Intervista: “Regole troppo banali”

brexit

(intervista a Francesco Palermo a cura di Sarah Franzosini pubblicata il 22/06/2016 su http://salto.bz/article/22062016/regole-troppo-banali)

Il senatore Francesco Palermo, “convinto europeista”, sul referendum Brexit e i suoi limiti, i possibili scenari, i danni dell’euroscetticismo.

Alla vigilia di Brexit (“Britain exit”), il referendum per decidere se il Regno Unito debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla che si terrà domani giovedì 23 giugno, il dibattito si riaccende, mentre anche i due noti quotidiani inglesi si schierano: il Telegraph per il “leave”, lasciare, e il progressista The Guardian favorevole al “remain”, restare. Il primo ministro conservatore David Cameron, che ha sostenuto la campagna pro Europa, avverte: “Il voto sulla Brexit di dopodomani è una decisione cruciale per la Gran Bretagna”, sottolineando che per il Paese è meglio restare nell’Ue, perché sarà “più sicuro” e “più prospero economicamente”, mentre la scelta di uscire “sarà irreversibile”. I sondaggi, che restano comunque incerti, registrano un calo della Brexit al 26%, dal 43% di una settimana fa.

Palermo, quali saranno gli effetti per il Regno Unito e per gli altri paesi europei se la Gran Bretagna dovesse scegliere di uscire dall’UE? Nel breve medio-termine, dicono i dissenzienti, la “Brexit” causerebbe danni certi all’economia inglese ed europea.
Francesco Palermo: Le opinioni sono discordanti, c’è chi dice infatti che se il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea ci saranno effetti a breve termine ma che sul lungo termine tale eventualità potrebbe condurre a una certa convenienza, ci sono diverse valutazioni sull’impatto che questa decisione potrebbe avere sull’economia dell’eurozona. L’economia spiega sempre dopo e quasi mai prima, è quindi difficile stabilire a priori cosa accadrà realmente.

Fra gli altri significativo è stato l’appello di Der Spiegel ai britannici perché boccino Brexit, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha minacciato gli inglesi: “Se uscite non rientrerete”.
Con tutte le conseguenze del caso, visto che chi propende per l’uscita dall’UE non vuole un’Europa come proto-stato federale dominato dai tedeschi, un appello del genere rischia di avere l’effetto opposto.

C’è anche da dire che molte aziende che fanno affari in Europa hanno la loro sede nel Regno Unito e se ci sarà l’uscita dall’UE può darsi che molte di queste società decidano di ridurre il loro personale a Londra e trasferirlo direttamente sul continente.
È possibile, bisognerebbe vedere quali regole adotterebbe il Regno Unito per mantenere queste imprese e nei confronti dei lavoratori. Siccome gli affari interessano a tutti è inoltre immaginabile che vengano stilate delle regole che rendano lo status di queste e imprese e di questi lavoratori analogo a quello attuale, cosa che potrebbe comunque avverarsi in modo unilateale. Fra l’altro è stato proprio un caso britannico ad essere portato davanti alla Corte di giustizia, anni fa, quello della “one pound company”, era cioè possibile aprire la sede legale di un’impresa nel Regno Unito con una sterlina, il punto è che poi si lavorava in altri paesi. È evidente che le relazioni economiche non cesseranno.

In quanto all’Italia, la cui situazione dal punto di vista del debito pubblico e della disoccupazione è già notoriamente precaria, potrebbe accadere, in caso di Brexit, che gli investitori chiedano un premio al rischio più alto per acquistare il debito pubblico italiano, ovvero potrebbero chiedere di pagare tassi di interesse più alti, con un conseguente aumento dello spread. Il governatore della BCE, Mario Draghi, ha detto che la banca centrale è “preparata per ogni evenienza”, possiamo stare tranquilli, dunque?
Non credo, la situazione è molto complessa, senza contare che ogni volta che Draghi fa qualche dichiarazione la Germania si agita. Per “ogni evenienza” significa che per i tedeschi si va oltre il mandato della BCE. Le ricadute si propagano come i cerchi concentrici delle onde per cui le economie periferiche sono quelle che subiranno un impatto maggiore, quantomeno sul lungo periodo. Su quello breve probabilmente l’effetto principale si avrà su quelle zone economicamente legate al Regno Unito come l’Olanda o la stessa Germania. I referendum semplificano, però l’individuazione dei soggetti che hanno il potere di partecipare alla decisione rientra in una scelta politica. Perché, allora, mi verrebbe da chiedere in modo provocatorio, noi che siamo risparmiatori europei non possiamo dire la nostra? Ci si avvale di un sistema arcaico per prendere una decisione di questo tipo, perché non si tiene per niente conto delle interconnessioni che ormai si sono stabilite fra i vari paesi europei, anche di natura giuridica.

