’attuale presidente provinciale Kompatscher, in carica da quattro anni, è solo il quinto presidente dal 1948, naturalmente tutti espressione del partito popolare sudtirolese (Svp), il partito della minoranza di lingua tedesca (e ladina). A Roma, i pochi voti dei parlamentari Svp sono stati quasi sempre decisivi per le varie maggioranze, ma mai un rappresentante Svp ha assunto cariche di governo o di sottogoverno sul piano nazionale: la merce di scambio sono sempre e solo nuove competenze per la Provincia, con l’obiettivo della Vollautonomie, l’autonomia totale, l’edificazione graduale di un’indipendenza fattuale senza scomodare l’autodeterminazione esterna.

L’autonomia negoziata passo per passo è stata teorizzata dal padre della patria sudtirolese, Silvius Magnago, che la descriveva come un cammino nel quale raccogliere tutti i fiori lungo il percorso. Nuove competenze sono state conseguite attraverso l’abbondante ricorso alle norme di attuazione dello statuto di autonomia, l’arma più potente a disposizione delle regioni a statuto speciale ma che solo l’Alto Adige (e il Trentino a traino) ha saputo utilizzare con abbondanza e intelligenza: 178 quelle approvate, a fronte delle 27 per la Sardegna, meno ancora per la Sicilia. Molte di tali norme sono di fatto andate oltre le previsioni stesse dello statuto: competenza su insegnanti, energia, strade, caccia, personale della giustizia. Toccando anche aspetti simbolici e non solo: la nomina politica dei magistrati del tribunale amministrativo, il Parco dello Stelvio (creazione «fascista» e ora provincializzato dopo decenni di tentativi), a breve forse la toponomastica non più sempre bilingue.

L’Alto Adige ha saputo sfruttare l’autonomia come nessun altro territorio in Italia, e con pochi eguali al mondo. Nel giro di pochi anni è riuscito a passare da zona povera e depressa ad una delle regioni più ricche d’Europa. Una dinamica che fa da sfondo all’ottimo romanzo di Francesca Melandri Eva dorme. Il bilancio provinciale è stato in crescita costante dal 1948 al 2010, raddoppiando tra il 1995 e il 2005, gli anni dell’abbondanza maggiore. Dopo una contrazione dovuta alla crisi economica e a tagli unilaterali imposti dal governo centrale, cui si è posto rimedio con un nuovo regime di relazioni finanziarie nel 2014, dal 2015 il bilancio ha ripreso a salire, recuperando rispetto al periodo pre-crisi. Quello del 2017 è di 5,636 miliardi, oltre 200 milioni in più del massimo raggiunto nel 2009. Dopo essere stato a lungo un percettore netto, da qualche anno l’Alto Adige contribuisce alla perequazione finanziaria nazionale, versando più di quanto riceve.

Già, ma altrove non lo sanno, e faticano a crederci. Dopo decenni in cui la disinformazione sull’Alto Adige giocava a favore, oggi rischia di ritorcersi contro. Recentemente la giunta provinciale ha assunto un esperto di marketing per dirigere l’agenzia di stampa provinciale col compito esplicito di migliorare l’informazione sull’Alto Adige in Italia. Già, «in Italia», perché il paradigma implicito radicatosi nella narrazione collettiva dell’Alto Adige, anche tra gli italiani, è di essere diverso dal resto d’Italia.

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Intervista sulle condizioni carcerarie italiane e sulla V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento

Intervista a Francesco Palermo sulle condizioni carcerarie italiane e sulla “V Marcia di Pasqua per l’Amnistia, la Giustizia, lo Stato di Diritto promossa dal Partito Radicale Nonviolento” (14 aprile 2017)

http://www.radioradicale.it/scheda/506109/intervista-a-francesco-palermo-sulle-condizioni-carcerarie-italiane-e-sulla-v-marcia

La Corte Costituzionale può introdurre il ricorso diretto di costituzionalità? Non potrebbe e non dovrebbe.

