Cosa terrorizza i tedeschi

(intervista di Sarah Franzosini, pubblicato su https://www.salto.bz/it/article/23092017/cosa-terrorizza-i-tedeschi il 23 settembre 2017)

Il senatore Francesco Palermo sulle elezioni in Germania, il rassicurante pragmatismo di Merkel, l’influenza dell’estrema destra e l’evergreen del „Keine Experimente“.

salto.bz: Senatore Palermo, domani (24 settembre) la Germania andrà alle urne. I sondaggi danno per vincente la CDU/CSU di Angela Merkel, dopo che l’“effetto Schulz”, candidato della SPD, si è di fatto sgonfiato. Non ci saranno sorprese, dunque?
Francesco Palermo: Non c’è dubbio su quale sarà il futuro partito di maggioranza ma la questione è come vincerà la CDU/CSU e quali saranno i risultati delle altre forze politiche in corsa, e di conseguenza quale coalizione si formerà. Da questo dipenderà anche la politica tedesca nei confronti dell’Europa. Le diverse opzioni sul tavolo sono essenzialmente due, una è un’alleanza con i liberali e un’altra la Große Koalition con i socialisti.

Scarta quindi la cosiddetta ipotesi “Jamaica”, ovvero una coalizione a tre tra CDU, i liberali della FDP e i Verdi?
Una possibilità molto improbabile perché i Verdi, nonostante il successo raccolto in passato, sembrano spariti dalla scena, non sono in effetti riusciti a posizionarsi in campagna elettorale pur potendo puntare su molti temi a loro cari, come l’ambiente e l’integrazione, ad esempio. Non si prevede quindi un risultato tale da porli come dei probabili partner di governo. A livello federale, poi, la CSU è piuttosto incompatibile con i Verdi che a loro volta non vanno d’accordo con i liberali.

La Große Koalition sarebbe auspicabile anche per l’Italia dal punto di vista delle relazioni con la Germania?
Assolutamente sì, la prosecuzione della Grande coalizione sarebbe l’ipotesi migliore per l’Italia dal momento che la politica sarebbe sicuramente quella di minore rigore economico nei confronti del nostro paese. Questa compagine di governo, che ha di fatto sempre amministrato bene, significherebbe in generale avere una politica più aperta verso la stessa UE. C’è tuttavia da sottolineare il fatto che una coalizione di questo genere penalizzi molto la SPD, che pagherebbe un tributo pesante in termini di consenso, molte voci interne al partito si chiedono infatti “perché dobbiamo portare il nostro expertise, la nostra capacità di governo, perché poi ne approfitti Angela Merkel?”. Il tema dei partner delle coalizioni, in ogni caso, va anche al di là della Germania, lo vediamo anche in Austria, in Italia, nello stesso Alto Adige: ritrovarsi in raggruppamenti di questo genere è deleterio, si viene di fatto schiacciati politicamente e si perde molto consenso.

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Aeroporto fattore di innovazione

flughafen bz

(di Stephan Ortner, Francesco Palermo, Harald Pechlaner, pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 27 maggio 2016Dieser Artikel wurde in deutscher, leicht abgeänderter Fassung am 24. Mai auf http://salto.bz/article/24052016/innovationsfaktor-flughafen veröffentlicht.)

Quello del 12 giugno per la popolazione altoatesina a prima vista è un “semplice” referendum consultivo. Ma nel voto è in gioco ben più della partecipazione della Provincia all’aeroporto di Bolzano. La decisione riguarda il rapporto del nostro territorio con l’innovazione economica e sociale, le modalità di conciliazione tra sviluppo e sostenibilità e in generale il modo di concepire l’autonomia del futuro e la società che vogliamo.

L’Alto Adige si avvia, anche se con ritardo, a diventare una regione della conoscenza, attraverso il sostegno allo sviluppo di imprese innovative, all’università, all’Eurac e ad altre istituzioni di ricerca. L’obiettivo è, tra l’altro, offrire ai giovani più promettenti delle interessanti opportunità professionali anche oltre i settori più consolidati quali il turismo, l’artigianato e l’agricoltura. Da troppo tempo la nostra terra paga un prezzo alto alla fuga dei cervelli, per l’alto numero di giovani che si formano all’estero e non tornano per mancanza di opportunità professionali interessanti, senza riuscire a compensare questo brain drain attirando da fuori personale qualificato in numero sufficiente. Nonostante l’elevata qualità della vita, l’attrattività del nostro territorio è ridotta dalla scarsa raggiungibilità.

