Intervista di chiusura dell’esperienza politica – Interview zum Ende meiner Erfahrung in der aktiven Politik

Un’intervista di chiusura dell’esperienza politica a commento dei risultati elettorali. Queste pagine continueranno ad essere dedicate al mio lavoro, ma questo sarà fatto di studio. Il che non significa non seguire e non commentare gli eventi, anche politici. Significa poter fare meglio quanto ho sempre cercato di fare in questi anni: guardare agli aspetti strutturali più che a quelli contingenti, nella convinzione che solo comprendendo i primi si possa incidere sui secondi.

Ein Interview zum Ende meiner Erfahrung in der aktiven Politik, in dem ich die Wahlergebnisse kommentiere. Diese Seite wird weiterhin meiner Arbeit gewidmet sein, die jetzt gänzlich die Wissenschaft sein wird. Dies bedeutet aber nicht, dass ich nicht weiterhin Ereignisse, auch politische, verfolgen und kommentieren werde. Es bedeutet vielmehr, dass ich besser machen kann, was ich in diesen Jahren stets versucht habe zu machen, nämlich mich viel mehr auf die strukturellen Aspekte zu fokussieren als auf irgendwelche punktuelle Punkte, denn ich bin der Überzeugung, dass man zweitere nur beeinflussen kann, wenn man erstere gut versteht.

 

 

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Warum einfach, wenn es kompliziert auch geht?

(veröffentlicht am 26. Dezember 2017 auf http://verfassungsblog.de/doppelpass-fuer-suedtiroler/ unter dem Titel „Doppelpass in Südtirol?”)

Wer weiß, ob aus der Idee der doppelten Staatsbürgerschaft überhaupt was wird, das Porzellan wurde inzwischen aber schon zerschlagen. In ihrem Regierungsabkommen nehmen die ÖVP und die FPÖ in Aussicht, „den Angehörigen der Volksgruppen deutscher und ladinischer Muttersprache in Südtirol (…) die Möglichkeit einzuräumen, zusätzlich zur italienischen Staatsbürgerschaft die österrreichische Staatsbürgerschaft zu erwerben”. Das Thema ist ein Dauerbrenner. Die Südtiroler Volkspartei (SVP) übt sich seit Jahren in diesem Lippenbekenntnis und auch ihre Schwesternpartei ÖVP war dem Thema nie abgeneigt. Gewiss, man war sich dabei stets darüber einig, dass die Prioritäten anderswo liegen würden und dass die politischen Bedingungen zur Verwirklichung dieser „Herzensangelegenheit” – wie sie die SVP offiziell und liebevoll bezeichnet – nicht gegeben sein würden. Nicht zuletzt auch, weil andere Parteien in Österreich zauderten.

Jetzt weht ein anderer Wind. Österreich ist bei den Wahlen im September und dann vor allem bei der Bildung der Koalitionsregierung zwischen der ÖVP und der nationalliberalen FPÖ deutlich nach rechts gerückt. Während bei derselben Regierungskonstellation im Jahr 2000 noch europaweit Aufschreie zu hören waren und EU-Sanktionen gegen Österreich nicht lange auf sich warten ließen, hält der Parteiobmann der FPÖ, Heinz-Christian Strache, heute das Amt des Vizekanzlers inne und seine rechtspopulistische Partei leitet obendrein die Bundesministerien für Inneres, Äußeres, Landesverteidigung, Infrastruktur, Gesundheit und Soziales. Seit Langem macht die FPÖ den sezessionistischen Parteien in Südtirol Hoffnung für den zweiten Pass und hat dieses Versprechen auch beim Verfassen des Koalitionsprogramms nicht vergessen. Der österreichische Vorstoß hat die SVP sichtlich in Verlegenheit gebracht, schließlich läutet nicht nur Italien laut die Alarmglocken und vor allem besteht die Gefahr, dass das Zusammenleben in Südtirol völlig aus dem Gleichgewicht geworfen werden könnte.