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Comunali a Bolzano: la mia analisi


saltobzIl senatore Francesco Palermo sul voto di domenica: le scelte estreme hanno penalizzato una visione strategica.
(intervista con Gabriele Di Luca, pubblicata su http://salto.bz/article/09052016/avevo-previsto-quasi-tutto il 10 maggio 2016 con il titolo “Avevo previsto quasi tutto”)
Salto.bz: Senatore Palermo, partiamo dall’analisi dell’astensionismo. Rispetto alle precedenti elezioni comunali abbiamo avuto un ulteriore calo, anche se contenuto. Segno che la tendenza è ormai inarrestabile?

Francesco Palermo: Guardi, non parlerei di una tendenza considerando che stavolta l’astensionismo è cresciuto solo dell’1,67%. Anzi, forse possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno di stabilizzazione. Del resto l’affluenza è stata piuttosto alta, almeno se comparata ad altre tipologie di consultazione.

I risultati l’hanno sorpresa?
Per dire la verità in nessun modo. Avevo previsto tutto, peccato che non abbia scommesso con qualcuno su come sarebbe andata a finire.

Davvero tutto così prevedibile?
No, in realtà qualcosa che non avevo minimamente pronosticato c’è stato. Il risultato di Casapound.

A cosa pensa sia dovuto l’exploit del movimento di estrema destra?
In un certo senso la risposta è già contenuta nella domanda. Proprio perché si tratta di un movimento “estremo”, l’elettorato gli ha tributato un notevole riconoscimento. Non si tratta peraltro di un fenomeno solo locale, anche se a livello locale è stata in particolare l’offerta politica di Casapound a intercettare quest’esigenza presente un po’ ovunque (si pensi a quanto sta accadendo negli Stati Uniti con Trump). A tal proposito trovo geniale lo slogan di Angelo Gennaccaro, che si è dichiarato “estremamente normale”: un ossimoro vincente in quanto colorato da un elemento di “sobria eccessività”, anche se – nel suo caso – chiaramente paradossale.

Focalizziamo lo sguardo sui protagonisti principali delle elezioni e parliamo dei due candidati (Renzo Caramaschi e Mario Tagnin) che si affronteranno al ballottaggio. Lei crede possibile che a Bolzano si ripeterà quanto accaduto a Laives?
Ritengo che il caso di Laives rimarrà isolato, o comunque non verrà replicato molto facilmente nel capoluogo. In fondo a Laives, nonostante il governo sia di centrodestra, è la Svp a comandare. A Bolzano la questione delle deleghe e delle competenze non potrebbe essere risolta allo stesso modo. Inoltre la composizione di un governo di centrosinistra costituirebbe anche la scelta più semplice. Senza contare il riflesso che un cambiamento di prospettiva avrebbe sullo scenario nazionale, dove Matteo Renzi continua – e sicuramente continuerà ancora a lungo – a dominare. Sommando tutti questi fattori, la conferma di un’alleanza tra il Pd e la Svp appare la soluzione più probabile.

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“Heute war eben ich dran”

Francesco Palermo ist gegen Minderheitenschutz? “Nie gesagt. Ich wurde Teil einer bekannten Kampagne.” Das wahre Problem sei, wie die Medien im Land funktionieren.
Von Lisa Maria Gasser, 31.10.2015
(veröffentlicht auf http://www.salto.bz/article/31102015/heute-war-eben-ich-dran)

Herr Palermo, Sie haben es heute mit einem “gefährlichen Vorschlag” auf die Titelseite der auflagenstärksten deutschsprachigen Tageszeitung geschafft. Das gelingt nicht vielen…
Was soll ich sagen. Das wird natürlich alles politisiert. Ich habe klarerweise kein einziges Wort von dem gesagt, was mir jetzt in den Mund gelegt wird. Außerdem, wenn ich eine kritische Stellungnahme zu Südtirol abgeben möchte, mache ich das sicher nicht auf einer internationalen Tagung, wo sich kein Mensch für Südtirol interessiert.