La raggiungibilità – intesa in senso ampio, comprensiva non solo delle reti di trasporto, ma anche della connessione internet a banda larga – è e ancor più sarà un elemento cruciale per un territorio come l’Alto Adige. Perché è indispensabile per attirare ricercatori, imprenditori innovativi e i loro clienti, e turisti da ogni parte del mondo. Piaccia o meno, nella società contemporanea nessuno può più permettersi il lusso di impiegare dei giorni per raggiungere un luogo e ritornare a casa, né un territorio che voglia essere competitivo può permettersi di rinunciare al contributo di chi viene da lontano. Una regione che in futuro non sia raggiungibile in modo ottimale sparirà dalla mappa dei territori della ricerca e dell’innovazione e rischierà di diventare davvero una regione di serie B. Una raggiungibilità ottimale richiede sia il treno che l’aereo. Questi due mezzi di trasporto non sono uno migliore dell’altro, servono semplicemente entrambi. Le regioni vicine che hanno avuto un recente sviluppo nell’ottica che anche l’Alto Adige persegue, come il Tirolo, l’Allgäu o Salisburgo, dispongono non a caso di un efficiente sistema ferroviario e di una rapida raggiungibilità attraverso un aeroporto – e ciò nonostante siano tutte a meno di due ore da un grande hub come Monaco, non da un aeroporto mediopiccolo come Innsbruck o Verona. In Alto Adige mancano invece entrambe queste caratteristiche.

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Innovationsfaktor Flughafen

flughafen bz(von Stephan Ortner, Francesco Palermo, Harald Pechlaner, veröffentlicht auf http://salto.bz/article/24052016/innovationsfaktor-flughafen am 24. Mai 2016. Questo articolo è stato pubblicato in tedesco e in una sua versione ridotta sul quotidiano Alto Adige (wp.me/p33FzE-zS) del 27 maggio 2016.)

Eigentlich ist es ja nur ein Flughafen-Referendum, könnte man glauben. Es geht aber um viel mehr als um einen Flughafen, um die Verlängerung der Landebahn, die jährliche öffentliche Investition von 2,5 Mio Euro, die Vergrößerung des Passagiervolumens, die Fragen nach zusätzlichen Lärm und Luftbelastungen oder um die Frage, ob der Wert von Immobilien rund um den Flughafen vermindert wird.

Wenn wir am 12. Juni abstimmen, ob sich das Land Südtirol am Flughafen beteiligt oder nicht, beantworten wir mit unserem Ja oder Nein die Fragen: Wie wünschen wir uns unsere Gesellschaft und wie wollen wir unser Land gestalten? Wollen wir unsere Region gesellschaftlich und wirtschaftlich nachhaltig voran bringen? Und wie verstehen wir unsere Autonomie in Zukunft?

Wissensgesellschaft

Südtirol entwickelt sich immer mehr zu einer Wissensregion. Da sollen Innovation und Forschung in Betrieben, auf der Universität, bei der EURAC und in weiteren Forschungseinrichtungen unterstützt und finanziell gefördert werden. Denn wir wollen unseren gut ausgebildeten jungen Leuten doch interessante Berufsperspektiven ermöglichen – auch außerhalb der etablierten Wirtschaftszweige wie Tourismus, Handwerk oder Landwirtschaft. Viel zu lange schon leidet Südtirol unter einem Brain-Drain: Zu viele junge Menschen studieren im Ausland und kehren dann nicht mehr zurück, weil sie bei uns nicht die Perspektiven finden, die sie sich mit ihrer guten Ausbildung wünschen. Leider wird dieser Brain-Drain auch nicht durch die Einwanderung von Spitzenkräften kompensiert.

