Immigrazione clandestina tra buon senso e logica politica

illegal immigration (c) European Union(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 20 gennaio 2016 con il titolo “Immigrazione clandestina, quale logica?”)

A seguito delle ultime (brutte) pieghe prese dal dibattito sull’immigrazione, il Governo ha deciso di non procedere con la depenalizzazione del reato di immigrazione illegale. Una vicenda interessante non solo in sé, quanto soprattutto per ciò che insegna in chiave sistemica. Perché aiuta a riflettere sul contrasto tra la cosiddetta “logica politica” e il buon senso.

Partiamo dai fatti. Il reato di immigrazione illegale è stato introdotto nel 2009. Nel 2014 il Parlamento ha stabilito di delegare il Governo a provvedere alla depenalizzazione, avendo preso atto del totale fallimento di una norma-manifesto. Ora però il Governo non intende esercitare la delega, lasciando lettera morta la volontà del Parlamento. Come da espressa ammissione del Presidente del Consiglio, la decisione è stata presa non per convinzione nel merito, ma per motivi di opportunità politica. Si ritiene, forse a ragione, che l’opinione pubblica valuterebbe negativamente la depenalizzazione della cosiddetta immigrazione clandestina, e si è deciso che, almeno in questa fase, non sia opportuno procedere. La conseguenza – ricordiamolo – sarebbe la scadenza della delega e dunque la sconfessione del Parlamento. Non sarebbe certo il primo caso, ma in un sistema almeno formalmente parlamentare non è privo di significato.

La vicenda è però interessante ben al di là del fatto in sé. Per espressa ammissione del Governo, la scelta è dettata da logica politica anche se ciò contraddice la logica giuridica e, forse, anche il buon senso. Sul piano giuridico la previsione di una fattispecie di reato di questo tipo è una colossale sciocchezza, come del resto riconosciuto da diversi tribunali nazionali ed europei. Il reato non punisce un comportamento, ma uno status: un’aberrazione costituzionale e penale. La fattispecie non ha alcun contenuto normativo, perché la sanzione corrisponde alla misura amministrativa dell’espulsione dal territorio nazionale. Nei pochi Paesi europei in cui tale reato esiste (Francia, Regno Unito), manca l’obbligatorietà dell’azione penale, per cui i pubblici ministeri possono valutare se procedere o meno, mentre in Italia questa valutazione non è ammessa. Il risultato è che si celebrano molti processi contro persone già ampiamente datesi alla macchia (e ai pochissimi presenti i tempi del processo danno tutto il tempo per sparire), con lentezze e costi significativi (il funzionamento dei tribunali costa, gli avvocati d’ufficio vanno pagati, giudici e cancellieri potrebbero occupare meglio il proprio tempo), per giungere o a nulla o a una sentenza tardiva e non eseguibile. Non a caso tutta la magistratura preme per l’abolizione.

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Una data e una svolta per l’Europa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Bundespolizei/dpa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Polizia federale tedesca (Bundespolizei/dpa)

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 ottobre 2015)

Il 3 ottobre ricorrono due anniversari in stridente contrasto tra loro ma egualmente significativi per l’Europa contemporanea: il venticinquesimo dell’unificazione tedesca e il secondo del naufragio di Lampedusa.

Il primo avvenimento ha incarnato tutte le speranze positive in un futuro di pace e integrazione nel continente, non più diviso dalla cortina di ferro e avviato verso un processo di riconciliazione che ha prodotto modifiche epocali nell’architettura istituzionale. È stata l’unificazione tedesca del 1990 a dare la stura alle riforme dei trattati a partire da quello di Maastricht, che nel 1992 ha posto le basi per una nuova struttura istituzionale incentrata non più sulle comunità ma sull’Unione europea, successivamente perfezionata con i trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona, e per l’unione monetaria culminata con l’adozione dell’Euro.

La strage di Lampedusa del 2013, in cui 366 migranti sono morti nell’affondamento del barcone su cui cercavano di raggiungere le coste italiane, ha invece rappresentato il momento più drammatico della crisi che ha colpito questa nuova struttura a partire dal suo apogeo di inizio millennio con l’introduzione della moneta unica. Dopo la crisi della sicurezza prima ed economica poi che hanno colpito l’intero continente, pur con diversi gradi di intensità, nell’ultimo quindicennio, si è innescata la crisi delle migrazioni e delle frontiere, la cui drammaticità è apparsa evidente all’Europa del sud proprio col naufragio di Lampedusa ma che successivamente, nel corso di quest’ultima tragica estate, ha (finalmente) attirato anche l’attenzione dell’Europa centrale e settentrionale.