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Parlamento: grazie ma non mi ricandido

La prospettiva di candidare per un nuovo mandato in Parlamento mi lusinga e mi onora. Significa che persone che stimo ritengono che abbia svolto bene il difficile compito in questa legislatura. Per questo, nonostante fin dal primo giorno mi fosse chiaro che si sarebbe trattato di un’esperienza non ripetibile, ci ho pensato molto.

Tuttavia ci sono troppe ragioni di ordine personale, professionale e anche politico che mi inducono a non ripresentarmi. Tralascio le prime, pur importanti, perché relative alla sfera privata. Sul piano professionale, rappresentare i cittadini è l’onore più grande, e sono felice di averne avuto la possibilità. È stata anche un’occasione straordinaria per conoscere le persone, la società e le istituzioni. Non è solo un completamento essenziale per uno studioso di queste materie, ma anche una lezione di vita. Fa capire anche con quanta superficialitá si giudichino le scelte di interesse collettivo, e quanto ciò renda difficile trovare le motivazioni necessarie per un incarico così importante, che viene però svolto con modalità, linguaggi e liturgie che non mi appartengono.

Sul piano politico la scelta di rimanere sempre indipendente ha un prezzo. Soprattutto quello di poter usare solo le armi dell’esempio e dell’argomentazione in un contesto dominato dal consenso. È stata una legislatura in cui si è ottenuto molto nei settori che più ho seguito, l’autonomia e i diritti, anche se gran parte del merito si deve alle condizioni complessive. In scienza e coscienza ho dato il mio contributo, spesso ho sofferto per essermi dovuto accontentare di soluzioni non del tutto (e talvolta quasi per nulla) corrispondenti alle mie idee, ripetendomi che non accettare le ragioni di altri e il compromesso con queste è una comoda forma di arroganza. Senza mediazione non esiste la politica, ma la mediazione diventa frustrante quando è basata non sulla ponderazione degli argomenti ma sui rapporti di forza.

Rispetto al messaggio politico e sociale del mio mandato, in fondo è bastata l’elezione di un candidato trasversale, italiano appoggiato dai tedeschi in un collegio misto vinto con più voti di tutti gli altri dieci candidati messi insieme, a dimostrare la potenzialità di questo complesso e meraviglioso territorio di essere davvero un ponte tra culture. In questi anni si sono approvate norme che hanno attenuato le tensioni tra i gruppi, si è rafforzata l’autonomia attraverso l’acquisizione di nuove competenze e il ripristino di alcune precedentemente erose, si sono stabilite nuove relazioni finanziarie con lo Stato, si sono ottenuti vantaggi economici enormi per il territorio (Raiffeisen, Rai, Autobrennero, concessioni idroelettriche…) e si è inaugurato un clima di rapporti più aperti con Trento e Roma. Altre cose si sono iniziate ma non si sono (ancora) concluse positivamente, in particolare la riforma costituzionale e quella dello statuto, che, a prescindere da come la si pensi sui contenuti, sono operazioni necessarie. L’economia è migliorata rispetto a cinque anni fa. Ma su altro si è tornati indietro. Il mondo è più cupo, e il nuovo clima di intolleranza che si respira in buona parte d’Europa e del mondo trova molte, troppe sponde in un contesto di delicatissimi equilibri come l’Alto Adige. Ho provato a spingere su alcuni punti qualificanti per la convivenza, dalla scuola alla toponomastica, e soprattutto a coltivare sempre un dialogo aperto con modalità partecipative, nonostante il clima prevalente vada in altra direzione.

Torno alla vita accademica a tempo pieno, agli impegni internazionali, alle sfide intellettuali. Al lusso di potersi occupare delle questioni strutturali e non congiunturali. Nonostante il mondo accademico non sia affatto migliore di quello politico (anzi…), è quello che ho scelto. Non sparisco e se qualcuno riterrà di chiedere il mio parere non mi sottrarrò. La politica si può vivere in tre modi, tutti rispettabili: come professione, come missione o come un periodo di servizio civile. Per me, meccanico più che pilota delle istituzioni, vale la terza opzione. Un proverbio buddista dice: “alla fine contano solo tre cose: quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto, e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te”.

