Il vaccino delle quote

salto(pubblicato su http://www.salto.bz/article/17042015/il-vaccino-delle-quote il 17 aprile 2015)

Perché non occorre essere femministi per sostenere le azioni positive di genere

Non mi piacciono le etichette. E dietro ogni definizione c’è una semplificazione. Per cui anche se so (o penso di sapere) cos’è il femminismo non so bene cosa sia un femminista né se io possa definirmi tale. Spero di no. Anche se mi piacerebbe sapere se può essere considerato femminista un uomo, visto che notoriamente le etichette non basta darsele ma ci vuole una certa approvazione da parte del titolare del marchio… (chissà che è in questo caso).

Disquisizioni terminologico-filosofiche a parte, che pure sono molto importanti, la domanda di fondo, almeno sul piano istituzionale e politico, è se sia opportuno o persino necessario un intervento normativo che favorisca la rappresentanza di genere in determinati settori e in quali (politica, economia, ma potenzialmente tanti altri). Le obiezioni sono note: le quote distorcono la concorrenza, creano un risultato predeterminato, cosa importa il genere, quel che conta è la competenza. Tutto vero e sacrosanto. Allora diciamolo pure direttamente: le quote sono un male.

Detto questo, il mondo è pieno di mali che scegliamo di accettare per un altro beneficio prevalente. L’automobile inquina e ammazza, ma ci fa spostare in fretta (beh, non ovunque e non sempre…) e dà lavoro. Le tasse non sono una gioia (anche se qualcuno lo ha sostenuto, mi pare), ma servono, tra l’altro, per fare le strade su cui andiamo con le nostre dannose automobili (talvolta anche a schiantarci). Il mondo della medicina è pieno di esempi analoghi: i raggi X sono parecchio dannosi, ma servono. Anche il vaccino è un male, ma ce lo iniettiamo lo stesso, e addirittura ferve la polemica sull’obbligatorietà delle vaccinazioni. Gli esempi potrebbero, evidentemente, continuare a lungo.

La questione, non si può negare, è anche ideologica. Come è assai ideologicamente orientato tutto ciò che riguarda l’uguaglianza. Perché dipende dalla prospettiva che si sceglie. A questo servono le costituzioni: a indicare come obbligo giuridico una cornice ideologica.

E in materia di uguaglianza, sia la costituzione italiana sia i più rilevanti strumenti internazionali e sovranazionali hanno scelto un’impostazione ideologica certamente moderata ma precisa. Quella per cui non siamo tutti uguali, ma bisogna fare in modo che lo si possa diventare. Il che significa che quando vi sono “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” è “compito della Repubblica” rimuoverli. E’ l’art. 3 c. 2 della costituzione. Disposizioni analoghe si trovano in molti documenti internazionali al cui rispetto l’Italia si è impegnata, e molti di questi sono più dettagliati e articolati, anche perché più moderni e recenti.

Si può dunque legittimamente sostenere una visione diversa di uguaglianza, anche assai nobile come quella di tipo liberale classico, senza per questo essere maschilisti o contrari all’uguaglianza di genere. Ma non si può sostenere che le quote siano illegittime perché violano l’uguaglianza. Detto meglio: non violano il concetto di uguaglianza sotteso dalla costituzione. Anzi, difficilmente si può sostenere che la nostra costituzione non imponga un certo grado di disuguaglianza per ottenere l’uguaglianza, in modo per certi versi analoghi a come obbliga, con mille precauzioni, ai trattamenti sanitari obbligatori (art. 32).

Non è insomma questione di convincere chi è contrario alle quote. In astratto bisogna esserlo. Il problema è trovare strumenti altrettanto efficaci per ottenere uno scopo che è imposto dalla costituzione. E al momento non se ne vedono.

Certo, senza un sostrato culturale propizio, le misure normative servono fino a un certo punto. Ma questo non basta a sostenere che “gli ostacoli di ordine economico e sociale” (e si aggiunga: culturale) si rimuovono solo con il lavoro culturale. Non foss’altro perché ci vorrebbero decenni o forse secoli.

Per questo, purtroppo, servono anche gli interventi più drastici, talvolta. Per restare alla medicina, talvolta non basta una pastiglia: bisogna operare.

La quota è per il diritto dell’uguaglianza ciò che la chirurgia è per la medicina. Serve solo e se non vi siano altri mezzi per ottenere il risultato.
Per questo conviene chiedersi se invece di tante piccole operazioni (ad es. le mitiche quote al 33%, un’assurdità totale) non convenga farne una radicale e potenzialmente risolutiva. Tipo un’iniezione di quote riservate massiccia ma una tantum (che so, il 75% ma una volta sola) per mettere in moto un processo che deve essere poi anche e soprattutto sociale e non solo giuridico.

La difficoltà in questi ambiti è che non c’è un medico a cui affidarsi, o comunque (e per fortuna!) non uno solo. Per cui si può anche legittimamente scegliere la strada (a mio avviso assurda) delle “quotine” politicamente corrette che danno poco fastidio al sistema e servono a poco, e ritenere una provocazione quella della “super-quota una tantum”. Questo rientra nel mercato delle opinioni, che in materia istituzionale divergono quasi quanto in medicina…

Ma non si può dire che i vaccini non servano anche se sono astrattamente dannosi. Né che la costituzione non preveda o finanche imponga le quote di genere.

Insomma: sono per le quote perché sono per la costituzione.