La Regione? Laboratorio, non Frankenstein

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 21 marzo 2020 con il titolo “La Regione sia un vero laboratorio”)

Ragionare sul ruolo della Regione Trentino-Alto Adige significa guardare dentro le comunità, ben oltre il profilo istituzionale. Capire come ci si voglia muovere nella gestione delle relazioni tra territori e tra individui che li abitano (e li governano) e come affrontare le sfide dei tempi con strumenti adatti. La riflessione va avanti da tempo, le carte sono sul tavolo, non c’è nulla di straordinariamente nuovo, e anche in questa nuova ondata di pregevoli riflessioni che si sono susseguite su questo giornale i punti salienti sono stati nuovamente messi a fuoco.

Se si dovesse tenere conto dei soli aspetti istituzionali, la risposta sarebbe semplice e con ogni probabilità accettabile da parte di entrambe le Province. La Regione dovrebbe cessare di essere un ente dotato di struttura e autonomia politica (fine dell’unità istituzionale) per diventare una sede di coordinamento delle politiche provinciali (mantenimento dell’unità statutaria) negli ambiti per i quali il livello provinciale è troppo piccolo – e sono assai più di quelli nei quali la Regione possiede oggi una formale potestà legislativa.

La questione tocca però molti altri aspetti meno razionali. Aspetti emotivi, identitari, di psicologia politica, di immagine e mantenimento di posizioni storiche. Sono questi che bloccano una riforma e che riemergono periodicamente quando per qualche motivo (la gestione di una competenza, o l’approvazione di un inutile ordine del giorno) si riaccende il dibattito. Nulla da fare dunque? Non necessariamente. Non si riuscirà a convincere la minoranza tedesca dell’Alto Adige a superare il Los von Trient né i trentini a non temere di perdere l’ancoraggio al Sudtirolo. Ma occorre almeno avere chiare un paio di questioni di metodo e di merito.

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