Die Titelseite der Dolomiten lautet “Attacke von Senator Palermo”, dabei müsste es heißen “Attacke gegen Senator Palermo”.

Worum ging es bei der Tagung?
Es war eine OSZE-Konferenz anlässlich des 25-jährigen Bestehens der Kopenhagener Erklärungen – ein ganz wichtiges OSZE-Dokument für den Minderheitenschutz. Thema war die korrekte, moderne Auslegung des internationalen Minderheitenschutzrechtes. Ich war als Experte eingeladen und vor allem als Europarat-Vertreter. Ich habe nicht als Politiker gesprochen. Bei der Tagung ging es auch nicht um Südtirol, es ging nicht um Autonomie, sondern um den internationalen Menschenrechtsschutz. Es war eine hochkarätige Veranstaltung und ich habe nichts von dem erzählt, was die Dolomiten berichten. Das ist einfach unglaublich.

Und worum ging es in Ihrer Rede? Nicht darum, dass die Zeiten, als man glaubte, das Überleben und das Wohlergehen kleiner Volksgruppen durch Regionalautonomien sichern zu können, vorbei sind? So liest man es zumindest in den Dolomiten.
Inhaltlich ging es eigentlich um das genaue Gegenteil: Dass der Minderheitenschutz heute noch wichtiger ist als vor 25 Jahren. Aber die Staaten schenken der Tatsache leider nicht mehr die notwendige Aufmerksamkeit. Wenn man es zusammenfassen will, war meine Rede eher ein Plädoyer für einen modernen effizienten Minderheitenschutz. Und das setzt voraus, dass auch die internationalen Instrumente, wie vor allem die OSZE und das Rahmenübereinkommen des Europarates und andere, modern interpretiert und implementiert werden.

Dass jetzt dieses Missverständnis passiert ist, führen Sie laut Ihrer Stellungnahme auf Facebook auf die mangelnden Englisch-Kenntnisse des Dolomiten-Berichterstatters zurück?
Nein, nein, natürlich ist das kein Missverständnis, sondern eine vorgeplante Attacke. Die Titelseite der Dolomiten lautet “Attacke von Senator Palermo”, dabei müsste es heißen “Attacke gegen Senator Palermo”. Heute bin eben ich dran, gestern waren andere und morgen werden wieder andere drankommen.

Das alles hat gar nichts mit meinen Aussagen, mit meinen Gedanken und auch nichts mit meinem politischen Mandat zu tun. Es ist alles heiße Luft und dient anderne Zwecken.

Manch einer ist ja schon gelangweilt von dieser Berichterstattung…
Sie wissen ja, wie das hierzulande leider funktioniert. Und das ist das wahre Problem – nicht der Minderheitenschutz. Absurd. Aber genau deshalb will ich mich eigentlich nicht auf die Diskussion einlassen. Wenn es um Inhalte geht, gerne. Und wenn ich etwas zu sagen habe, auch kritisch, dann habe ich andere Mittel, mich zu äußern. Das muss ich nicht von einer Tagung von Wien aus machen, wo es auch nicht ansatzweise weder um Südtirol noch um Italien ging.

In diesem Fall war es für Sie allerdings unmöglich, sich zu äußern. Sie sagen, Sie wurden nicht kontaktiert vom Verfasser des Dolomiten-Artikels?
Nein. Nein, nein. Und es stimmt wirklich kein einziges Wort. Ich bin Teil einer wirklich bekannten Kampagne geworden.

Das Ziel der Attacke ist die jetzige SVP-Politik, sie wollen den SVP-PD Pakt angreifen.

