Il nostro futuro – La convivenza da costruire (di Hans Drumbl)

languageseditoriale di Hans Drumbl, Corriere dell’Alto Adige, sabato 18 febbraio 2017 – Anno XV – N. 41

Una domanda rimasta inespressa in occasione delle discussioni durante la Convenzione sull’autonomia è proprio quale futuro aspettarci. Dal 1972 sono passate quasi due generazioni. Vogliamo ipotizzare come potrebbe essere il Sudtirolo tra due generazioni? La domanda è meno eccentrica di quanto sembri.

In occasione della presentazione di Államhatár di Cristian Natoli, un film su Gorizia, città di confine alla ricerca di una propria identità culturale, ha preso la parola il responsabile del marketing di Görlitz, località tedesca nei pressi della frontiera con la Polonia. Ormai abbandonata da tanti giovani andati a Berlino a cercar fortuna, per sopravvivere ha bisogno di una missione, di una meta, di un obiettivo. Ascoltiamo le parole di Kai Grebasch, responsabile del marketing cittadino: “la Polonia è a un passo, basta attraversare il ponte. Noi puntiamo sulla convivenza – dice – Abbiamo istituito un liceo comune dove si insegna nelle due lingue in modo che gli scolari polacchi possano prendere la maturità tedesca studiando nella loro madrelingua. È un obiettivo che entusiasma e fa aumentare la voglia di studiare. Certo, sono ancora in pochi a usufruire dell’occasione, ma la via è tracciata. Sono fiducioso –  conclude – che tra due generazioni vedremo i pieni risultati di questa iniziativa intrapresa in questi anni”.

Trasponendo sulla nostra Provincia di oggi, possiamo sin d’ora individuare iniziative in anticipo sui tempi, che possibilmente porteranno frutti ancora maggiori tra 50 anni, riconoscendo che certe scelte, già oggi, hanno imboccato la strada verso il futuro? Un esempio sotto gli occhi di tutti: ci sono alcune classi di scuole medie bolzanine i cui allievi si presentano con successo alla certificazione linguistica del Goethe Institut. Ci auguriamo forse che la prassi, oggi del tutto eccezionale, possa essere una conquista per tutti i nostri scolari del futuro? Alla domanda vorrei rispondere con grande chiarezza con un “no” deciso. In un futuro non troppo lontano le ore da dedicarsi all’insegnamento delle lingue diminuiranno, e di molto. Il compito della scuola non è di preparare gli allievi alle certificazioni linguistiche, bensì di prepararli alla vita in una società plurilingue. Che è altra cosa: è la scelta di incontri, di scambi, di una convivenza quotidiana da viversi con consapevolezza e con gioiosa normalità. Ed è un futuro perfettamente delineato oggi, ovvero il futuro del pluralismo e della convivenza nella diversità.

Atto Senato n. 2701 – Modifica allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol in materia di scuola
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/47706_testi.htm

Toponomastica: perché e come uscirne

topo-no-mastica(versione integrale dell’articolo pubblicato con qualche taglio sul quotidiano Alto Adige dell’8 febbraio 2017 con il titolo “Caso toponimi:perché e come uscirne)

Una delle ragioni per cui la questione della toponomastica non è ancora stata risolta è che va a toccare molti nervi scoperti della convivenza, e dei non detti finora non emersi perché troppo delicati. È un po’ il ritratto di Dorian Gray della nostra società divisa, dove si accumulano tutti i peccati e tutte le crepe del sistema. Il punto non sono i singoli nomi ma una Weltanschauung, collegata alla visione che si ha del territorio che si abita, della sua storia, della ‘cittadinanza sociale’ di chi ci vive, e dell’immagine che si intende trasmettere a chi non ci vive. È insomma un dettaglio tremendamente importante. E rischia di essere il vaso di Pandora di frustrazioni represse.

Il tema e la sua ‘narrazione’ sono indicativi di una società separata, che impedisce di conoscere e di ri-conoscere la percezione dell’altro. Per cui si rischia di girare a vuoto, arrovellandosi sul perché ciò che appare un’ovvietà non venga compreso dalla controparte. Chi si rifiuta di vedere l’ovvio non può che essere cattivo e in malafede. Nello specifico: nella percezione ‘italiana’ risulta incomprensibile perché da parte tedesca si voglia negare a qualcuno il diritto di chiamare i luoghi nella propria lingua, perché si voglia togliere anziché aggiungere, perché non ci si renda conto che la convivenza richiede accettazione, anche simbolica. Da parte ‘tedesca’ non si comprende perché gli italiani debbano far transitare la propria identità attraverso un torto storico, perché ci si lamenti sempre senza conoscere la realtà extraurbana (dove il monolinguismo è un dato di fatto), perché si sia così incapaci di veicolare unitariamente interessi comuni, e perché si finga di credere che il bilinguismo esista anche a fronte di una strisciante pulizia linguistica in atto da tempo. Che avviene in assenza, non in presenza di una norma di attuazione.