Erreichbarkeit

Für jeden Standort in einer globalisierten Welt ist seine Erreichbarkeit von zentraler Bedeutung – natürlich auch für Südtirol. Dabei geht es um die tatsächliche Erreichbarkeit über klassische Transportwege genau so wie um die virtuelle Erreichbarkeit per Breitband-Internet. Das gilt für Spitzenforscher wie für erfolgreiche innovative Unternehmer und deren Kunden, sowie für Touristen aus aller Welt. Ob man es mag oder nicht: Den Luxus, Tage zu verlieren, um einen Ort zu erreichen und nach Hause zurückzukehren, kann sich kaum noch jemand leisten. Eine Region, die nicht optimal erreichbar ist, verschwindet rasch von der Landkarte des Wissens und der Innovation. Zur optimalen Erreichbarkeit gehören eine hervorragende Verbindung via Eisenbahn genauso wie per Luftweg. Man sieht das an unseren Nachbarregionen: Was macht Tirol, Vorarlberg, das Allgäu, das Salzburger Land so attraktiv/erfolgreich? – Sie verfügen über ein effizientes Schienennetz mitsamt Bahntransportsystem und die rasche Erreichbarkeit über einen Flughafen. Südtirol hat beides nicht.

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Di simboli, storicizzazione e semafori

(pubblicato su http://salto.bz/article/05012016/di-simboli-storicizzazione-e-semafori il 6 gennaio 2016)

Digressione semiseria per apprezzare il lavoro al Monumento alla Vittoria durante la sosta ad un semaforo pedonale di Roma

Un piccolo giro per Roma basta ad un occhio sensibile ai simboli di regime per uscirne pesto. Dai grandi monumenti di epoca fascista alle piccole targhe nascoste, un po’ ovunque ci sono relitti intrisi di retorica risorgimentale o fascista. Ma per vederli (se piccoli) o notarli (se grandi) occorre appunto un occhio sensibile e allenato. Perché la stragrande maggioranza delle persone non ci fa caso. La metabolizzazione dei retaggi nazionalistici è proceduta al pari di quella relativa ad altre e certamente più apprezzabili vestigia storiche. Si passa sopra le scritte DVX del foro italico come si transita accanto ad una chiesa.

È un peccato, perché si perdono delle perle talvolta esilaranti, come questa targa commemorativa di Cesare Battisti in Piazza Venezia datata due mesi dopo la sua morte nel 1916 (pardon, MCMXVI): “la disperata austriaca ferocia volle offesi e puniti in Cesare Battisti la stirpe, la fede, l’amore della patria e della libertà e nella cieca barbarie del supplizio se’ condannò all’obbrobrio del mondo lui votando all’ammirazione dei secoli”).

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Non può che venire in mente Flaiano: è una cosa grave ma non seria. Si può non ridere di fronte a queste parole, nonostante il dramma di quei momenti, le tragedie umane, l’orrore di quegli avvenimenti accaduti giusto un secolo fa? L’occhio allenato è causa di vergogna, perché costringe a porsi la domanda se sia peggio ridere nonostante le tragedie o non ridere di fronte a lapidi del genere. Qualsiasi scelta lascia un po’ di amaro in bocca.

Così come si passa indifferenti accanto a questi simboli, è un peccato non fermarsi in ogni chiesa ad ammirarne i tesori d’arte. Semplicemente non c’è il tempo di farlo. Per questo stesso motivo la gente si disinteressa dei simboli. Li ha di fatto storicizzati senza bisogno di interventi esterni di storicizzazione. Ma un occhio allenato no, li nota per forza, per lui non c’è la storicizzazione. Ecco che inevitabilmente si schiudono i tre scenari ben noti di fronte al problema di che fare della simbologia di regimi da cui distanziarsi.

Il primo è non fare niente, riderci sopra e sperare che quei luoghi non diventino ritrovi di nostalgici – gli stadi questi rischi li corrono molto: questa è la pavimentazione del viale che porta allo stadio Olimpico

stadio olimpico

Fregarsene potrebbe essere una buona soluzione, ed è appunto ciò che fanno quasi tutti. Spesso la migliore risposta alle ideologie cieche è l’indifferenza o, meglio ancora, una sonora risata. Ma il problema è la presenza di alcuni occhi sensibili e allenati. In qualche caso anche allenati a strumentalizzare non tanto i simboli quanto soprattutto la loro sopravvivenza con finalità di prosecuzione delle stesse divisioni che quei regimi alimentavano. No, far finta di niente non va bene.

