Convenzione: un treno da non perdere

alto adige(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 17 aprile 2015)

Messa un po’ in ombra nelle cronache politiche dalle imminenti elezioni comunali (purtroppo), arriva finalmente in approvazione in Consiglio provinciale la legge che istituisce la Convenzione per la riforma dello statuto di autonomia.

Come hanno opportunamente sottolineato i proponenti, ma anche alcuni rappresentanti di opposizione, il passaggio è di quelli storici. E come spesso accade, le innovazioni più significative partono in sordina, circondate da scarso entusiasmo e molti distinguo, e soprattutto sono poco notate. Di solito però, quando si diffonde l’informazione e la percezione della novità, questa diventa una moda e il carro si fa affollato. È normale e va bene così, anche perché questo carro è appositamente molto grande. Se non lo fosse non funzionerebbe.

Per spiegare perché si tratta di una svolta storica, iniziamo dai difetti (reali o potenziali) della legge. Il primo e principale difetto è la tempistica. Se fosse iniziato qualche anno fa, oggi il processo sarebbe concluso, e probabilmente approvato anche in sede romana, vista la fase certo difficile ma anche feconda per le istanze della (nostra) specialità. Chissà se e quanto continuerà. Poi è poco chiaro il collegamento col Trentino, peraltro necessario stante la dimensione regionale dello statuto. Altro aspetto potenzialmente critico riguarda la composizione dell’organo. I suoi 32 membri costituiscono un mix tra politica, società civile (“organizzata” e non) ed esperti: è il risultato di un compromesso, che poteva anche essere diverso e forse più coraggioso, ma è probabilmente quanto il tempo attuale è disposto a sperimentare. Quarto dubbio – quello su cui si concentrano le perplessità dei più – è l’opportunità di aprire un cantiere sull’autonomia quando il tema è poco popolare, sul piano nazionale e su quello interno, stanti il centralismo romano e la popolarità locale delle idee separatiste.

A ben vedere, sono tutti argomenti che valgono a sostenere la necessità del processo. Il tempo perduto non è una buona scusa per perderne dell’altro, né il fatto che Trento non sia ancora partita deve impedire di avviare il percorso. La composizione potrà suscitare perplessità ma mantiene il punto fondamentale: l’apertura della politica al contributo della società civile. Contributo istituzionalizzato, non quello degli incontri segreti, delle telefonate, delle cene, delle cordate, del “dietro le quinte”. L’importanza è evidente: la politica riconosce esplicitamente di non essere in grado di gestire da sola un processo di questa complessità, e chiede il sostegno dei saperi diffusi della società.

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