Parlament: Danke, aber ich werde nicht erneut kandidieren

Die Möglichkeit einer Wiederkandidatur im Parlament ehrt mich. Es bedeutet, dass Personen, die ich schätze, finden, dass ich meine Aufgabe in dieser Legislaturperiode gut gemeistert habe. Daher habe ich gründlich darüber nachgedacht, obwohl mir seit dem ersten Tag an klar war, dass es sich um eine einmalige Erfahrung handeln würde.

Doch es gibt zu viele persönliche, berufliche und auch politische Gründe, die mich dazu führen, mich nicht wieder der Wahl zu stellen. Auf erstere werde ich nicht eingehen, weil sie die Privatsphäre betreffen. Aus beruflicher Sicht ist es eine große Ehre, die MitbürgerInnen zu vertreten, und ich bin froh über diese Erfahrung. Es war eine außerordentliche Chance, um die Personen, die Gesellschaft und die Institutionen besser kennenzulernen. Es ist nicht nur eine Vervollständigung für einen Verfassungsrechtler, sondern auch eine Lektion fürs Leben. Dabei lernt man aber auch, wie oberflächlich die politischen Entscheidungen häufig beurteilt werden, und wie schwierig es einem diese Umstände machen, die nötige Motivation für einen so heiklen Auftrag zu finden, der meistens mit einer Art, einer Sprache und mit Ritualen ausgeführt wird, die nicht die meinen sind.

Aus politischer Sicht bezahlt man für die Entscheidung, unabhängig zu bleiben, einen Preis. Es ist sehr mühsam, wenn einem in einem von Konsens geprägten Umfeld nur Beispiele und Argumentation als Instrumente zur Verfügung stehen. Es war eine Legislaturperiode, in der in den Bereichen, die ich am meisten verfolgt habe – Autonomie und Grundrechte –, große Errungenschaften erzielt werden konnten, auch dank der günstigen Rahmenbedingungen. Ich habe mit bestem Wissen und Gewissen meinen Beitrag geleistet. Oft habe ich mit mir gehadert, weil ich mich mit Lösungen zufriedengeben musste, die nicht gänzlich (manchmal fast gar nicht) mit meinen Ideen übereinstimmten, aber die Gründe der anderen und die Kompromisse mit diesen nicht zu akzeptieren ist eine bequeme Form der Arroganz. Ohne Mediation gibt es keine Politik, aber die Mediation entmutigt, wenn sie nicht auf der Abwägung von Argumenten fußt, sondern auf Machtverhältnissen.

Was die politische und gesellschaftliche Botschaft meines Mandats anbelangt war es im Grunde ausreichend, dass ein parteiloser, italienischsprachiger Kandidat mit Unterstützung von deutschsprachigen MitbürgerInnen in einem gemischten Wahlkreis mit mehr Stimmen als all jene der anderen zehn Kandidaten zusammen gewählt wurde, um zu zeigen, dass dieses komplexe und wunderschöne Fleckchen Erde das Potential hat, wirklich eine Brücke zwischen Kulturen zu sein. In diesen Jahren wurden viele (Durchführungs-)Bestimmungen genehmigt, die die Spannungen zwischen den Sprachgruppen gemildert haben, die Autonomie wurde durch das Erlangen neuer und die Wiederherstellung einiger alter, gekippter Kompetenzen gestärkt, neue Finanzbeziehungen mit dem Staat wurden hergestellt, enorme wirtschaftliche Vorteile für das Land wurden erzielt (Raiffeisen, Rai, Brennerautobahn, Energie…) und die Beziehungen zu Trient und Rom konnten verstärkt werden. Andere Sachen wurden in die Wege geleitet, konnten aber (noch) keinen positiven Abschluss finden, etwa die Verfassungsreform und die Abänderung des Autonomiestatuts, die – unabhängig davon, was man von ihren Inhalten hält – unabdingbare Schritte sind. Auch die Wirtschaftslage hat sich im Vergleich zu vor fünf Jahren verbessert. In anderen Punkten hat man hingegen Schritte nach hinten gemacht. Die Welt ist düsterer als damals: das neue Klima der nationalistischen, gar rassistischen Intoleranz, das in weiten Teilen Europas und der Welt wahrnehmbar ist, findet in einem Kontext mit empfindlichen Gleichgewichten wie Südtirol großen, zu großen Zuspruch. Ich habe versucht, auf einige qualifizierende Knöpfe in Sachen Zusammenleben zu drücken, von der Schule bis hin zur Toponomastik, und vor allem habe ich versucht, stets einen offenen Dialog mit partizipativen Methoden zu pflegen, obwohl der Wind in eine andere Richtung weht.