corte-costituzionalePare che tutto si decida il 24 gennaio. La Corte Suprema britannica dovrà stabilire se il Parlamento dovrà votare la notifica del recesso dall’Unione europea. La Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale. La debolezza della politica è ormai tale per cui si attende messianicamente la decisione, e il Parlamento cincischia aspettando il giudizio. Ma nessuno sembra porsi la questione giuridica più elementare, ossia se la Corte sia competente a decidere il caso. Come ricorda qui il sempre ottimo Roberto Bin, la questione non si presta affatto ad un giudizio di costituzionalità. Si tratta di fatto di un ricorso diretto e preventivo, privo di un interesse immediato e della lesione di un diritto. Ma tant’è, l’emergenza non dichiarata in cui da tempo la vita istituzionale si trova finisce per giustificare un intervento in supplenza, stravolgendo l’ordine delle fonti, perché il soggetto legittimato a decidere non lo fa. Era già successo con la sentenza 1/2014 sulla precedente legge elettorale (dove pure l’ammissibilità della questione era maggiormente sostenibile rispetto ad oggi), e succederà stavolta. Certo, una legge che prevede il ballottaggio in un sistema in cui sono due camere a dare la fiducia al governo non è direttamente incostituzionale, ma lo è indirettamente in quanto illogica. Perché nulla può garantire che al ballottaggio vadano alla camera il partito o schieramento A e B e al Senato C e D. Ma per il resto, come potrebbe la Corte inventarsi un sistema elettorale? Sono tempi difficili per lo Stato di diritto, un po’ ovunque. Meglio osservare con il dovuto interesse (e la dovuta apprensione) cosa decideranno i giudici di Londra…

Intervista: “I sudtirolesi hanno vinto. Non esagerino.”

aa-20161126(intervista a Francesco Palermo a cura di Francesca Gonzato pubblicata il 26/11/2016 sul quotidiano “Alto Adige”)

Francesco Palermo, il clima surriscaldato, i compiti a casa per tutti, «per chi li ha fatti e deve proseguire e chi, in casa sudtirolese, non ha nemmeno iniziato». Senatore del Gruppo per le autonomie e professore di Diritto costituzionale, Palermo non interviene di frequente sui temi «etnici».

Quindi, se questa volta ne ha voglia, significa che qualcosa accade.

«Nei momenti in cui ci si scalda troppo, meglio stare calmi, evitare scivoloni e approfittare per fare il punto su dove siamo. Ci sono tendenze a livello planetario di esasperazione delle tensioni interetniche. E c’è la tendenza di tutti ad assecondarle. Risultato, si perde di vista ciò che è causa e ciò che è effetto. La politica tradizionale, cioè chi si trova in posizioni di governo (vale da Renzi a Kompatscher, alla sindaca Raggi del M5S) ha una possibilità di incidere paradossalmente minore. In una fase dominata dal mal di pancia e dall’odio sul web, chi ha ruoli di governo viene messo con le spalle al muro e scatta il meccanismo che lo porta a lisciare il pelo a queste tendenze. E’ così che nascono gli errori di cui si sta discutendo».

L’elenco.

«Dalla mozione sulla toponomastica al cerimoniale per l’accoglienza a Juncker organizzato con i soli Schützen per arrivare all’errore grave, sottovalutato, sulla Convenzione per l’autonomia, lanciata e poi lasciata andare da sola. Gli italiani sono rimasti largamente alla finestra, mentre altri (la destra tedesca) la stanno prendendo sul serio. Sono errori anche tattici. Si accarezza il pelo agli estremismi, ma gli Schützen, volendo, potrebbero rovesciare Kompatscher».

Sta esagerando.

«Dico che bisogna tenere presente il quadro intero. Ci sono delle cause e c’è l’effetto. Altrimenti si finisce per dire “sono tutti nazisti, anche la Svp”».

È un fatto che i cosiddetti errori hanno lanciato un segnale di sdoganamento verso destra. Risultato, sono partiti i mastini. I toni pesanti, sono diventati pesantissimi. Gli italiani, equiparati a lavoratori stranieri che devono adeguarsi.

«I provocatori provocano. È il loro mestiere. Come impariamo noi genitori, non sempre si deve dare retta. Vale anche per i politici e per i media».

In realtà da anni la parte italiana sembra avere ridotto la propria capacità di reazione, così l’asticella delle richieste e delle rivendicazioni si alza. È di questo che viene accusato il Pd. La segretaria Di Fede l’ha detto l’altro giorno: non si può essere sempre dialoganti.