Waren Sie verwundert, dass unter dem Bericht zu Ihnen bereits eine Reaktion des Landeshauptmannes abgedruckt war? Und das, ohne dass Sie gehört wurden?
Der arme Landeshauptmann wurde auch instrumentalisiert. Sie wissen ja, wie diese Sachen funktionieren, Sie kennen ja die Mechanismen.

Erklären Sie mal.
Die Dolomiten hat den Landeshauptmann angerufen und gesagt: “Der Palermo hat das und das gesagt” – was natürlich nicht stimmt. Und er sagt: “Ich kann absolut nicht glauben, dass das stimmt. Sollte es stimmen, kann ich natürlich nicht einverstanden sein.” Und das wird auch mehr oder weniger wieder gegeben im Interview. Aber im Titel steht, dass meine “Aussagen” Quatsch sind.

Ich brauche auch nicht zu dementieren, was ich nicht gesagt habe.

Es herrscht also keine dicke Luft zwischen Ihnen und dem Landeshauptmann?
Gar nicht. Übrigens haben wir heute (Samstag, 31. Oktober, Anm. d. Red.) telefoniert. Er weiß Bescheid, wie das – leider – funktioniert, weil ihm das ständig passiert.

Haben Sie ihn darauf hingewiesen?
Ich habe ihm gesagt, dass da etwas ganz anderes dahinter steckt und dass ich schockiert bin, weil mir das Gegenteil von dem, was ich gesagt habe, in den Mund gelegt wurde.

Wobei bereits auf Twitter ein Dolomiten-Journalist bereits die Vermutung angestellt hat, dass Sie die Geschichte jetzt auch “bewusst dementieren” könnten.
Naja, ok. Ich will mich aber wie gesagt nicht auf diese Sachen einlassen. Es ist nur kleinkarierte Polemik. Und es ist so, dass ich einfach sprachlos bin. Aber der Wirbel dauert zwei Tage und ist dann wieder vorbei.

Logisch, wenn die wichtigste Tageszeitung im Lande so etwas tut, hängen sich alle dran.

Inzwischen haben aber doch eine Menge Leute die Nachricht und die entsprechenden Artikel gelesen. Gehen Sie davon aus, dass die Leser durchschauen, welches Spiel hier gespielt wird?
Jene, die wissen, wie das funktioniert und die mehr oder weniger in dem System drin sind, absolut ja. Abgesehen von der Tatsache, dass es ja eigentlich gar keine Nachricht ist. Aber der normale Leser… Es geht es ja vor allem darum, eine negative Stimmung zu schaffen. Und das wird schon auch gemacht. Die Leute hinterfragen die Sachen nicht und wenn sie das auf der Titelseite lesen, dann glauben sie das auch.

Finden Sie das nicht bedenklich?
Das einzige große Problem ist, wie die Medienlandschaft in diesem Land seit einiger Zeit funktioniert. Das ist problematisch, finde ich.

Haben Sie versucht, den Dolomiten zu verstehen zu geben, dass Ihre Berichterstattung in diesem Punkt wohl offensichtlich falsch war?
Ich habe meine Facebook-Stellungnahme auch an die Dolomiten-Redaktion geschickt. Aber es gibt keinen gemeinsamen Nenner. Ich brauche auch nicht zu dementieren, was ich nicht gesagt habe.

Der arme Landeshauptmann wurde auch instrumentalisiert.

Es ist alles auf dem Mist von jemand anderem gewachsen?
Sie haben alles alleine erfunden, alles alleine geschrieben, mich nicht kontaktiert. Und an den Inhalten sind sie kaum interessiert, weil die sind unterm Strich ja eigentlich langweilig. Ihnen geht es natürlich um andere Sachen. Und deshalb gibt es auch keinen Dialog. Denn dieser kann es nur geben, wenn es etwas zum Diskutieren gibt. Daher sage ich auch: Es ist wirklich keine Nachricht, keine Notiz.

… wurde allerdings zu einer gemacht.
Ja, ja – alles selbst gekocht, die ganze Suppe. Und ich bin nur der Aufhänger, um eine andere Meinung zu verbreiten. Aber das alles hat gar nichts mit meinen Aussagen, mit meinen Gedanken und auch nichts mit meinem politischen Mandat zu tun. Doch ich bin der Meinung, dass man so einer Sache nicht so viel Aufmerksamkeit schenken muss. Es ist alles heiße Luft und hat andere Zwecke.

