Referendum. E adesso?

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 24 ottobre 2017 con il titolo “Referendum, adesso i contenuti”)

Il giorno dopo il referendum in Veneto e Lombardia è tutto un profluvio di dichiarazioni. A scorrerle viene da sorridere per il modo plateale con cui ognuno tira acqua al suo mulino e prova a mettere il cappello sul risultato. È normale, per quanto irritante.

I referenda erano giuridicamente inutili. Tutto ciò che i quesiti chiedevano è già possibile in base alla costituzione (e per Belluno in base allo statuto regionale). Tanto che, in polemica con la decisione delle due regioni a guida leghista di ricorrere al referendum consultivo, l’Emilia Romagna ha attivato a tempo di record la medesima procedura e ancor più rapidamente il governo ha aperto il tavolo di trattativa. I quesiti referendari erano inoltre piuttosto generici: la Lombardia chiedeva il mandato politico a trattare su tutte le competenze delegabili a sensi della costituzione (ossia tutte le competenze concorrenti e tre significative competenze esclusive dello stato), e il Veneto non ha previsto alcun richiamo ai contenuti della futura trattativa. Richiedere un referendum senza specificare su cosa suscita perplessità, specie alla luce della costante giurisprudenza costituzionale che richiede chiarezza del quesito.

Ma l’obiettivo era solo politico. Senza il ricorso al referendum le procedure per negoziare il trasferimento alle regioni interessate di alcune competenze si sarebbero certo potute attivare, ma non ne avrebbe parlato nessuno. La disposizione costituzionale che consente la differenziazione delle competenze tra le regioni ordinarie esiste dal 2001, e da allora diversi tentativi sono stati compiuti, e sono tutti falliti. Anche a causa della complessità procedurale per l’approvazione della legge rinforzata di trasferimento delle competenze che il Parlamento deve approvare a maggioranza assoluta recependo i contenuti dell’intesa tra Regione e Governo. Pertanto, lo svolgimento di un referendum preventivo è stato ritenuto l’unica via per assicurare ai governi regionali la forza politica sufficiente a condurre la trattativa. L’eterogenesi del fine come unica modalità effettiva per il raggiungimento del fine originario…

La parte interessante inizia solo adesso. Perché è da adesso che bisognerà cominciare a parlare di contenuti e rispondere alle domande che si pongono.

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Nuovo clima per la nostra autonomia

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 settembre 2017)

Chi si concentra troppo sul dibattito locale rischia di avere una percezione molto distorta delle priorità complessive. Nella nostra regione il tema dell’autonomia è infatti centrale, sia per le questioni che riguardano le prospettive di riforma dello statuto, sia per l’agenda politica quotidiana. I giornali ne scrivono, la politica ne parla, i cittadini la vivono. Le si dedicano spesso convegni e pubblicazioni. Al di là dei confini regionali, invece, la situazione è assai diversa. L’autonomia non è un tema, e quando lo è il clima che la circonda è quasi sempre negativo. Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo e mondiale, anche se la connotazione negativa è inversamente proporzionale alla cultura autonomistica sottostante: quanto più questa scarseggia, come in Italia, tanto più il tema è soggetto a mode e al clima politico del momento.

In parte è un fenomeno comprensibile. Negli ultimi anni altre priorità si sono imposte, dal terrorismo alla crisi economico-finanziaria all’immigrazione, fenomeni globali che hanno fatto pensare che l’autonomia fosse un ostacolo sulla via del controllo di queste emergenze, perché la presenza di più livelli decisionali è spesso vista come qualcosa che complica e rallenta. Una percezione superficiale, ma che proprio per questo attecchisce facilmente in contesti scarsamente permeati di cultura dell’autonomia. Se poi si aggiungono frequenti episodi di malgoverno o alcune situazioni farsesche (per tutte un paio di mutande verdi comprate coi soldi dei contribuenti), la delegittimazione mediatica e culturale del livello regionale diventa inevitabile.

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