«Il linguaggio di oggi sarebbe stato impensabile dieci anni fa. È vero che la “responsabilità” comporta dei rischi. Non bisogna rispondere sempre, ma qualche paletto va posto. La proposta di Tommasini alla Svp per una moratoria sulle mozioni etniche in consiglio provinciale è un passo intelligente».

Lo strappo istituzionale di Kompatscher sull’accoglienza a Juncker ha provocato una nota della Commissaria del governo al ministero. Nemmeno una settimana dopo il governo approva le due norme di attuazione sulla caccia e accoglie l’emendamento al bilancio che sblocca l’avanzo di amministrazione: 1,4 miliardi a disposizione della Provincia fino al 2030. Il messaggio lanciato da Roma a Bolzano è chiaro: fate pure…

«Sì, l’impressione è questa. Inutile girarci intorno. D’altronde sono meccanismi lenti. Magari la risposta arriverà in un altro momento, con altri modi».

Di fatto mancano i contrappesi. Il gruppo italiano in Alto Adige è debole, anche politicamente…

«E i rapporti con lo Stato vengono tenuti direttamente dalla Svp, senza mediazioni. E siamo arrivati al disagio degli italiani…».

Sì.

«Non è solo un problema di élite e di politica debole. C’è una frammentazione dovuta al fatto che come italiani non ci aggreghiamo per linee etniche. Ciò ha consentito di superare il conflitto: se una parte non combatte, non c’è guerra. Bene, dunque, ma ora questi valori vanno esportati, parlando tedesco, non urlando, dimostrando capacità, lavorando in modo meno irascibile e più incisivo».

Si dice molto ciò che devono fare i bravi italiani. Si parla meno di ciò che dovrebbe essere fatto nel gruppo tedesco. Certe frasi di questi giorni, talmente piene di disprezzo, dimostrano che per alcuni la ferita è aperta. Non c’è alcun lavoro di elaborazione, a distanza di un secolo.

«Perché ci guadagnano… I sudtirolesi devono essere generosi. Sono la maggioranza economica, politica, culturale e sociale. Sono una maggioranza vincente con il complesso della minoranza. La partita è stata vinta dal gruppo tedesco, che deve imparare a vincere. Stravincere fa male. È un percorso da fare insieme».

Con questa assenza di contrappesi, non è un rischio la clausola di salvaguardia nella riforma costituzionale, che ci avvicina alla autonomia integrale?

«Secondo me no, perché è la tessera di un mosaico. Dipenderà molto da cosa metteremo nel nuovo Statuto».

E se in Austria vincesse Hofer, paladino della nostra destra tedesca? Già parla di referendum anti Ue.

«Come Trump, probabilmente farebbe cose diverse da ciò che dice in campagna elettorale. Ma è ovvio che si aprirebbe una fase molto difficile per tutta l’Europa e per noi in Alto Adige. Servirebbe sangue freddo, altro che».

Stellungnahme

Stellungnahme zum Artikel “Palermos Propaganda” vom 9. Oktober 2016 auf Tageszeitung.it (http://www.tageszeitung.it/2016/10/09/palermos-propaganda/)

Ich frage mich, ob Politik so aussehen soll. Ob die Suche nach medialer Aufmerksamkeit jeglichen Unsinn rechtfertigt. Wer von diesen Methoden Gebrauch macht, muss nicht weiter kommentiert werden,
und jegliche Antwort würde bedeuten, dass er ernst genommen wird.
Wenn wir uns daran gewöhnen, dass Politik auf diesem kulturellen Niveau und mit dieser Art von Methoden gemacht werden kann, gibt es keine Schutzklausel, die uns schützen kann. Viel Glück, Südtirol…

Intervista: “Regole troppo banali”

brexit

(intervista a Francesco Palermo a cura di Sarah Franzosini pubblicata il 22/06/2016 su http://salto.bz/article/22062016/regole-troppo-banali)

Il senatore Francesco Palermo, “convinto europeista”, sul referendum Brexit e i suoi limiti, i possibili scenari, i danni dell’euroscetticismo.