E ciò anche tralasciando le posizioni di nazionalismo estremo che pure ci sono o i calcoli elettorali che pure si fanno, per cui conviene far passare gli uni da fascisti e gli altri da razzisti, così certo complicando di molto la cosa, perché i compromessi avvengono non grazie, ma nonostante le posizioni estremistiche e la loro facile rendita propagandistica. Per capire la reale difficoltà di una soluzione occorre infatti guardare non tanto agli imprenditori dello scontro etnico, quanto al cittadino comune, che non ha interessi specifici da difendere o affermare, né una posizione politica predeterminata, e che in perfetta buona fede non capisce come si faccia a non capire. Non comprendendo questo, tutto ciò che viene dall’altra parte è male, cercare punti di mediazione è un tradimento, e tutto va letto nella logica vittoria-sconfitta, per cui se si ‘cede’ ha vinto ‘l’altro’, vedendo ovviamente solo le proprie concessioni e mai quelle altrui.

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Cyberbullismo: il Senato “ri-approva”

 

Disposizioni per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo: la mia relazione in aula

Assemblea – Resoconto stenografico 26 gennaio 2017, 749a Seduta (antimeridiana)

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1261-B, già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che, ai sensi dell’articolo 104 del Regolamento, oggetto della discussione e delle deliberazioni saranno soltanto le modificazioni apportate dalla Camera dei deputati, salvo la votazione finale. Il relatore, senatore Palermo, ha chiesto l’autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta. Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

PALERMO, relatore. Signor Presidente, siamo tornati ad occuparci di un testo che – come ricorderete – ha già impegnato quest’Aula ormai circa un anno e mezzo fa: la prima approvazione, infatti, ha la data del 20 maggio 2015. Dopo l’approvazione del Senato, il testo è passato alla Camera, che ha apportato significative modifiche sulle quali poi mi soffermerò brevemente.

E ora torniamo a occuparci di questo testo, per provare a licenziarlo auspicabilmente in via definitiva – salvo, naturalmente, l’ulteriore necessario intervento della Camera – recuperando l’idea di fondo che aveva ispirato il primo testo che il Senato aveva approvato – lo ricordo – a larghissima maggioranza, quasi all’unanimità. Forti del grande sostegno, trasversale a tutti i Gruppi presenti in Senato, dopo una lunga discussione in Commissione abbiamo ritenuto necessario tornare sostanzialmente allo spirito e, in buona parte, anche al testo di quel provvedimento originario approvato dal Senato nel maggio 2015.

Il tema è – come sappiamo tutti – di un’importanza fondamentale. Basta aprire quotidianamente i giornali, purtroppo, per leggere di casi tragici che riguardano minori e non soltanto i più vulnerabili. E questo è un elemento nuovo, tutto sommato, dato proprio dalla pervasività degli strumenti informatici, che consentono di raggiungere pressoché tutti, e che, in presenza di situazioni di immaturità evolutiva, possono provocare danni gravissimi alla psiche, all’evoluzione, allo sviluppo armonico della personalità dei minori.

Di conseguenza, si pone la necessità assoluta di intervenire come legislatori, per delineare un quadro fondamentale all’interno del quale svolgere politiche educative che possano preferibilmente prevenire piuttosto che reprimere siffatti fenomeni.

Voglio ricordare – come ha già fatto la senatrice Ferrara in occasione della prima discussione del testo – che la sua iniziativa legislativa (che ha poi avuto un consenso amplissimo e trasversale) è nata anche dall’esperienza drammatica, che lei stessa ha vissuto in prima persona, di una sua allieva che ha subìto terribili atti di umiliazione tramite canali informatici, che hanno portato addirittura a esiti tragici. Questo caso, purtroppo, non è isolato, ma è stato seguito da moltissimi altri. Pertanto, sulla necessità di intervenire si concorda trasversalmente non solo in quest’Assemblea e nell’altro ramo del Parlamento, ma anche nella società tutta. Da parte della società viene al Parlamento una fortissima richiesta di approvare rapidamente un testo che possa servire a qualcosa.

Lettera a un maggioritario mai nato

corte-cost(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 26 gennaio 2017 con il titolo “Lettera aperta al mai nato maggioritario”)

Attraverso la facile parafrasi del titolo di un famoso libro di Oriana Fallaci degli anni’70, che affrontava il tema dell’aborto, si può spiegare molto della parabola del sistema elettorale maggioritario in Italia. Come nel libro, i temi sono un sofferto aborto, la ricerca di emancipazione e indipendenza, e la vita di una comunità. Con la pronuncia di ieri della Corte costituzionale si completa con esito infelice il lungo tentativo di transitare ad un sistema elettorale maggioritario (o ad effetto maggioritario) in Italia.