Das einzige große Problem ist, wie die Medienlandschaft in diesem Land seit einiger Zeit funktioniert – nicht der Minderheitenschutz

Nämlich?
Das Ziel der Attacke ist natürlich die jetzige SVP-Politik. Ich werde darüber hinaus als “PD-Senator” beschrieben, obowhl ich mit dem PD nichts zu tun habe und das x-Mal betont habe. Aber sie wollen den SVP-PD Pakt angreifen.

Sie sagen, die Sache ruhen lassen zu wollen. Doch hat sie bereits für Wirbel gesorgt, in anderen Medien, anderen Parteien, den sozialen Netzwerken und vermutlich auch auf der Straße.
Ja, logisch, wenn die wichtigste Tageszeitung im Lande so etwas tut, hängen sich alle dran. Und dann kommen die Oppositionsparteien und die verschiedenen Stellungnahmen. Das ist ein Teufelskreis, den ich gern brechen würde. Und wenn jemand wissen will, was ich zu bestimmten Sachen denke, dann muss er mich kontaktieren, ganz einfach.

Kann man Ihre Rede von Donnerstag, 29. Oktober, irgendwo nachlesen? Auf der OSZE-Seite ist sie nicht zu finden.
Leider, ich habe auch schon versucht nachzuschauen, aber anscheinend arbeiten die Verantwortlichen am Wochenende nicht. Ich weiß nicht, ob es eine Audio-Datei gibt, denn schriftlichen Text habe ich keinen. Aber ich kann Ihnen versichern, meine Rede hat mit unseren Anliegen überhaupt nichts zu tun.

Il Sindaco Abdul

salto(pubblicato su http://www.salto.bz/article/10082015/il-sindaco-abdul l’11 agosto 2015)

Palermo sindaco di Bolzano? Impossibile, a partire dal nome.

Palermo sindaco di Bolzano sarebbe la barzelletta che fa il giro d’Europa.
Al di là del merito (su cui qualche cenno nel post scriptum), sarebbe una sfida impossibile già solo per una questione di nomi e di (presunti) antipodi. La contraddizione sempre crescente per i cultori di Hegel, battute da Bar Sport per altri. Reale pregiudizio per troppi.

Nella campagna elettorale per il collegio senatoriale di Bolzano – Bassa Atesina nel 2013 un episodio mi ha colpito più degli altri. Ero a un incontro organizzato in un centro minore dal locale circolo SVP per far conoscere il marziano che veniva talvolta dipinto come “nemico dell’autonomia” (mai stato, ma basta esprimere dubbi giuridici su una scelta politica per essere inquadrati come tali nell’ottica binaria “amico-nemico” che ancora ci caratterizza).
Breve introduzione di pochi minuti e poi chiacchierata amichevole su ogni tema, dal programma agli aspetti personali. Poi la conversazione prosegue in modo ancora più informale davanti a un bicchiere di vino. Una formula apprezzata, e verosimilmente assai collaudata. Un signore si congratula per le cose che ho detto. E come massimo complimento si produce in una sorta di autocritica (traslittero dal dialetto): “es ist blöd, dass wir uns immer noch Probleme machen, einen Italiener zu wählen, wenn der nächste Kandidat eh Abdul heißen wird”.

Resto di sale. Un conto è conoscere (o pensare di conoscere) in astratto l’atteggiamento mentale di molte persone. Un altro è sperimentarlo così a bruciapelo. Fin da piccolo ho convissuto con battute idiote sul mio cognome. Non solo all’asilo, ma anche in sofisticati ed eruditi ambienti internazionali. Non più di tre mesi fa un coltissimo collega russo mi ha chiesto senza ironia se venissi da Palermo, e mi ha guardato con occhi increduli quando gli ho detto di essere stato più spesso in Russia che in Sicilia.

 

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Esiste un diritto di accesso a internet?

