La riforma costituzionale illustrata – 6 Gli organi di garanzia

scheda(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 13 agosto 2016 con il titolo “La carta e gli organi di garanzia”)

La riforma si concentra prevalentemente su due questioni: ruolo e funzioni del Senato (e a cascata il nuovo sistema parlamentare) e i poteri delle regioni. Non è invece tra i suoi obiettivi toccare le garanzie, e infatti restano immutati i diritti previsti nella prima parte della costituzione, il titolo relativo alla magistratura, i poteri del Presidente della Repubblica e (con una rilevante eccezione) quelli della Corte costituzionale. Nemmeno vengono mutati ruolo e poteri del Presidente del Consiglio, che resta giuridicamente un primus inter pares. Tant’è che secondo alcuni la riforma è un’occasione sprecata per introdurre i necessari correttivi anche in questi ambiti.

Tuttavia, andando ad incidere profondamente sul Parlamento, vengono inevitabilmente toccati alcuni aspetti che potrebbero avere un certo rilievo, sia pure indiretto, per il funzionamento di alcuni organi di garanzia. È il caso, in particolare, del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, soprattutto per le modalità di elezione.

Il Presidente della Repubblica è oggi eletto a scrutinio segreto dal Parlamento in seduta comune, integrato da tre delegati per ogni Regione (uno per la Valle d’Aosta). Nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’assemblea, dal quarto basta la maggioranza assoluta. La riforma opera due modifiche: vista la trasformazione del Senato in camera ‘territoriale’, vengono eliminati i delegati regionali; e soprattutto cambiano le maggioranze per l’elezione. Per i primi tre scrutini resta la maggioranza dei due terzi, dal quarto al sesto servono i tre quinti dei membri dell’assemblea e dal settimo scrutinio bastano i tre quinti dei votanti. Due modifiche apparentemente minori e anzi positive, visto che aumentano la possibilità che il Presidente sia eletto con ampio consenso e non dalla sola maggioranza di governo. Tuttavia il numero complessivo di grandi elettori scenderebbe, in virtù della riforma del Senato e dell’eliminazione dei delegati regionali, dagli attuali 1000 e più (630 deputati, 315 senatori più quelli a vita, circa 60 delegati regionali) a circa 730 (630 deputati, 100-105 senatori). Il che significa che serviranno 487 voti nei primi tre scrutini, 438 dal quarto e meno dal settimo. I favorevoli alla riforma sostengono che si tratta di una garanzia contro l’elezione a maggioranza, i contrari dicono che, grazie al premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale alla Camera, la maggioranza potrebbe eleggersi il ‘suo’ Presidente se dovesse controllare anche il Senato e se dal settimo scrutinio mancassero alle votazioni alcuni rappresentanti dell’opposizione. Sul piano delle speculazioni numeriche hanno ragione entrambi. Resta il fatto che normalmente la partecipazione all’elezione del Presidente è molto alta. In ogni caso, la formula prevista è evidentemente un compromesso tra l’esigenza di garanzia per le minoranze e quella di evitare lo stallo sull’elezione del Presidente.

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Ora evitiamo la questua al Quirinale

alto adige(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 febbraio 2015)

Partiamo dalla fine dell’editoriale di Alberto Faustini di ieri: “Mattarella – subito definito amico dell’autonomia – sarà un arbitro, non un giocatore. Ma avere per arbitro un uomo che conosce bene la specialità e che – pur fra mille polemiche e per un forzato destino – è stato eletto una volta in questa terra, aiuterà. Ma solo chi saprà farsi aiutare”.

Ecco il punto. Avere un Presidente che, oltre ai tanti pregi che gli si riconoscono, è consapevole e certamente non maldisposto verso l’autonomia speciale in generale e la nostra in particolare, è una gran buona notizia, specialmente considerando il milieu generale della politica italiana. Questo ci potrà aiutare. Ma, appunto, solo se, come territorio, sapremo farci aiutare. Come?