Ich kehre in Vollzeit zur Wissenschaft, den internationalen Verpflichtungen, den intellektuellen Herausforderungen und dem Luxus zurück, sich mit strukturellen statt mit konjunkturellen Fragen auseinandersetzen zu dürfen. Obwohl die akademische Welt nicht heiler ist als die politische (im Gegenteil…), ist es jene, die ich für mich ausgewählt habe. Ich verschwinde nicht von der Bildfläche und wenn jemand nach meiner Einschätzung fragt, werde ich mich nicht entziehen. Politik kann auf drei Weisen gemacht werden, die alle achtenswert sind: als Beruf, als Berufung und als zeitlich begrenzter Zivildienst. Da ich viel mehr ein Mechaniker als ein Pilot der Institutionen bin, gilt für mich die dritte Weise.

Eine buddhistische Weisheit besagt: „Am Ende sind es nur drei Dinge, die wirklich zählen: Wie sehr du liebtest, wie sanft du lebtest und wie würdevoll du jene Dinge gehen ließest, die nicht für dich bestimmt waren.”

Rompere ciò che funziona?

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4204) il 21 dicembre 2017)

Probabilmente non si realizzerà, ma i suoi effetti li ha già prodotti. È la previsione, contenuta nell’accordo di coalizione tra ÖVP e FPÖ su cui si è costituito il nuovo governo federale austriaco, di garantire “ai sudtirolesi la possibilità di ottenere, in aggiunta a quella italiana, la cittadinanza austriaca”. Il tema non è nuovo, e a livello declamatorio è sempre stato una richiesta da parte del partito di governo in Alto Adige (la SVP) e mai osteggiato dal partito popolare austriaco (ÖVP). Il tutto nel tacito assunto che le priorità fossero sempre altre e che, anche per l’opposizione di altri partiti austriaci, non ci fossero le condizioni politiche per realizzare questa “questione di cuore” (com’è ufficialmente definita dalla SVP).

Ma ora le condizioni politiche sono cambiate. Il baricentro politico a Vienna si è nettamente spostato a destra, dopo le elezioni di settembre e ancor più con la formazione del governo con la presenza dei liberalnazionali della FPÖ – quando la medesima coalizione si costituì nel 2000 scattarono le sanzioni europee, oggi quel partito ha la vicecancelleria e i ministeri dell’interno, degli esteri, della difesa, delle infrastrutture, della salute e del sociale. E così la concessione del doppio passaporto è stata inserita nel programma di governo, come promesso dalla FPÖ ai partiti secessionisti dell’Alto Adige. Mettendo in imbarazzo la SVP, suscitando reazioni molto preoccupate in Italia e soprattutto rischiando di impattare pesantemente sui delicati equilibri della convivenza in Alto Adige.

Perché è improbabile che la proposta si realizzi? Perché comporterebbe una serie di complessi problemi giuridici con sicuri strascichi giudiziari. In primis in chiave interna. L’ordinamento austriaco non prevede la doppia cittadinanza: come si giustificherebbe sul piano costituzionale una deroga solo per la provincia di Bolzano – e solo per gli appartenenti ai gruppi linguistici tedesco e ladino? Quali diritti e doveri comporterebbe in concreto la cittadinanza? Concedere il diritto di voto implicherebbe la creazione di un collegio estero, con conseguente modifica dell’art. 26 della costituzione federale (per la quale la nuova coalizione non ha la maggioranza); negarlo comporterebbe una discriminazione difficilmente giustificabile tra cittadini austriaci. Analogamente per il servizio di leva, che è obbligatorio: basterebbe la residenza all’estero per giustificare un diverso trattamento tra cittadini austriaci? Allora chi risiede in Austria dovrebbe prestarlo per forza? Sorgerebbero poi una serie di altre questioni tecniche, legate all’accesso a determinate prestazioni sociali o al regime fiscale. Senza contare che esistono già norme che garantiscono ai sudtirolesi l’equiparazione rispetto ai cittadini austriaci: non solo le norme europee, ma anche norme interne per casi specifici, come l’ammissione all’università o lo stesso accesso facilitato alla cittadinanza per chi viva e lavori in Austria.

