Il trumpismo dopo Trump

Tabrez Syed/Unsplash

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 12 gennaio 2021)

Si chiude con ignominia il pessimo quadriennio di Trump alla Casa Bianca. Dopo una lunga serie di picconate al decoro istituzionale prima ancora che alla costituzione, a confronto delle quali quelle italiche di cossighiana memoria sembrano affettuosi buffetti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’assalto al Congresso da parte di folcloristici fanatici, particolarmente sensibili alle sparate presidenziali.

Si è trattato a ben vedere della prevedibile conseguenza della retorica populista in salsa americana. Il populismo è una sineddoche: significa scambiare una parte per il tutto. Una parte di popolo, attraverso un leader, ritiene (più o meno consapevolmente) di rappresentare il popolo intero. O di doverlo fare per preservare ciò che ritiene essere il fondamento della società. Un fondamento maschile, bianco e religioso (in occidente), che diventa maschile, barbuto e religioso in molti Paesi islamici, e via sfumando a seconda del contesto. La salsa americana aggiunge un pizzico di giusnaturalismo a tutto questo: se il potere è ingiusto, è un obbligo ribellarsi. Anche per questo la costituzione garantisce il diritto di portare armi. Poco importa che le elezioni siano state regolari, come accertato da molti tribunali federali pieni di giudici repubblicani, fino alla Corte Suprema. Se l’auto-proclamato interprete del volere del popolo sostiene che siano illegittime, allora lo sono ed è doveroso ribellarsi. Un sistema chiuso nella sua logica perversa.

Non solo è una buona notizia che Trump se ne vada. La speranza è anche che quest’ultima vergognosa pagina di un mandato disastroso apra gli occhi anche a chi, in America e altrove, non ha voluto vedere quanto accadeva. Ex malo bonum, verrebbe da dire.

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La pandemia delle fonti

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 28 ottobre 2020)

Le dinamiche che vanno sviluppandosi intorno alle misure di contrasto alla pandemia sono di estremo interesse per l’impatto che hanno sul funzionamento della società. Si tratta di questioni che dureranno molto di più del virus e influenzeranno le regole del nostro vivere organizzato per tempi assai più lunghi. Ma come sempre gli aspetti sistemici interessano meno di quelli a breve o brevissimo termine.

Nella costituzione italiana c’è una lacuna di fondo: i provvedimenti emergenziali sono disponibili da parte di maggioranze politiche occasionali. Vale per i decreti legge (adottati dal governo e soggetti a conversione a maggioranza semplice delle camere, verosimilmente quindi da parte della maggioranza che il governo sostiene), e vale per lo stato di emergenza sanitaria, disciplinato addirittura da una legge ordinaria (sulla protezione civile), che prevede la sua semplice dichiarazione da parte del governo. In altri ordinamenti, dalla Germania alla Spagna, fermo restando che la regia delle emergenze non possa che passare nelle mani del governo centrale, sono i parlamenti (a maggioranza assoluta o qualificata) ad accendere e spegnere l’interruttore del diritto emergenziale. Su questo punto sarebbe quanto mai opportuno un adeguamento della costituzione, ma pare che ci dobbiamo accontentare della riduzione del numero dei parlamentari…

In un contesto di questo tipo, gli unici reali contropoteri sono gli enti territoriali. Regioni e comuni dispongono, per il proprio territorio, di poteri simili a quelli del governo per la gestione di emergenze sanitarie. Ciò può portare a qualche sovrapposizione, a confusione, talvolta all’intervento poco responsabile da parte di qualche amministrazione. Ma sarebbe grave se non esistesse questo potere, a dimostrazione della portata intimamente democratica dell’autonomia. Finora però l’intera gestione della pandemia è avvenuta con atti amministrativi: decreti del Presidente del Consiglio, e ordinanze regionali (e comunali). Il cui controllo spetta ai tribunali amministrativi.

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La frittata del referendum

Elezioni europee 2019 Bologna, come avere la tessera elettorale - Politica  - ilrestodelcarlino.it

(Versione integrale dell’articolo pubblicato il 13 settembre 2020 sul quotidiano Alto Adige col titolo “Referendum, una vera frittata”)

Ci sono valide ragioni a sostegno del sì come del no al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre. A favore dell’approvazione della riforma costituzionale c’è che si tratta di una revisione puntuale, a fronte delle fallite proposte strutturali del 2006 e del 2016. Una riforma che potrebbe metterne in moto altre, quantomai necessarie, e che ha un valore simbolico di semplificazione e risparmio. Contro la riforma si obietta che manca di visione, giacché nessuno sa se e quali altre riforme potrebbero seguire, rischiando di lasciare un parlamento poco funzionale e meno rappresentativo, a tutto svantaggio di donne e minoranze. E che il valore simbolico è quello dell’antipolitica distruttiva e non costruttiva.

Il problema non è certo il taglio dei parlamentari. Con alcuni aggiustamenti il Parlamento può benissimo lavorare con numeri minori. Forse anche meglio, se gli aggiustamenti sono buoni. In fondo la gran parte delle altre democrazie ha parlamenti proporzionalmente più piccoli. Di questi aggiustamenti si parla in modo generico solo in un breve documento politico di maggioranza dell’ottobre 2019, che ne menziona tre: legge elettorale, regolamenti parlamentari e parificazione dell’elettorato attivo e passivo per entrambe le Camere. Meno del minimo sindacale, e in un anno non si è realizzato nulla.

Il problema non sono nemmeno le riforme che non si faranno ma che andrebbero fatte con urgenza, come la rappresentanza dei territori, la trasformazione del Senato, il rapporto di fiducia, uno statuto delle opposizioni. O meglio, non sarebbero un problema se ci fosse un piano su cosa e come continuare sul cammino delle riforme. Ma purtroppo questo piano non c’è, ed è impensabile che venga elaborato e attuato da questo Parlamento, dopo aver assistito al teatro dell’approvazione di questa legge di riforma, votata nell’ultimo passaggio alla Camera quasi all’unanimità (553 sì, 14 no, 2 astenuti), ma solo dopo che il Senato aveva evitato di raggiungere in seconda lettura la maggioranza dei due terzi, rendendo così possibile il referendum. Un gran numero di parlamentari ha votato la riforma sperando, nemmeno tanto segretamente, che venisse affossata dal referendum. La strumentalizzazione della costituzione per ragioni politiche contingenti (salvare la legislatura è la più nobile di queste, ma ce ne sono altre, come mettere in difficoltà il governo) può essere un valido argomento sia a favore della necessità di punire un parlamento meschino e votare sì, sia della voglia di smascherarne il machiavellico giochino e votare no.

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