La seconda possibilità è cancellarli. Su questo gli animi (e gli storici) si dividono da sempre. L’unica certezza è che più tempo è passato più diventa controproducente togliere i simboli dei regimi che furono, perché si attira l’attenzione su qualcosa che non la merita più, e si ricompattano le fila di coloro che, come tutti gli esaltati, si identificano in un simbolo. Peggio ancora se si tratta di simboli di regimi criminali. L’iconoclastia verso le simbologie dei regimi sconfitti è, se non sempre giustificabile, ampiamente comprensibile nell’immediatezza degli eventi. Per contro, più il tempo passa più questi simboli acquistano un significato diverso. Chi guarda Ötzi fatica a vedere in lui un uomo, anche se lo era. E il Colosseo non era meno celebrativo e “di regime” dello stadio Olimpico, ma oggi lo si vede giustamente solo come monumento patrimonio dell’umanità.

Ovviamente è una questione di sensibilità e di magnitudine. Nel mio caso, la targa commemorativa di Cesare Battisti suscita ilarità, ma la zona dello stadio, con i continui richiami al Duce, non la trovo affatto divertente, pur riconoscendone il pregio storico e architettonico.

La terza possibilità è la storicizzazione. A ben vedere è l’unica opzione nei confronti dei “relitti” che siano sopravvissuti ai cambi di regime. Sul come farlo naturalmente ci si può dividere, e anche sul giudizio rispetto alla qualità e all’opportunità dell’intervento di storicizzazione. Il rischio è ad esempio di sconfinare in una retorica uguale e contraria a quella dei regimi che si intendono spiegare e contestualizzare. Ma certo occorre provarci. Chissà, magari a Roma la storicizzazione di alcuni monumenti sarebbe meno difficoltosa che a Bolzano. Anche per questo va apprezzato il lavoro, ottimo e competente, fatto al Monumento alla Vittoria.

Ah, la cosa più importante! Questo testo non ha alcuna pretesa, né intende comunicare un messaggio. È la semplice trascrizione di una riflessione compiuta camminando per Roma. Come sempre di fretta, ma fermato da un semaforo e costretto a notare la targa per Cesare Battisti. Un pensiero come tanti, durato quanto il rosso di un semaforo. E pubblicato solo perché rivolto a lettori i cui occhi sono generalmente molto allenati, forse troppo. E chissà, magari da condividere un giorno con chi a queste cose non dà alcun peso.

 

Wird Südtirol abheben?

flughafen-dot_0Was man vor dem möglichen Referendum zum Bozner Flugplatz durchdenken sollte

(veröffentlicht auf http://salto.bz/article/29092015/wird-suedtirol-abheben am 29. September 2015)*

Im Moment gibt es keine genaue Information in Sachen Volksabstimmung zum Bozner Flughafen – weder ob, noch wann diese stattfinden sollte. Die Diskussion darüber bekommt allerdings langsam Aufwind. Bis dato gruppieren sich die Positionen an zwei Hauptfronten: jene der Wirtschaftstreibenden, die die positiven Auswirkungen des Flughafens hervorheben, und im weitesten Sinne jene der Umweltschützer, die den Flughafen als Inbegriff eines schnelllebigen Entwicklungsmodells betrachten, das es zu bremsen gilt. Das dritte Lager bilden die Gleichgültigen, deren einzige Meinung jene ist, dass „die Gelder an anderen Stellen dringender nötig wären“. Der Eindruck ist leider, dass dieses Lager stetig wächst.