Ci sarebbero poi serie difficoltà internazionali. Vero è che la concessione della cittadinanza è competenza esclusiva di ciascuno stato, ma esistono principi di diritto internazionale, legati alle buone relazioni tra Stati confinanti e alla tutela delle minoranze, che si oppongono alla concessione unilaterale della cittadinanza in massa su base etnica (la codificazione del soft law in materia si trova, paradossalmente, proprio nelle “Bolzano/Bozen Recommendations on National Minorities in Interstate Relations” dell’OSCE del 2008). Senza contare gli interessi economici e geopolitici che legano l’Austria all’Italia. Tanto che il Cancelliere Kurz ha subito frenato, affermando che la concessione della cittadinanza potrà avvenire solo in stretta colaborazione con l’Italia.

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Disposizioni anticipate di trattamento: la mia dichiarazione di voto (14/12/2017)

PALERMO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, questo è un provvedimento molto importante con cui chiudere una legislatura dei diritti. Nonostante tutte le difficoltà che ha incontrato, è stata, certo, una legislatura che si è caratterizzata per la promozione dei diritti fondamentali. E sappiamo quanto sia un tema difficile nel nostro Paese, come l’abbiamo purtroppo avvertito anche nel dibattito che ha accompagnato l’approvazione del provvedimento in esame. Tuttavia, conta il risultato e oggi si arriva ad approvare una legge fondamentale e ampiamente necessaria alla società.

Si sono sentite avanzare molte critiche – direi strumentali – al provvedimento. In realtà, il disegno di legge al nostro esame, per la maggior parte, conferma e precisa quanto già esiste nel diritto vivente e positivo, e in particolare quanto esiste sulla base della giurisprudenza costituzionale di legittimità e di merito e secondo quanto previsto dal codice di deontologia medica e dalla Convenzione di Oviedo che l’Italia ha ratificato. Sappiamo, però, mancando il deposito della ratifica, che la Convenzione di Oviedo non è ancora parte del nostro ordinamento e speriamo che l’attuazione di questo provvedimento possa spingere il Governo a fare finalmente quel piccolo passo ancora necessario.

Si fa shakespearianamente molto rumore per nulla. E questo è un atteggiamento molto tipico, purtroppo, di chi accetta tranquillamente le cose che accadono, purché non se ne parli e non si vedano, e tende poi a opporsi nel momento in cui è la fonte propria alla regolazione dei diritti, ossia la legge, a disciplinare finalmente un diritto e l’esercizio dello stesso. È tipico di un atteggiamento quantomeno contraddittorio.

Che cosa conferma questa legge, in particolare, che già esiste nell’ordinamento? Conferma soprattutto il consenso informato che la Corte costituzionale – lo ricordo – fin dal 2008 ha definito vero e proprio diritto della persona ed è previsto anche dal codice deontologico, all’articolo 35, e dalla stessa Convenzione di Oviedo.

Chi critica questa legge – l’abbiamo sentito ripetutamente nel dibattito – in realtà sostiene, con riferimento al consenso informato, che questo ridurrebbe il medico a un mero esecutore della volontà del malato, ma il realtà non è per niente così. Il consenso informato è un percorso di incontro tra la responsabilità del medico e la volontà del paziente. Il medico in una prima fase illustra la situazione e poi si valuta, insieme al paziente, la coerenza tra la volontà del paziente e le proposte del medico. Su questo, tra l’altro, il disegno di legge in esame riprende il codice deontologico e – come è già stato ricordato – l’articolo 1 molto opportunamente dispone che «il tempo della comunicazione (…) costituisce tempo di cura». E, quindi, consente un bel passo in avanti, da questo punto di vista.