Un tentativo durato la bellezza di 24 anni, a partire dalla legge Mattarella, che sulle ceneri della della cosiddetta “Prima Repubblica” ha iniziato un tormentato percorso con l’obiettivo di garantire governabilità ed efficienza attraverso formule elettorali, mentre il sistema di partiti si sgretolava. Un’operazione analoga a quella del Barone di Münchhausen, che si tirava per i capelli per uscire dalla palude. Il tentativo, poi affinato dalla legge del 2005 (cd. Porcellum) e da quella del 2015 (cd. Italicum) è stato quello di comporre la litigiosità della società italiana attraverso una sorta di doping elettorale che ad ogni elezione gonfiava artificialmente un partito (o coalizione) moribondo facendolo morire del tutto, di fronte all’incapacità di gestire una maggioranza parlamentare non corrispondente al consenso reale.

Ora l’avvitamento di questa spirale è giunto al punto finale. Dopo la sentenza del 2014, che ha smontato l’effetto maggioritario della vecchia legge elettorale (Porcellum) riducendolo ad un proporzionale puro, la Corte costituzionale ha compiuto il secondo, decisivo intervento abortivo. E ha smontato l’effetto maggioritario dell’Italicum, diventato incostituzionale dopo la bocciatura della riforma costituzionale che esso irrazionalmente anticipava senza essere ancora nato. Così il ballottaggio previsto dalla legge non poteva che diventare irragionevole e dunque incostituzionale nel momento in cui sono rimaste due le Camere che assicurano la fiducia al Governo.

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La Corte Costituzionale può introdurre il ricorso diretto di costituzionalità? Non potrebbe e non dovrebbe.

corte-costituzionalePare che tutto si decida il 24 gennaio. La Corte Suprema britannica dovrà stabilire se il Parlamento dovrà votare la notifica del recesso dall’Unione europea. La Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale. La debolezza della politica è ormai tale per cui si attende messianicamente la decisione, e il Parlamento cincischia aspettando il giudizio. Ma nessuno sembra porsi la questione giuridica più elementare, ossia se la Corte sia competente a decidere il caso. Come ricorda qui il sempre ottimo Roberto Bin, la questione non si presta affatto ad un giudizio di costituzionalità. Si tratta di fatto di un ricorso diretto e preventivo, privo di un interesse immediato e della lesione di un diritto. Ma tant’è, l’emergenza non dichiarata in cui da tempo la vita istituzionale si trova finisce per giustificare un intervento in supplenza, stravolgendo l’ordine delle fonti, perché il soggetto legittimato a decidere non lo fa. Era già successo con la sentenza 1/2014 sulla precedente legge elettorale (dove pure l’ammissibilità della questione era maggiormente sostenibile rispetto ad oggi), e succederà stavolta. Certo, una legge che prevede il ballottaggio in un sistema in cui sono due camere a dare la fiducia al governo non è direttamente incostituzionale, ma lo è indirettamente in quanto illogica. Perché nulla può garantire che al ballottaggio vadano alla camera il partito o schieramento A e B e al Senato C e D. Ma per il resto, come potrebbe la Corte inventarsi un sistema elettorale? Sono tempi difficili per lo Stato di diritto, un po’ ovunque. Meglio osservare con il dovuto interesse (e la dovuta apprensione) cosa decideranno i giudici di Londra…

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni (Alto Adige, 20 dicembre 2016)

Analisi acuta della situazione attuale del processo di revisione dello statuto di autonomia dopo il referendum costituzionale. Condivisibile in toto.

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni.
Alto Adige, 20 dicembre 2016

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Intervista: “I sudtirolesi hanno vinto. Non esagerino.”

aa-20161126(intervista a Francesco Palermo a cura di Francesca Gonzato pubblicata il 26/11/2016 sul quotidiano “Alto Adige”)

Francesco Palermo, il clima surriscaldato, i compiti a casa per tutti, «per chi li ha fatti e deve proseguire e chi, in casa sudtirolese, non ha nemmeno iniziato». Senatore del Gruppo per le autonomie e professore di Diritto costituzionale, Palermo non interviene di frequente sui temi «etnici».

Quindi, se questa volta ne ha voglia, significa che qualcosa accade.