Die Debatten werden sich mit großer Wahrscheinlichkeit hauptsächlich um Zahlen drehen, die bekanntlich sehr interpretierbar und manipulierbar sind. Zahlen über die effektiven Kosten (wie viel? zu viel?), und hier vergessen viele, dass die größten Summen – nämlich jene für die bereits bestehende Struktur – ohnehin schon ausgegeben wurden, während in Zukunft nur geringfügige Kosten für die öffentliche Hand anfallen würden. Zahlen über die Umweltverträglichkeit und die Auswirkungen auf die Natur, wobei man an dieser Stelle die berechtigte Frage stellen kann, ob ein funktionierender Flughafen umweltschädlicher sei oder eine überlastete Autobahn. Und zweifelsohne wird auch auf die rückläufigen Zahlen in der Tourismusbranche und in der Wirtschaft verwiesen werden, die eh schwer zu berechnen sind. Hoffentlich werden sich, je näher der Termin des möglichen Referendums heranrücken wird, mehr Gelegenheiten bieten, um über die Zahlen und Fakten zu sprechen und das Für und Wider abzuwägen. Die Qualität der Debatte wird allerdings sehr davon abhängen, ob die Diskussion fundiert und sachlich erfolgen wird, oder (wie es einfacher und daher wahrscheinlicher ist) ob die meisten gewappnet in die voraussehbaren Auseinandersetzungen gehen werden und sich vielmehr auf ideologische Positionen als auf tatsächliche Daten stützen werden.

Andere und wichtigere Fragen werden in der Debatte wohl zu kurz kommen.

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La notte della democrazia

senato(pubblicato su http://www.salto.bz/article/25092015/la-notte-della-democrazia il 26 settembre 2015)

Considerazioni inattuali su una macchina rotta.

Qualche milione, qualche migliaio o qualche decina? Ancora non è chiaro quanti saranno alla fine gli emendamenti alla riforma costituzionale su cui si inizierà a votare la prossima settimana.

La frustrazione maggiore in politica (o almeno in parlamento) è l’assoluta impossibilità di programmare, e la conseguente schiavitù della contingenza. Troppe le variabili che possono impazzire, ed anzi impazziscono a turno, in modo prevedibilmente imprevedibile. Altrettanto imprevedibili sono le priorità che di volta in volta si affermano e determinano l’andamento dei lavori, e ancor più oscuri sono i meccanismi che le generano.

La riforma costituzionale in discussione è ormai da tutti definita “riforma del Senato”, e la questione delle modalità di selezione dei futuri senatori ha paralizzato il discorso politico (e giornalistico: non si sa mai se nasca prima l’uovo o la gallina) nazionale negli ultimi mesi. Eppure quella del Senato è solo una parte della riforma complessiva, e nemmeno la più significativa (basti pensare che cambia radicalmente l’assetto regionale nell’indifferenza generale). E meno significativa ancora è la questione dell’elettività diretta o indiretta dei senatori. Parlare di questo senza chiarire che diamine debba fare il nuovo Senato è come parlare della carta da parati senza avere fatto il muro. Ma tant’è, le priorità si affermano secondo logiche strane, e non c’è verso di cambiarle. Se si fa notare l’assurdità della discussione, tutti concordano e immediatamente dopo ricominciano esattamente come prima. Credo faccia parte delle dinamiche dell’umanità disorganizzata. Dove c’è organizzazione le cose non sono troppo diverse, ma esiste qualcuno (o qualche struttura) che le seleziona e le impone, senza garanzia che siano meno astruse. Per questo in Italia (ma sempre più anche altrove) alla disorganizzazione si reagisce con leaderismi fugaci, che altro non sono che tentativi di dare ordine alle cose secondo le preferenze di chi, pro tempore, si assicura un margine di manovra maggiore di altri, e prova a esercitarlo finché riesce. Cioè finché viene scalzato dal leader successivo, destinato a fare la stessa fine. Il bello è che qualcuno pensa che si siano dietro i grandi vecchi. Magari. Almeno li si potrebbe combattere, stile James Bond contro la Spectre. Molto gradevole da vedere al cinema, ma palesemente poco realistico.

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Il Sindaco Abdul

salto(pubblicato su http://www.salto.bz/article/10082015/il-sindaco-abdul l’11 agosto 2015)

Palermo sindaco di Bolzano? Impossibile, a partire dal nome.