Non con quello che si è letto nel fiume di comunicati stampa della politica locale subito dopo l’elezione, in cui sono già emerse le prime richieste al nuovo Presidente, per quanto spesso velate da carinerie diplomatiche: “è amico dell’autonomia” (quindi deve dirci sempre di sì), “sia garante della riforma elettorale” (ossia non la firmi), “impedisca la controriforma della costituzione” (da capire come, visto che il rinvio di leggi costituzionali è questione altamente controversa e per alcuni impossibile), “venga presto a trovarci” (così avanzeremo le richieste in modo cordiale e in uno scenario bellissimo, c’est plus facile…), fino al diretto “dia la grazia ai combattenti per la libertà degli anni ‘60” (qui non serve la traduzione). La giacchetta è già bella stiracchiata, e stiamo parlando di una regione che rappresenta circa un sessantesimo del Paese.

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La grande normalizzazione

scheda(pubblicato su http://www.salto.bz/article/31012015/la-grande-normalizzazione il 31 gennaio 2015)

Basta un confronto aneddotico e soggettivo tra le ultime elezioni presidenziali per notare che in due anni è cambiato tutto.

Era il 17 aprile del 2013. Il parlamento più rinnovato della storia della repubblica era insediato da un mese, ma era incapace di esprimere una maggioranza. Al governo c’era ancora Monti. Molti parlamentari erano ancora senza ufficio, e le commissioni non insediate. Si vagava nei corridoi cercando di lavorare dove capitava. Sembrava che si sarebbe tornati a votare a brevissimo. Ma si era nel semestre bianco, gli ultimi mesi del mandato del Presidente della Repubblica uscente, e il parlamento non poteva essere sciolto. Il nodo passava dunque dall’elezione del nuovo Presidente, il quale avrebbe avuto il compito di sciogliere la crisi politica o di sciogliere le camere.

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Il Presidente camaleonte

prima pagina(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 gennaio 2015)

Dopo settimane di discussioni, di trame e di gossip, di fiumi di inchiostro tra “totonomi”, “retroscena” e altri mostri del linguaggio politico-giornalistico italiano, oggi iniziano le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. La seconda elezione presidenziale in due anni, quando di norma per eleggere due presidenti di anni ne servono quattordici, ma in questa legislatura va tutto di corsa.

Se il lettore pensa di trovare in questo articolo indiscrezioni sui nomi o inutili identikit retorici e di maniera come quelli di cui sono sommerse le agenzie di stampa (tipo “arbitro”, “garante”, “alto profilo” e simili – cui si aggiunge da noi l’immancabile “amico delle autonomie”) può smettere subito di leggere. Perché di altro si parlerà.

Primo: com’è stata congegnata la figura del Presidente nel nostro sistema costituzionale? Il costituente ne ha fatto consapevolmente un ibrido, ponendolo a cavallo tra due funzioni: organo di garanzia da un lato, “reggitore dello Stato nei momenti di crisi” (per dirla con Esposito) dall’altro. La costituzione non disciplina in dettaglio il ruolo del Presidente, lasciando che tale ruolo vari, anche di molto, in base agli equilibri della forma di governo e del sistema politico. Come una fisarmonica, i poteri del Presidente si comprimono quando i rapporti tra Parlamento e Governo funzionano bene e le dinamiche politiche sono stabili, e si espandono quando questo non succede. Per esempio la nomina del Presidente del Consiglio è un atto meramente formale in presenza di maggioranze e volontà politiche chiare, mentre diventa discrezionale quando il quadro politico è instabile (si pensi alla nomina di Monti o di Letta, i cui esecutivi sono stati da alcuni definiti “governi del Presidente”). Lo stesso vale per lo scioglimento delle camere, il rinvio delle leggi, la presidenza di organi quali il CSM o il Consiglio supremo di difesa, e tanti altri poteri e prerogative presidenziali.

Per questo l’attuale elezione è molto importante, forse la più importante della storia repubblicana, unitamente all’elezione di Scalfaro nel 1992 sotto la pressione degli attentati mafiosi. Perché la situazione è delicata e la politica è debole.

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