«Nei momenti in cui ci si scalda troppo, meglio stare calmi, evitare scivoloni e approfittare per fare il punto su dove siamo. Ci sono tendenze a livello planetario di esasperazione delle tensioni interetniche. E c’è la tendenza di tutti ad assecondarle. Risultato, si perde di vista ciò che è causa e ciò che è effetto. La politica tradizionale, cioè chi si trova in posizioni di governo (vale da Renzi a Kompatscher, alla sindaca Raggi del M5S) ha una possibilità di incidere paradossalmente minore. In una fase dominata dal mal di pancia e dall’odio sul web, chi ha ruoli di governo viene messo con le spalle al muro e scatta il meccanismo che lo porta a lisciare il pelo a queste tendenze. E’ così che nascono gli errori di cui si sta discutendo».

L’elenco.

«Dalla mozione sulla toponomastica al cerimoniale per l’accoglienza a Juncker organizzato con i soli Schützen per arrivare all’errore grave, sottovalutato, sulla Convenzione per l’autonomia, lanciata e poi lasciata andare da sola. Gli italiani sono rimasti largamente alla finestra, mentre altri (la destra tedesca) la stanno prendendo sul serio. Sono errori anche tattici. Si accarezza il pelo agli estremismi, ma gli Schützen, volendo, potrebbero rovesciare Kompatscher».

Sta esagerando.

«Dico che bisogna tenere presente il quadro intero. Ci sono delle cause e c’è l’effetto. Altrimenti si finisce per dire “sono tutti nazisti, anche la Svp”».

È un fatto che i cosiddetti errori hanno lanciato un segnale di sdoganamento verso destra. Risultato, sono partiti i mastini. I toni pesanti, sono diventati pesantissimi. Gli italiani, equiparati a lavoratori stranieri che devono adeguarsi.

«I provocatori provocano. È il loro mestiere. Come impariamo noi genitori, non sempre si deve dare retta. Vale anche per i politici e per i media».

In realtà da anni la parte italiana sembra avere ridotto la propria capacità di reazione, così l’asticella delle richieste e delle rivendicazioni si alza. È di questo che viene accusato il Pd. La segretaria Di Fede l’ha detto l’altro giorno: non si può essere sempre dialoganti.

«Il linguaggio di oggi sarebbe stato impensabile dieci anni fa. È vero che la “responsabilità” comporta dei rischi. Non bisogna rispondere sempre, ma qualche paletto va posto. La proposta di Tommasini alla Svp per una moratoria sulle mozioni etniche in consiglio provinciale è un passo intelligente».

Lo strappo istituzionale di Kompatscher sull’accoglienza a Juncker ha provocato una nota della Commissaria del governo al ministero. Nemmeno una settimana dopo il governo approva le due norme di attuazione sulla caccia e accoglie l’emendamento al bilancio che sblocca l’avanzo di amministrazione: 1,4 miliardi a disposizione della Provincia fino al 2030. Il messaggio lanciato da Roma a Bolzano è chiaro: fate pure…

«Sì, l’impressione è questa. Inutile girarci intorno. D’altronde sono meccanismi lenti. Magari la risposta arriverà in un altro momento, con altri modi».

Di fatto mancano i contrappesi. Il gruppo italiano in Alto Adige è debole, anche politicamente…

«E i rapporti con lo Stato vengono tenuti direttamente dalla Svp, senza mediazioni. E siamo arrivati al disagio degli italiani…».

Sì.

«Non è solo un problema di élite e di politica debole. C’è una frammentazione dovuta al fatto che come italiani non ci aggreghiamo per linee etniche. Ciò ha consentito di superare il conflitto: se una parte non combatte, non c’è guerra. Bene, dunque, ma ora questi valori vanno esportati, parlando tedesco, non urlando, dimostrando capacità, lavorando in modo meno irascibile e più incisivo».

Si dice molto ciò che devono fare i bravi italiani. Si parla meno di ciò che dovrebbe essere fatto nel gruppo tedesco. Certe frasi di questi giorni, talmente piene di disprezzo, dimostrano che per alcuni la ferita è aperta. Non c’è alcun lavoro di elaborazione, a distanza di un secolo.

«Perché ci guadagnano… I sudtirolesi devono essere generosi. Sono la maggioranza economica, politica, culturale e sociale. Sono una maggioranza vincente con il complesso della minoranza. La partita è stata vinta dal gruppo tedesco, che deve imparare a vincere. Stravincere fa male. È un percorso da fare insieme».

Con questa assenza di contrappesi, non è un rischio la clausola di salvaguardia nella riforma costituzionale, che ci avvicina alla autonomia integrale?

«Secondo me no, perché è la tessera di un mosaico. Dipenderà molto da cosa metteremo nel nuovo Statuto».

E se in Austria vincesse Hofer, paladino della nostra destra tedesca? Già parla di referendum anti Ue.

«Come Trump, probabilmente farebbe cose diverse da ciò che dice in campagna elettorale. Ma è ovvio che si aprirebbe una fase molto difficile per tutta l’Europa e per noi in Alto Adige. Servirebbe sangue freddo, altro che».