Palermo sindaco di Bolzano sarebbe la barzelletta che fa il giro d’Europa.
Al di là del merito (su cui qualche cenno nel post scriptum), sarebbe una sfida impossibile già solo per una questione di nomi e di (presunti) antipodi. La contraddizione sempre crescente per i cultori di Hegel, battute da Bar Sport per altri. Reale pregiudizio per troppi.

Nella campagna elettorale per il collegio senatoriale di Bolzano – Bassa Atesina nel 2013 un episodio mi ha colpito più degli altri. Ero a un incontro organizzato in un centro minore dal locale circolo SVP per far conoscere il marziano che veniva talvolta dipinto come “nemico dell’autonomia” (mai stato, ma basta esprimere dubbi giuridici su una scelta politica per essere inquadrati come tali nell’ottica binaria “amico-nemico” che ancora ci caratterizza).
Breve introduzione di pochi minuti e poi chiacchierata amichevole su ogni tema, dal programma agli aspetti personali. Poi la conversazione prosegue in modo ancora più informale davanti a un bicchiere di vino. Una formula apprezzata, e verosimilmente assai collaudata. Un signore si congratula per le cose che ho detto. E come massimo complimento si produce in una sorta di autocritica (traslittero dal dialetto): “es ist blöd, dass wir uns immer noch Probleme machen, einen Italiener zu wählen, wenn der nächste Kandidat eh Abdul heißen wird”.

Resto di sale. Un conto è conoscere (o pensare di conoscere) in astratto l’atteggiamento mentale di molte persone. Un altro è sperimentarlo così a bruciapelo. Fin da piccolo ho convissuto con battute idiote sul mio cognome. Non solo all’asilo, ma anche in sofisticati ed eruditi ambienti internazionali. Non più di tre mesi fa un coltissimo collega russo mi ha chiesto senza ironia se venissi da Palermo, e mi ha guardato con occhi increduli quando gli ho detto di essere stato più spesso in Russia che in Sicilia.

 

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Esiste un diritto di accesso a internet?

16467700189_fcf7b29a52_k(pubblicato su www.salto.bz/article/23062015/esiste-un-diritto-di-accesso-internet il 23 giugno 2015)

 

Per guardare oltre la vicenda Brennercom

È un peccato che le questioni più interessanti si riducano spesso a conflitti di potere o, in realtà troppo piccole come la nostra, perfino a questioni personali. Se alziamo lo sguardo dalla punta del dito della vicenda Brennercom, appare la luna della questione di fondo: esiste un diritto soggettivo di accesso a internet (più specificamente alla banda larga)? Se non esiste, va garantito? Con quale fonte? E chi lo deve proteggere?

Il dibattito è attualissimo in tanti paesi e a livello internazionale. Nel 2011 se ne sono occupati due importanti rapporti, rispettivamente dell’ONU e dell’OSCE, che indicano chiaramente che gli stati hanno la responsabilità di garantire l’accesso a internet: come corollario del diritto di partecipazione in generale, ognuno ha il diritto di partecipare alla società dell’informazione. In Europa la Grecia è stato il primo Paese a costituzionalizzare l’accesso a internet, mentre la Finlandia, l’Estonia e la Spagna lo hanno disciplinato a livello di legge ordinaria, prevedendo anche i livelli minimi di accesso funzionale (un megabit al secondo in Finlandia, ad esempio). In molti altri Paesi, tra cui la Francia, è stata la giurisprudenza a stabilire l’esistenza di un diritto fondamentale di accesso a internet. In altri ancora, la questione è all’esame del Parlamento. E’ il caso della Germania e dell’Italia. Nel Parlamento romano è in discussione la proposta di introdurre in costituzione il diritto di accesso a internet, ed è altamente probabile che si giunga ad una suo codificazione, pur restando da chiarire alcuni aspetti. Tra questi in particolare l’opportunità di una previsione costituzionale o legislativa e, qualora si optasse per l’inserimento in costituzione, se ancorarlo alla libertà di manifestazione del pensiero e di impartire e ricevere informazione (art. 21) o come diritto prestazionale (la proposta che pare avere più consenso è attualmente quella di introdurre un apposito nuovo articolo 34-bis nella costituzione).