16467700189_fcf7b29a52_k(pubblicato su www.salto.bz/article/23062015/esiste-un-diritto-di-accesso-internet il 23 giugno 2015)

 

Per guardare oltre la vicenda Brennercom

È un peccato che le questioni più interessanti si riducano spesso a conflitti di potere o, in realtà troppo piccole come la nostra, perfino a questioni personali. Se alziamo lo sguardo dalla punta del dito della vicenda Brennercom, appare la luna della questione di fondo: esiste un diritto soggettivo di accesso a internet (più specificamente alla banda larga)? Se non esiste, va garantito? Con quale fonte? E chi lo deve proteggere?

Il dibattito è attualissimo in tanti paesi e a livello internazionale. Nel 2011 se ne sono occupati due importanti rapporti, rispettivamente dell’ONU e dell’OSCE, che indicano chiaramente che gli stati hanno la responsabilità di garantire l’accesso a internet: come corollario del diritto di partecipazione in generale, ognuno ha il diritto di partecipare alla società dell’informazione. In Europa la Grecia è stato il primo Paese a costituzionalizzare l’accesso a internet, mentre la Finlandia, l’Estonia e la Spagna lo hanno disciplinato a livello di legge ordinaria, prevedendo anche i livelli minimi di accesso funzionale (un megabit al secondo in Finlandia, ad esempio). In molti altri Paesi, tra cui la Francia, è stata la giurisprudenza a stabilire l’esistenza di un diritto fondamentale di accesso a internet. In altri ancora, la questione è all’esame del Parlamento. E’ il caso della Germania e dell’Italia. Nel Parlamento romano è in discussione la proposta di introdurre in costituzione il diritto di accesso a internet, ed è altamente probabile che si giunga ad una suo codificazione, pur restando da chiarire alcuni aspetti. Tra questi in particolare l’opportunità di una previsione costituzionale o legislativa e, qualora si optasse per l’inserimento in costituzione, se ancorarlo alla libertà di manifestazione del pensiero e di impartire e ricevere informazione (art. 21) o come diritto prestazionale (la proposta che pare avere più consenso è attualmente quella di introdurre un apposito nuovo articolo 34-bis nella costituzione).

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Dove zoppicano le anatre

mano scheda(pubblicato su http://salto.bz/article/13052015/dove-zoppicano-le-anatre il 13 maggio 2015)

Le elezioni comunali pongono un problema politico, ma anche e soprattutto giuridico. È ora di ripensare la legge elettorale per i comuni altoatesini?

L’esito delle elezioni comunali costituisce indubbiamente un problema. Non vi è chi, nel commentarle, non abbia sottolineato la dimensione politica di questo problema, che indubbiamente è rilevante: astensionismo, comportamenti elettorali, candidature più o meno azzeccate, alleanze rischiose e divorzi azzardati, eccetera. Ma nella foga del commento politico si è dimenticata la dimensione giuridica del problema, che pare ancora più significativa.

Come si vede in modo emblematico nel caso di Bolzano, se un candidato non vince al primo turno, si pongono quasi sempre seri problemi di governabilità. Tutti ricorderanno le vicende del 2005, che si ripeterebbero automaticamente in caso di vittoria di Urzì al ballottaggio (impossibile che abbia una maggioranza in consiglio) ma il cui spettro potrebbe aleggiare anche se vincesse Spagnolli, qualora non riuscisse ad allargare la maggioranza. Il problema si pone, magari con magnitudine minore, anche in altri comuni come Merano (meno a Laives), e non è escluso neppure nei comuni più piccoli, quelli sotto i 15.000 abitanti per i quali non è previsto il ballottaggio (si veda il caso di Dobbiaco, nel 2010 ma sulla carta anche oggi).

L’origine di tutto questo è la legge elettorale per i comuni della provincia di Bolzano. Nel 1994, sulla scia della legge nazionale dell’anno precedente che introduceva l’elezione diretta dei sindaci, anche nella nostra regione si è recepita questa riforma epocale (l.r. 3/1994 e successive modificazioni), e probabilmente non si sarebbe potuto fare altrimenti, trattandosi di una “norma fondamentale delle riforme economico-sociali della Repubblica”. Lo si è fatto, tanto per cambiare, introducendo regole assai diverse tra Trento e Bolzano. In particolare, in Alto Adige si è avvertito il rischio che l’impatto di una torsione fortemente maggioritaria avrebbe potuto avere sulla rappresentanza equilibrata tra i gruppi linguistici, e non si è recepita la previsione di un premio di maggioranza per le liste che sostengono il sindaco che risulta eletto. È venuta così meno la seconda gamba della normativa nazionale, senza la quale anche l’elezione diretta del sindaco rischia di incepparsi. Lo si è fatto per motivi nobili e condivisibili, ma così si è ottenuto un risultato che non è né carne né pesce. O, per restare sul piano della metafora politico-zoologica, si è fatta una legge-tagliola, che azzoppa le anatre nel momento stesso in cui le genera.