Per quelli che sopravvivono, le stazioni sono diventate il luogo simbolo della precarietà, le nuove frontiere lontane dai confini, la rappresentazione del viaggio impedito e sempre riprovato, il simbolo dell’inarrestabilità di processi che possono e devono solo essere governati, non impediti. Budapest, Monaco e da tempo anche Bolzano sono stazioni simbolo. Portare nelle stazioni la riflessione su questi temi non è però solo un atto simbolico ma anche un forte stimolo all’impegno sul campo di soggetti diversi, dalla politica alla cultura al volontariato, tutti indispensabili per affrontare in modo strutturale il problema. È quanto si farà sabato 3 ottobre, a partire dalle 12, nella rimessa ferroviaria della stazione di Bolzano, con ingresso – gratuito – da via Macello 24. Grazie alla presenza di artisti straordinari, che mettono gratuitamente a disposizione il loro talento e il loro tempo, sarà possibile riflettere su questi temi in una cornice che consente di combinare approfondimento e divertimento, musica e teatro, dibattito e riflessione.Locandina 3 ottobre Bolzano

Così come al 3 ottobre 1990 sono seguite fondamentali riforme istituzionali, normative ed economiche, l’urgenza di analoghe riforme si impone anche dopo il 3 ottobre 2013. Riforme che riguardino anch’esse la concezione dell’idea di Europa, le sue concretizzazioni istituzionali, le sue regole sulle politiche di asilo, di accoglienza e di cittadinanza, e la sua stessa natura di comunità politica continentale. Le idee su come farlo iniziano ad emergere, e la revisione del cosiddetto sistema di Dublino è solo uno dei tasselli che andranno ricomposti per creare un quadro di regole adatto alle sfide del presente e del futuro. Così come non si poteva aspettare a dare una nuova veste all’integrazione degli Stati dopo il crollo del muro di Berlino, non si può attendere a lungo per darla anche all’integrazione delle società europee. Un percorso ancora più difficile e non meno entusiasmante. A fronte delle tragedie delle migrazioni ci sono non solo segnali negativi (muri, egoismi e nazionalismi), ma anche molti segnali positivi: disponibilità all’aiuto, consapevolezza della necessità di affrontare le disparità e della responsabilità che tocca ai più fortunati, mobilitazioni di volontari e cittadini più o meno organizzati, numerosi governi che anche in contrapposizione a forti pressioni delle proprie opinioni pubbliche tengono il punto sulla necessità di fare “ciò che è giusto”. Le energie positive dell’Europa sono ancora, fortunatamente, assai maggiori di quelle negative. E vanno mobilitate e motivate prima che sia tardi. Per ogni migrante che muore in mare o in terra il tempo a disposizione dell’Europa diminuisce.

Esiste un diritto di accesso a internet?

16467700189_fcf7b29a52_k(pubblicato su www.salto.bz/article/23062015/esiste-un-diritto-di-accesso-internet il 23 giugno 2015)

 

Per guardare oltre la vicenda Brennercom

È un peccato che le questioni più interessanti si riducano spesso a conflitti di potere o, in realtà troppo piccole come la nostra, perfino a questioni personali. Se alziamo lo sguardo dalla punta del dito della vicenda Brennercom, appare la luna della questione di fondo: esiste un diritto soggettivo di accesso a internet (più specificamente alla banda larga)? Se non esiste, va garantito? Con quale fonte? E chi lo deve proteggere?

Il dibattito è attualissimo in tanti paesi e a livello internazionale. Nel 2011 se ne sono occupati due importanti rapporti, rispettivamente dell’ONU e dell’OSCE, che indicano chiaramente che gli stati hanno la responsabilità di garantire l’accesso a internet: come corollario del diritto di partecipazione in generale, ognuno ha il diritto di partecipare alla società dell’informazione. In Europa la Grecia è stato il primo Paese a costituzionalizzare l’accesso a internet, mentre la Finlandia, l’Estonia e la Spagna lo hanno disciplinato a livello di legge ordinaria, prevedendo anche i livelli minimi di accesso funzionale (un megabit al secondo in Finlandia, ad esempio). In molti altri Paesi, tra cui la Francia, è stata la giurisprudenza a stabilire l’esistenza di un diritto fondamentale di accesso a internet. In altri ancora, la questione è all’esame del Parlamento. E’ il caso della Germania e dell’Italia. Nel Parlamento romano è in discussione la proposta di introdurre in costituzione il diritto di accesso a internet, ed è altamente probabile che si giunga ad una suo codificazione, pur restando da chiarire alcuni aspetti. Tra questi in particolare l’opportunità di una previsione costituzionale o legislativa e, qualora si optasse per l’inserimento in costituzione, se ancorarlo alla libertà di manifestazione del pensiero e di impartire e ricevere informazione (art. 21) o come diritto prestazionale (la proposta che pare avere più consenso è attualmente quella di introdurre un apposito nuovo articolo 34-bis nella costituzione).

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L’Europa in cerca di identità

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 6 giugno 2014)

La nuova legislatura europea dovrà affrontare enormi sfide. La prima e più importante, da cui dipende la soluzione di tutte le altre, è ciò che l’Unione vuole e può essere davvero. Questioni come la politica monetaria, le disparità tra i territori, l’immigrazione, gli allargamenti e la politica di vicinato, ma anche lo sviluppo delle libertà già garantite dai trattati sono state finora gestite in modo sconnesso, speculare alla natura ibrida e incerta dell’Unione.

Che sia venuto il momento di fare maggiore chiarezza rispetto al percorso dell’integrazione e dunque in ultimo sull’identità e la natura giuridica dell’Unione europea sembra evidente. Evidente non più solo agli osservatori esperti ma anche agli elettori, che quasi ovunque hanno polarizzato il loro sostegno tra progetti ‘europeisti’ e progetti ‘euroscettici’, in qualche modo segnalando anche ai decisori politici nazionali ed europei la necessità di più chiare scelte di campo.

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