In ogni caso, visto che molti hanno evocato l’eutanasia o addirittura una cultura di morte, va ricordato – per mettere i puntini sulle i – che, in presenza di una richiesta illegittima, come tuttora è l’eutanasia nell’ordinamento italiano, o in presenza di una richiesta non supportata da risultati scientifici – pensiamo al caso Stamina e a tutto il resto – prevale l’autonomia del medico e non la volontà del paziente e, quindi, non c’è alcun automatismo nel ruolo del medico stesso.

La medesima cosa vale per l’altra critica che è stata avanzata spesso nel corso del nostro dibattito, relativa alla possibilità di rifiutare la nutrizione e l’idratazione artificiali. Anche questi sono trattamenti i cui contenuti sono definiti dalla giurisprudenza sin dal 1990 e, quindi, non stiamo inventando niente di nuovo. È interessante vedere che chi critica il disegno di legge in esame critica molto l’attivismo giudiziario in materia di fine vita, ma si oppone a una legge che, in realtà, dovrebbe ridurre tale attivismo.

Cosa c’è, dunque, di nuovo nel disegno di legge in esame? Ci sono le disposizioni anticipate di trattamento, ovvero il cosiddetto testamento biologico. Anch’esso, però, a ben vedere, è almeno indirettamente contemplato sia dal codice deontologico, sia dalla Convenzione di Oviedo: entrambi affermano infatti, testualmente, che il medico deve tenere conto di quanto espresso dal paziente. Il disegno di legge in questo caso chiarisce alcune situazioni tuttora dubbie e alcune problematiche rispetto a un istituto che si potrebbe definire già “semi‑esistente” nel nostro ordinamento.

C’è però un aspetto fondamentale, che è stato trascurato moltissimo anche nel nostro dibattito. Mi riferisco al fatto che l’attenzione si è focalizzata sulle disposizioni anticipate di trattamento, le quali, nei Paesi in cui esse esistono, riguardano una fetta ancora minoritaria della popolazione, tra il 20 e il 25 cento, secondo quanto dicono gli esperti. Ormai, invece, nei Paesi sviluppati come l’Italia, circa l’85 per cento delle morti non è improvviso e, quindi, si possono programmare le cure, le varie tappe delle stesse e anche la loro sospensione, insieme e non contro il medico.

L’articolo 5 del disegno di legge prevede l’istituto fondamentale della pianificazione condivisa delle cure, che è un aspetto fondamentale, anche perché riguarda molte più persone rispetto alle disposizioni anticipate di trattamento. E anche questa programmazione nella prassi già si fa, soprattutto in alcune Regioni e centri: estenderla e farla uscire dalla penombra normativa non può che migliorare la qualità del rapporto tra medico e paziente.

La dottrina – penso ad un saggio del professor Casonato, membro del Comitato nazionale per la bioetica, ma anche ad altri – ha evidenziato che esistono naturalmente dei punti migliorabili nel disegno di legge e l’auspicio è che potranno essere migliorati in futuro, dopo che la legge avrà cominciato a funzionare: in particolare, si procedimentalizza forse un po’ troppo il procedimento per le disposizioni anticipate di trattamento e, volendo fornire molte garanzie, si rischia di burocratizzare un pochino tale processo. Poi ci sono alcune formule che restano un po’ vaghe e rischiano di produrre contenzioso, anche se non dobbiamo dimenticare che una parte del contenzioso è assolutamente insita nella stessa natura di questa materia.

In conclusione, il pregio fondamentale di questa legge – e cito le parole del senatore Manconi, pronunciate alcuni giorni fa in quest’Aula, che trovo molto importanti – è sottrarre questa tematica all’oscurità e a tutto ciò che di illegale ad essa si accompagna quando una problematica così delicata non è regolamentata. Questo è il pregio maggiore di questa legge, più che le innovazioni che esso porta che non sono poi così grandi – come ho cercato di dimostrare – rispetto a quanto già esiste nell’ordinamento.

