Brexit, le costituzioni e la tigre della sovranità popolare

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4669) il 28 marzo 2019)

Il termine tedesco Schadenfreude indica la sensazione di piacere che si può provare quando a qualcuno vanno male le cose. Rallegrarsi delle disgrazie altrui, tuttavia, non solo è un sentimento negativo, ma può essere controproducente, giacché in un mondo interconnesso le sciagure altrui finiscono rapidamente per essere anche nostre. Di certo può essere un divertente e sottilmente perfido esercizio pensare a cosa avrebbe detto il mondo intero se il cortocircuito istituzionale sulla Brexit che sta paralizzando da tre anni il Regno Unito si fosse realizzato in Italia… Finita però la soddisfazione per lo scampato pericolo, e non potendo prevedere gli esiti di un processo nel quale la realtà supera quotidianamente la fantasia, possono comunque avanzarsi un paio di riflessioni di sistema su questioni che riguardano non solo il Regno Unito, ma tutta Europa e forse tutto il mondo. Questioni sulle quali c’è poco da ridere, come sulle disgrazie altrui.

La prima è che la costituzione più antica e solida del mondo, l’unica talmente resistente da non avere avuto nemmeno bisogno di essere messa interamente nero su bianco in un unico documento, è rapidamente diventata troppo vecchia per stare al passo con la storia. I segnali ci sono già da almeno un paio di decenni (che comunque in termini di storia costituzionale britannica sono un batter di ciglia), e i vari tentativi di manutenzione che si sono susseguiti hanno solo mascherato e leggermente ritardato il declino. Come talvolta capita alle persone anziane, che quasi all’improvviso passano da una buona forma alla condizione di moribondi, la costituzione britannica si è scoperta non più in grado di reggere le sfide della complessità moderna. Il meccanismo basato sull’onnipotenza del Parlamento o meglio della sua maggioranza pro tempore è andato in crisi di fronte ai paradossi delle decisioni a maggioranza. Non tutto può essere disponibile per le maggioranze parlamentari e dunque per i governi, e secoli di costituzionalismo, in buona parte nato proprio in Gran Bretagna, hanno insegnato che non basta confidare sulla responsabilità delle maggioranze, ma occorrono degli argini al loro potere. Problema britannico si dirà? Niente affatto.

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Il voto del Parlamento europeo sull’Ungheria. Tanto fumo, poco arrosto e troppi deficit strutturali.

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4482) il 24 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare la violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e la conseguente persistente minaccia allo Stato di diritto.

Il voto è stato definito “storico” su tutti i principali media europei, e certamente lo è in quanto è il primo che il Parlamento europeo esprime ai sensi dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Lo è anche per le sue indubbie conseguenze politiche, a partire dalla spaccatura che ha provocato all’interno del Partito popolare europeo (Ppe), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. Com’è noto, la maggioranza (115) dei 219 parlamentari del Ppe ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento della maggioranza dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione (i favorevoli sono stati 448). Tra i voti popolari a favore quelli della Övp del presidente di turno austriaco del Consiglio europeo Kurz, e quello del capogruppo Manfred Weber, possibile Spitzenkandidat dei popolari alle imminenti elezioni europee, che sembra così scegliere la “linea Merkel” anziché la “linea Orbán”. Tra i 57 contrari, i voti degli eurodeputati di Forza Italia, che in pieno spirito europeista hanno adottato una decisione tutta in prospettiva nazionale, per non acuire le distanze dalla Lega, gran sostenitrice di Orbán.

Paradossalmente, però, un voto che vuole significare una reazione d’orgoglio del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del Ppe), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al Parlamento europeo subito prima del voto.

In secondo luogo, la procedura è stata attivata con molto ritardo. Il percorso di creazione di una “democrazia illiberale” (parole di Orbán) è in atto in Ungheria dal 2010, quando Fidesz e il suo leader indiscusso hanno assunto il potere, modificando immediatamente la costituzione (2011) e dedicandosi successivamente allo smantellamento dello stato di diritto. Queste violazioni sono state accertate già da tempo da organismi quali la Commissione di Venezia, e il Parlamento arriva già tardi. Figurarsi se e quando si dovesse esprimere il Consiglio, che è l’organo che ha l’ultima parola in merito.

Terzo, il voto si presta alla facile accusa di esprimere la politica dei doppi standard già da tempo criticata nell’Europa centro-orientale. Perché l’Ungheria sì e altri stati che seguono il medesimo corso come la Polonia invece no, o almeno non ancora? È forse una questione di dimensioni e di peso politico, anche all’interno delle istituzioni europee? L’utilizzo strumentale di questo argomento può facilmente aumentare il vittimismo che in molti Paesi (Italia compresa) si sta diffondendo nei confronti dell’Unione europea, fomentato con piacere da chi il progetto europeo intende sabotare.

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