Cosa terrorizza i tedeschi

(intervista di Sarah Franzosini, pubblicato su https://www.salto.bz/it/article/23092017/cosa-terrorizza-i-tedeschi il 23 settembre 2017)

Il senatore Francesco Palermo sulle elezioni in Germania, il rassicurante pragmatismo di Merkel, l’influenza dell’estrema destra e l’evergreen del „Keine Experimente“.

salto.bz: Senatore Palermo, domani (24 settembre) la Germania andrà alle urne. I sondaggi danno per vincente la CDU/CSU di Angela Merkel, dopo che l’“effetto Schulz”, candidato della SPD, si è di fatto sgonfiato. Non ci saranno sorprese, dunque?
Francesco Palermo: Non c’è dubbio su quale sarà il futuro partito di maggioranza ma la questione è come vincerà la CDU/CSU e quali saranno i risultati delle altre forze politiche in corsa, e di conseguenza quale coalizione si formerà. Da questo dipenderà anche la politica tedesca nei confronti dell’Europa. Le diverse opzioni sul tavolo sono essenzialmente due, una è un’alleanza con i liberali e un’altra la Große Koalition con i socialisti.

Scarta quindi la cosiddetta ipotesi “Jamaica”, ovvero una coalizione a tre tra CDU, i liberali della FDP e i Verdi?
Una possibilità molto improbabile perché i Verdi, nonostante il successo raccolto in passato, sembrano spariti dalla scena, non sono in effetti riusciti a posizionarsi in campagna elettorale pur potendo puntare su molti temi a loro cari, come l’ambiente e l’integrazione, ad esempio. Non si prevede quindi un risultato tale da porli come dei probabili partner di governo. A livello federale, poi, la CSU è piuttosto incompatibile con i Verdi che a loro volta non vanno d’accordo con i liberali.

La Große Koalition sarebbe auspicabile anche per l’Italia dal punto di vista delle relazioni con la Germania?
Assolutamente sì, la prosecuzione della Grande coalizione sarebbe l’ipotesi migliore per l’Italia dal momento che la politica sarebbe sicuramente quella di minore rigore economico nei confronti del nostro paese. Questa compagine di governo, che ha di fatto sempre amministrato bene, significherebbe in generale avere una politica più aperta verso la stessa UE. C’è tuttavia da sottolineare il fatto che una coalizione di questo genere penalizzi molto la SPD, che pagherebbe un tributo pesante in termini di consenso, molte voci interne al partito si chiedono infatti “perché dobbiamo portare il nostro expertise, la nostra capacità di governo, perché poi ne approfitti Angela Merkel?”. Il tema dei partner delle coalizioni, in ogni caso, va anche al di là della Germania, lo vediamo anche in Austria, in Italia, nello stesso Alto Adige: ritrovarsi in raggruppamenti di questo genere è deleterio, si viene di fatto schiacciati politicamente e si perde molto consenso.

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Una data e una svolta per l’Europa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Bundespolizei/dpa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Polizia federale tedesca (Bundespolizei/dpa)

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 ottobre 2015)

Il 3 ottobre ricorrono due anniversari in stridente contrasto tra loro ma egualmente significativi per l’Europa contemporanea: il venticinquesimo dell’unificazione tedesca e il secondo del naufragio di Lampedusa.

Il primo avvenimento ha incarnato tutte le speranze positive in un futuro di pace e integrazione nel continente, non più diviso dalla cortina di ferro e avviato verso un processo di riconciliazione che ha prodotto modifiche epocali nell’architettura istituzionale. È stata l’unificazione tedesca del 1990 a dare la stura alle riforme dei trattati a partire da quello di Maastricht, che nel 1992 ha posto le basi per una nuova struttura istituzionale incentrata non più sulle comunità ma sull’Unione europea, successivamente perfezionata con i trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona, e per l’unione monetaria culminata con l’adozione dell’Euro.

La strage di Lampedusa del 2013, in cui 366 migranti sono morti nell’affondamento del barcone su cui cercavano di raggiungere le coste italiane, ha invece rappresentato il momento più drammatico della crisi che ha colpito questa nuova struttura a partire dal suo apogeo di inizio millennio con l’introduzione della moneta unica. Dopo la crisi della sicurezza prima ed economica poi che hanno colpito l’intero continente, pur con diversi gradi di intensità, nell’ultimo quindicennio, si è innescata la crisi delle migrazioni e delle frontiere, la cui drammaticità è apparsa evidente all’Europa del sud proprio col naufragio di Lampedusa ma che successivamente, nel corso di quest’ultima tragica estate, ha (finalmente) attirato anche l’attenzione dell’Europa centrale e settentrionale.