Ed è per questo che bisogna anche ringraziare – e sono contento che siano qui presenti – i rappresentanti dell’associazione Coscioni per il contributo culturale che in questo senso stanno dando, si tratta infatti di un problema di cultura: capire che è importante regolamentare i problemi con lo strumento proprio della tutela dei diritti, ossia la legge. Questo disegno di legge rafforza l’alleanza terapeutica ed è nell’interesse di tutti che ciò avvenga. Con questo disegno di legge, l’alleanza terapeutica medico-paziente funzionerà meglio, perché garantisce il diritto di cura fino a quando può essere esercitato e con modalità più cooperative e più umane. E ciò anche perché, quando l’alleanza terapeutica, invece, non funziona – ipotesi plausibile, anche se si spera sempre che non capiti – non può costituzionalmente che prevalere il diritto all’autodeterminazione del paziente. È costituzionalmente obbligato che sia così. (Applausi dei senatori Buemi, Campanella, Ichino e Repetti).

Quindi è soprattutto chi si batte in nome dell’alleanza terapeutica che dovrebbe apprezzare il disegno di legge al nostro esame, il quale aiuta tale alleanza. Questo disegno di legge porta chiarezza normativa, aiuta i medici e può soprattutto contribuire a migliorare la vita dei malati e – cosa non meno importante – la cultura dei diritti.

Per questi motivi il Gruppo per le Autonomie, PSI-MAIE annuncia il suo voto favorevole al provvedimento. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e Misto).

Doppio passaporto: farsi qualche domanda

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 13 dicembre 2017 con il titolo “Le domande sul doppio passaporto”)

Partiamo dalla fine. La concessione del passaporto austriaco ai sudtirolesi è una prospettiva estremamente improbabile, anche al di là della volontà politica. Gli ostacoli giuridici sono troppi e troppo complessi. Oltre alle difficoltà giuridiche interne all’Austria, una simile iniziativa ne creerebbe anche nelle relazioni internazionali, rischiando di compromettere l’ottima reputazione internazionale del Paese, i rapporti con l’Italia e il delicato equilibrio interno in Alto Adige. Il tutto senza che peraltro per Vienna ne derivi alcun vantaggio. Insomma, la campagna che si sta conducendo sul tema è mirata a mettere in difficoltà la SVP e a creare illusioni (pericolose perché destinate a rimanere tali) in una fetta della popolazione. A prescindere dall’esito finale, però, la vicenda solleva questioni assai complesse, che sarebbe grave ignorare, chiudendo gli occhi in attesa che passi di attualità. Proprio perché i temi che pone sono di natura strutturale e non solo contingente.

La prima riguarda l’identità e i suoi simboli. Non vi è dubbio che poter ottenere il passaporto austriaco sarebbe per tantissimi abitanti di questa terra una prospettiva allettante. Sicuramente lo sarebbe anche per molti italiani, che forse di fronte a una simile eventualità risultano più impauriti che scettici, sentendosi esclusi da un ‘beneficio’ che verrebbe attribuito ai propri vicini di casa. Ma perché si dovrebbe trattare di una prospettiva allettante, posto che non conferirebbe vantaggi specifici e immediati? Perché i rapporti tra gruppi dissimulano sempre gerarchie implicite, per cui è attrattiva l’appartenenza a un’identità che si associa a modelli positivi e di successo, e non attrattiva quella ritenuta su un gradino più basso della gerarchia sociale. Per questo, ad esempio, ovunque in Europa i Rom risultano in numero assai minore di quanto sia la loro reale consistenza di gruppo: perché l’identificazione con un gruppo discriminato comporta difficoltà, e spesso ulteriore discriminazione. Perché invece nessuno svizzero si sognerebbe di voler essere tedesco, francese o italiano, nonostante la comunanza linguistica (etnica?) con i Paesi vicini? Perché molti sudtirolesi nelle competizioni calcistiche tifano Germania e non Austria? Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

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