Alla vigilia di Brexit (“Britain exit”), il referendum per decidere se il Regno Unito debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla che si terrà domani giovedì 23 giugno, il dibattito si riaccende, mentre anche i due noti quotidiani inglesi si schierano: il Telegraph per il “leave”, lasciare, e il progressista The Guardian favorevole al “remain”, restare. Il primo ministro conservatore David Cameron, che ha sostenuto la campagna pro Europa, avverte: “Il voto sulla Brexit di dopodomani è una decisione cruciale per la Gran Bretagna”, sottolineando che per il Paese è meglio restare nell’Ue, perché sarà “più sicuro” e “più prospero economicamente”, mentre la scelta di uscire “sarà irreversibile”. I sondaggi, che restano comunque incerti, registrano un calo della Brexit al 26%, dal 43% di una settimana fa.

Palermo, quali saranno gli effetti per il Regno Unito e per gli altri paesi europei se la Gran Bretagna dovesse scegliere di uscire dall’UE? Nel breve medio-termine, dicono i dissenzienti, la “Brexit” causerebbe danni certi all’economia inglese ed europea.
Francesco Palermo: Le opinioni sono discordanti, c’è chi dice infatti che se il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea ci saranno effetti a breve termine ma che sul lungo termine tale eventualità potrebbe condurre a una certa convenienza, ci sono diverse valutazioni sull’impatto che questa decisione potrebbe avere sull’economia dell’eurozona. L’economia spiega sempre dopo e quasi mai prima, è quindi difficile stabilire a priori cosa accadrà realmente.

Fra gli altri significativo è stato l’appello di Der Spiegel ai britannici perché boccino Brexit, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha minacciato gli inglesi: “Se uscite non rientrerete”.
Con tutte le conseguenze del caso, visto che chi propende per l’uscita dall’UE non vuole un’Europa come proto-stato federale dominato dai tedeschi, un appello del genere rischia di avere l’effetto opposto.

C’è anche da dire che molte aziende che fanno affari in Europa hanno la loro sede nel Regno Unito e se ci sarà l’uscita dall’UE può darsi che molte di queste società decidano di ridurre il loro personale a Londra e trasferirlo direttamente sul continente.
È possibile, bisognerebbe vedere quali regole adotterebbe il Regno Unito per mantenere queste imprese e nei confronti dei lavoratori. Siccome gli affari interessano a tutti è inoltre immaginabile che vengano stilate delle regole che rendano lo status di queste e imprese e di questi lavoratori analogo a quello attuale, cosa che potrebbe comunque avverarsi in modo unilateale. Fra l’altro è stato proprio un caso britannico ad essere portato davanti alla Corte di giustizia, anni fa, quello della “one pound company”, era cioè possibile aprire la sede legale di un’impresa nel Regno Unito con una sterlina, il punto è che poi si lavorava in altri paesi. È evidente che le relazioni economiche non cesseranno.

In quanto all’Italia, la cui situazione dal punto di vista del debito pubblico e della disoccupazione è già notoriamente precaria, potrebbe accadere, in caso di Brexit, che gli investitori chiedano un premio al rischio più alto per acquistare il debito pubblico italiano, ovvero potrebbero chiedere di pagare tassi di interesse più alti, con un conseguente aumento dello spread. Il governatore della BCE, Mario Draghi, ha detto che la banca centrale è “preparata per ogni evenienza”, possiamo stare tranquilli, dunque?
Non credo, la situazione è molto complessa, senza contare che ogni volta che Draghi fa qualche dichiarazione la Germania si agita. Per “ogni evenienza” significa che per i tedeschi si va oltre il mandato della BCE. Le ricadute si propagano come i cerchi concentrici delle onde per cui le economie periferiche sono quelle che subiranno un impatto maggiore, quantomeno sul lungo periodo. Su quello breve probabilmente l’effetto principale si avrà su quelle zone economicamente legate al Regno Unito come l’Olanda o la stessa Germania. I referendum semplificano, però l’individuazione dei soggetti che hanno il potere di partecipare alla decisione rientra in una scelta politica. Perché, allora, mi verrebbe da chiedere in modo provocatorio, noi che siamo risparmiatori europei non possiamo dire la nostra? Ci si avvale di un sistema arcaico per prendere una decisione di questo tipo, perché non si tiene per niente conto delle interconnessioni che ormai si sono stabilite fra i vari paesi europei, anche di natura giuridica.

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Un problema europeo?

Rotta balcanica, sospensione di Schengen, emergenza rifugiati: riflessione sui confini d’Europa e su domande mal poste. Un occasional paper. 

