Le nebbie di Dover

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 settembre 2019 con il titolo “L#elefante Boris Johnson”)

La scorsa settimana circolava un tweet che andava al punto. Diceva pressappoco così: l’Italia ha trovato una nuova maggioranza parlamentare, il Regno Unito ha perso la sua monarchia parlamentare.

Il nuovo Primo Ministro Boris Johnson è entrato nell’agone politico come un elefante in una cristalleria. Un atteggiamento molto in voga negli ultimi tempi, a tutte le latitudini. E sulle radici di comportamenti inusitati, sfacciati e potenzialmente sovversivi occorrerebbe riflettere più di quanto di faccia con l’abituale sorpresa seguita dall’altrettanto abituale scrollata di spalle…

Diventato Primo Ministro sulla scia del suo atteggiamento duro sulla Brexit, deciso a portare avanti l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea anche senza un accordo con Bruxelles, ha compiuto due passi coordinati ed estremamente pericolosi nel giro di pochi giorni.

Dapprima ha posto all’Europa una (a suo dire) alternativa secca: o Bruxelles accetta un confine reale in Irlanda del Nord, o Londra è disposta ad un’uscita senza accordo. Questo almeno a parole, perché da autorevoli previsioni una hard Brexit, quindi un’uscita senza accordo, avrebbe conseguenze catastrofali per il Regno Unito, almeno inizialmente, e a poco servirebbe la partnership privilegiata che Trump (una specie di gemello di Johnson, separato nella culla) dichiara di voler offrire a Londra una volta uscita dalle presunte grinfie dell’Unione europea. Anche questa tutta da verificare, ma contano i messaggi semplificati e di facile appiglio. Tanto che in alcune cancellerie si sta studiando l’ipotesi di andare a vedere le carte di Londra, e accettare la provocazione di una Brexit senza accordo. Scommettendo sulla necessità di Johnson di frenare all’ultimo. Ma con le teste calde non si sa mai…

Il secondo passo Johnson lo ha compiuto sul piano interno, di fatto sospendendo i lavori del Parlamento fino al limine della Brexit, per evitare che l’assemblea possa condizionare i suoi movimenti. Il senso della mossa è chiaro. La Corte suprema ha chiarito che il processo di distacco dall’Unione è in capo al Parlamento, ed è stato il Parlamento ad affossare ripetutamente l’accordo negoziato da Theresa May con l’Unione europea, costringendo l’ex Premier alle dimissioni. Il decisionista Johnson non vuole correre il rischio di restare impiccato al Parlamento come accaduto alla sua predecessora. E come può sempre accadere nelle democrazie parlamentari – Salvini docet, ma la storia è ricca di esempi analoghi.

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