Per quelli che sopravvivono, le stazioni sono diventate il luogo simbolo della precarietà, le nuove frontiere lontane dai confini, la rappresentazione del viaggio impedito e sempre riprovato, il simbolo dell’inarrestabilità di processi che possono e devono solo essere governati, non impediti. Budapest, Monaco e da tempo anche Bolzano sono stazioni simbolo. Portare nelle stazioni la riflessione su questi temi non è però solo un atto simbolico ma anche un forte stimolo all’impegno sul campo di soggetti diversi, dalla politica alla cultura al volontariato, tutti indispensabili per affrontare in modo strutturale il problema. È quanto si farà sabato 3 ottobre, a partire dalle 12, nella rimessa ferroviaria della stazione di Bolzano, con ingresso – gratuito – da via Macello 24. Grazie alla presenza di artisti straordinari, che mettono gratuitamente a disposizione il loro talento e il loro tempo, sarà possibile riflettere su questi temi in una cornice che consente di combinare approfondimento e divertimento, musica e teatro, dibattito e riflessione.Locandina 3 ottobre Bolzano

Così come al 3 ottobre 1990 sono seguite fondamentali riforme istituzionali, normative ed economiche, l’urgenza di analoghe riforme si impone anche dopo il 3 ottobre 2013. Riforme che riguardino anch’esse la concezione dell’idea di Europa, le sue concretizzazioni istituzionali, le sue regole sulle politiche di asilo, di accoglienza e di cittadinanza, e la sua stessa natura di comunità politica continentale. Le idee su come farlo iniziano ad emergere, e la revisione del cosiddetto sistema di Dublino è solo uno dei tasselli che andranno ricomposti per creare un quadro di regole adatto alle sfide del presente e del futuro. Così come non si poteva aspettare a dare una nuova veste all’integrazione degli Stati dopo il crollo del muro di Berlino, non si può attendere a lungo per darla anche all’integrazione delle società europee. Un percorso ancora più difficile e non meno entusiasmante. A fronte delle tragedie delle migrazioni ci sono non solo segnali negativi (muri, egoismi e nazionalismi), ma anche molti segnali positivi: disponibilità all’aiuto, consapevolezza della necessità di affrontare le disparità e della responsabilità che tocca ai più fortunati, mobilitazioni di volontari e cittadini più o meno organizzati, numerosi governi che anche in contrapposizione a forti pressioni delle proprie opinioni pubbliche tengono il punto sulla necessità di fare “ciò che è giusto”. Le energie positive dell’Europa sono ancora, fortunatamente, assai maggiori di quelle negative. E vanno mobilitate e motivate prima che sia tardi. Per ogni migrante che muore in mare o in terra il tempo a disposizione dell’Europa diminuisce.

Sotto un velo di ignoranza

alto adige(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 18 marzo 2015)

Nel 2003 il Tribunale costituzionale federale tedesco aveva stabilito che i Länder potevano proibire alle insegnanti musulmane di indossare il velo in classe. La neutralità dello Stato in materia religiosa non doveva ritenersi violata da regole restrittive, qualora i legislatori regionali avessero ritenuto che indossare il velo fosse di per sé da considerare una forma di propaganda religiosa. A seguito di quella sentenza la metà dei Länder tedeschi (specie quelli sud-occidentali) ha approvato leggi restrittive della libertà di portare il velo, mentre l’altra metà (le regioni settentrionali e quelle dell’ex Germania est) ha continuato ad ammetterlo.

La scorsa settimana i giudici costituzionali federali sono tornati su un caso analogo. Dovevano decidere della costituzionalità della legge del Nordreno-Westfalia che proibiva di indossare il velo durante le lezioni (tranne che in quelle di religione islamica). Ed hanno ribaltato il principio affermato quasi 12 anni fa. Il divieto di indossare il velo nella scuola pubblica non è dunque (più) compatibile con il principio costituzionale di neutralità religiosa. Perché altrimenti – e qui sta la differenza rispetto alla sentenza del 2003 – bisognerebbe coerentemente proibire anche di indossare crocifissi, e vieppiù di esporli nelle aule, come alcuni Länder consentono in determinate circostanze di fare. La società è plurale, di questo pluralismo fa parte anche l’islam, un simbolo non significa automaticamente propaganda: questo il ragionamento dei giudici di Karlsruhe.

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