(pubblicato sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso (www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Un-problema-europeo-171174) il 23 maggio 2016. Quest’occasional paper è stato pubblicato in una sua versione ridotta da La rivista il Mulino il 18 maggio 2016)

L’Europa muore o rinasce… o vivacchia? Il paradosso di Jean Monnet

“L’Europa muore o rinasce a Sarajevo” è il titolo di uno degli ultimi scritti di Alexander Langer, condensato in un documento firmato da molti intellettuali europei e consegnato ai capi di stato e di governo riuniti a Cannes. Era il 26 giugno del 1995 e una settimana dopo Langer si toglieva la vita sulle colline di Firenze. Aveva trovato la sua risposta al dilemma: l’Europa sarebbe morta a Sarajevo. Sarebbe morta non offrendo alla Bosnia la possibilità di aderire all’Unione europea. A distanza di 21 anni il paese non è ancora neppure candidato all’adesione.

L’Europa non è morta, o almeno non è morta allora. Nel decennio immediatamente successivo alla sua mancanza di coraggio di fronte alla crisi balcanica è anzi sembrata animata da una vitalità mai raggiunta in precedenza: il numero di paesi membri è più che raddoppiato, l’area Schengen si è allargata e intensificata, sono arrivati la moneta unica, la Carta dei diritti, il progetto di costituzione, le nuove competenze, la nuova struttura istituzionale. Poi di nuovo il riflusso, la crisi dell’eurozona, cui pure è seguita una nuova (per quanto questionabile) governance economica. Ora la crisi dei migranti, il crescente scetticismo politico, la lenta ma costante erosione delle spinte e delle forze politiche che hanno costruito il progetto europeo. Prime risposte arrivano dalla Commissione, sia rispetto alle richieste di proroga delle misure eccezionali ai confini richieste da sei stati, sia per una revisione del “sistema di Dublino”. La nuova sfida è peraltro già alle porte: il voto britannico sull’uscita dall’Unione.

L’inadeguatezza “dell’Europa”, la complessa architettura istituzionale dell’Unione, l’impossibilità di un duraturo compromesso tra singoli interessi nazionali e interessi europei sono diventati quasi degli slogan. Non per questo sono meno veri, anzi lo diventano ancor di più ogni qual volta vengono ripetuti. Meno ricordata ma non meno problematica è l’innata tensione tra il progetto tecnocratico e la spinta politica alla base del progetto europeo, che potremmo chiamare il paradosso di Jean Monnet: solo focalizzando sui profili tecnici (specie giuridici ed economici, e sul peso della burocrazia) è stato (ed è tuttora) possibile superare gli ostacoli politici al processo di integrazione, ma nel contempo senza uno slancio politico tale processo non può che rimanere esposto a tempeste di ogni tipo e reagire, nella migliore delle ipotesi, in modo troppo lento rispetto a quanto le sfide contemporanee richiedono.

Insomma, più che rinascere o morire di fronte alle crisi, l’Europa tende a vivacchiare, al più elaborando soluzioni parziali e tardive. Ciò accade non tanto per un’altra vulgata pericolosamente banale – quella secondo cui i leader del passato erano bravi e quelli di oggi sono scarsi – quanto per l’inevitabile struttura istituzionale di un’Unione così costruita e per il suo altrettanto inevitabile processo decisionale connaturato a tale struttura. L’impossibilità di funzionare diversamente da come funziona attira comprensibilmente all’Unione europea continue critiche, oltre a stimolare varie proposte per un nuovo slancio politico – ed è interessante che queste ultime (v. tra tante da ultimo https://www.socialeurope.eu/2016/05/need-reinvent-europe/) vengano soprattutto da ex leader politici, che forse rimpiangono l’epoca in cui avrebbero voluto ma non hanno potuto essere più incisivi, o forse più sottilmente si divertono ad alimentare lo stereotipo nostalgico, sperando di essere ricordati in futuro come quelli bravi a confronto degli scarsi di domani.

In definitiva, occorre chiedersi se le aspettative nei confronti “dell’Europa” e delle “soluzioni europee” non siano irrealisticamente elevate, frutto anch’esse del paradosso di Monnet. E non si faccia un migliore servizio all’efficacia delle soluzioni accontentandosi del bene piuttosto che del meglio. Se non altro per non alimentare facili e pericolose illusioni che tutto possa avere una “soluzione”.

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