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Dove zoppicano le anatre

mano scheda(pubblicato su http://salto.bz/article/13052015/dove-zoppicano-le-anatre il 13 maggio 2015)

Le elezioni comunali pongono un problema politico, ma anche e soprattutto giuridico. È ora di ripensare la legge elettorale per i comuni altoatesini?

L’esito delle elezioni comunali costituisce indubbiamente un problema. Non vi è chi, nel commentarle, non abbia sottolineato la dimensione politica di questo problema, che indubbiamente è rilevante: astensionismo, comportamenti elettorali, candidature più o meno azzeccate, alleanze rischiose e divorzi azzardati, eccetera. Ma nella foga del commento politico si è dimenticata la dimensione giuridica del problema, che pare ancora più significativa.

Come si vede in modo emblematico nel caso di Bolzano, se un candidato non vince al primo turno, si pongono quasi sempre seri problemi di governabilità. Tutti ricorderanno le vicende del 2005, che si ripeterebbero automaticamente in caso di vittoria di Urzì al ballottaggio (impossibile che abbia una maggioranza in consiglio) ma il cui spettro potrebbe aleggiare anche se vincesse Spagnolli, qualora non riuscisse ad allargare la maggioranza. Il problema si pone, magari con magnitudine minore, anche in altri comuni come Merano (meno a Laives), e non è escluso neppure nei comuni più piccoli, quelli sotto i 15.000 abitanti per i quali non è previsto il ballottaggio (si veda il caso di Dobbiaco, nel 2010 ma sulla carta anche oggi).

L’origine di tutto questo è la legge elettorale per i comuni della provincia di Bolzano. Nel 1994, sulla scia della legge nazionale dell’anno precedente che introduceva l’elezione diretta dei sindaci, anche nella nostra regione si è recepita questa riforma epocale (l.r. 3/1994 e successive modificazioni), e probabilmente non si sarebbe potuto fare altrimenti, trattandosi di una “norma fondamentale delle riforme economico-sociali della Repubblica”. Lo si è fatto, tanto per cambiare, introducendo regole assai diverse tra Trento e Bolzano. In particolare, in Alto Adige si è avvertito il rischio che l’impatto di una torsione fortemente maggioritaria avrebbe potuto avere sulla rappresentanza equilibrata tra i gruppi linguistici, e non si è recepita la previsione di un premio di maggioranza per le liste che sostengono il sindaco che risulta eletto. È venuta così meno la seconda gamba della normativa nazionale, senza la quale anche l’elezione diretta del sindaco rischia di incepparsi. Lo si è fatto per motivi nobili e condivisibili, ma così si è ottenuto un risultato che non è né carne né pesce. O, per restare sul piano della metafora politico-zoologica, si è fatta una legge-tagliola, che azzoppa le anatre nel momento stesso in cui le genera.

Qualche considerazione si pone dunque sul piano giuridico relativamente alla funzionalità e ai limiti di questa legge.

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Il vaccino delle quote

salto(pubblicato su http://www.salto.bz/article/17042015/il-vaccino-delle-quote il 17 aprile 2015)

Perché non occorre essere femministi per sostenere le azioni positive di genere

Non mi piacciono le etichette. E dietro ogni definizione c’è una semplificazione. Per cui anche se so (o penso di sapere) cos’è il femminismo non so bene cosa sia un femminista né se io possa definirmi tale. Spero di no. Anche se mi piacerebbe sapere se può essere considerato femminista un uomo, visto che notoriamente le etichette non basta darsele ma ci vuole una certa approvazione da parte del titolare del marchio… (chissà che è in questo caso).

Disquisizioni terminologico-filosofiche a parte, che pure sono molto importanti, la domanda di fondo, almeno sul piano istituzionale e politico, è se sia opportuno o persino necessario un intervento normativo che favorisca la rappresentanza di genere in determinati settori e in quali (politica, economia, ma potenzialmente tanti altri). Le obiezioni sono note: le quote distorcono la concorrenza, creano un risultato predeterminato, cosa importa il genere, quel che conta è la competenza. Tutto vero e sacrosanto. Allora diciamolo pure direttamente: le quote sono un male.

Detto questo, il mondo è pieno di mali che scegliamo di accettare per un altro beneficio prevalente. L’automobile inquina e ammazza, ma ci fa spostare in fretta (beh, non ovunque e non sempre…) e dà lavoro. Le tasse non sono una gioia (anche se qualcuno lo ha sostenuto, mi pare), ma servono, tra l’altro, per fare le strade su cui andiamo con le nostre dannose automobili (talvolta anche a schiantarci). Il mondo della medicina è pieno di esempi analoghi: i raggi X sono parecchio dannosi, ma servono. Anche il vaccino è un male, ma ce lo iniettiamo lo stesso, e addirittura ferve la polemica sull’obbligatorietà delle vaccinazioni. Gli esempi potrebbero, evidentemente, continuare a lungo.

La questione, non si può negare, è anche ideologica. Come è assai ideologicamente orientato tutto ciò che riguarda l’uguaglianza. Perché dipende dalla prospettiva che si sceglie. A questo servono le costituzioni: a indicare come obbligo giuridico una cornice ideologica.

E in materia di uguaglianza, sia la costituzione italiana sia i più rilevanti strumenti internazionali e sovranazionali hanno scelto un’impostazione ideologica certamente moderata ma precisa. Quella per cui non siamo tutti uguali, ma bisogna fare in modo che lo si possa diventare. Il che significa che quando vi sono “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” è “compito della Repubblica” rimuoverli. E’ l’art. 3 c. 2 della costituzione. Disposizioni analoghe si trovano in molti documenti internazionali al cui rispetto l’Italia si è impegnata, e molti di questi sono più dettagliati e articolati, anche perché più moderni e recenti.

Si può dunque legittimamente sostenere una visione diversa di uguaglianza, anche assai nobile come quella di tipo liberale classico, senza per questo essere maschilisti o contrari all’uguaglianza di genere. Ma non si può sostenere che le quote siano illegittime perché violano l’uguaglianza. Detto meglio: non violano il concetto di uguaglianza sotteso dalla costituzione. Anzi, difficilmente si può sostenere che la nostra costituzione non imponga un certo grado di disuguaglianza per ottenere l’uguaglianza, in modo per certi versi analoghi a come obbliga, con mille precauzioni, ai trattamenti sanitari obbligatori (art. 32).

Non è insomma questione di convincere chi è contrario alle quote. In astratto bisogna esserlo. Il problema è trovare strumenti altrettanto efficaci per ottenere uno scopo che è imposto dalla costituzione. E al momento non se ne vedono.

Certo, senza un sostrato culturale propizio, le misure normative servono fino a un certo punto. Ma questo non basta a sostenere che “gli ostacoli di ordine economico e sociale” (e si aggiunga: culturale) si rimuovono solo con il lavoro culturale. Non foss’altro perché ci vorrebbero decenni o forse secoli.

Per questo, purtroppo, servono anche gli interventi più drastici, talvolta. Per restare alla medicina, talvolta non basta una pastiglia: bisogna operare.

La quota è per il diritto dell’uguaglianza ciò che la chirurgia è per la medicina. Serve solo e se non vi siano altri mezzi per ottenere il risultato.
Per questo conviene chiedersi se invece di tante piccole operazioni (ad es. le mitiche quote al 33%, un’assurdità totale) non convenga farne una radicale e potenzialmente risolutiva. Tipo un’iniezione di quote riservate massiccia ma una tantum (che so, il 75% ma una volta sola) per mettere in moto un processo che deve essere poi anche e soprattutto sociale e non solo giuridico.

La difficoltà in questi ambiti è che non c’è un medico a cui affidarsi, o comunque (e per fortuna!) non uno solo. Per cui si può anche legittimamente scegliere la strada (a mio avviso assurda) delle “quotine” politicamente corrette che danno poco fastidio al sistema e servono a poco, e ritenere una provocazione quella della “super-quota una tantum”. Questo rientra nel mercato delle opinioni, che in materia istituzionale divergono quasi quanto in medicina…

Ma non si può dire che i vaccini non servano anche se sono astrattamente dannosi. Né che la costituzione non preveda o finanche imponga le quote di genere.

Insomma: sono per le quote perché sono per la costituzione.