Qualche considerazione si pone dunque sul piano giuridico relativamente alla funzionalità e ai limiti di questa legge.

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Il vaccino delle quote

salto(pubblicato su http://www.salto.bz/article/17042015/il-vaccino-delle-quote il 17 aprile 2015)

Perché non occorre essere femministi per sostenere le azioni positive di genere

Non mi piacciono le etichette. E dietro ogni definizione c’è una semplificazione. Per cui anche se so (o penso di sapere) cos’è il femminismo non so bene cosa sia un femminista né se io possa definirmi tale. Spero di no. Anche se mi piacerebbe sapere se può essere considerato femminista un uomo, visto che notoriamente le etichette non basta darsele ma ci vuole una certa approvazione da parte del titolare del marchio… (chissà che è in questo caso).

Disquisizioni terminologico-filosofiche a parte, che pure sono molto importanti, la domanda di fondo, almeno sul piano istituzionale e politico, è se sia opportuno o persino necessario un intervento normativo che favorisca la rappresentanza di genere in determinati settori e in quali (politica, economia, ma potenzialmente tanti altri). Le obiezioni sono note: le quote distorcono la concorrenza, creano un risultato predeterminato, cosa importa il genere, quel che conta è la competenza. Tutto vero e sacrosanto. Allora diciamolo pure direttamente: le quote sono un male.

Detto questo, il mondo è pieno di mali che scegliamo di accettare per un altro beneficio prevalente. L’automobile inquina e ammazza, ma ci fa spostare in fretta (beh, non ovunque e non sempre…) e dà lavoro. Le tasse non sono una gioia (anche se qualcuno lo ha sostenuto, mi pare), ma servono, tra l’altro, per fare le strade su cui andiamo con le nostre dannose automobili (talvolta anche a schiantarci). Il mondo della medicina è pieno di esempi analoghi: i raggi X sono parecchio dannosi, ma servono. Anche il vaccino è un male, ma ce lo iniettiamo lo stesso, e addirittura ferve la polemica sull’obbligatorietà delle vaccinazioni. Gli esempi potrebbero, evidentemente, continuare a lungo.

La questione, non si può negare, è anche ideologica. Come è assai ideologicamente orientato tutto ciò che riguarda l’uguaglianza. Perché dipende dalla prospettiva che si sceglie. A questo servono le costituzioni: a indicare come obbligo giuridico una cornice ideologica.

E in materia di uguaglianza, sia la costituzione italiana sia i più rilevanti strumenti internazionali e sovranazionali hanno scelto un’impostazione ideologica certamente moderata ma precisa. Quella per cui non siamo tutti uguali, ma bisogna fare in modo che lo si possa diventare. Il che significa che quando vi sono “ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” è “compito della Repubblica” rimuoverli. E’ l’art. 3 c. 2 della costituzione. Disposizioni analoghe si trovano in molti documenti internazionali al cui rispetto l’Italia si è impegnata, e molti di questi sono più dettagliati e articolati, anche perché più moderni e recenti.

Si può dunque legittimamente sostenere una visione diversa di uguaglianza, anche assai nobile come quella di tipo liberale classico, senza per questo essere maschilisti o contrari all’uguaglianza di genere. Ma non si può sostenere che le quote siano illegittime perché violano l’uguaglianza. Detto meglio: non violano il concetto di uguaglianza sotteso dalla costituzione. Anzi, difficilmente si può sostenere che la nostra costituzione non imponga un certo grado di disuguaglianza per ottenere l’uguaglianza, in modo per certi versi analoghi a come obbliga, con mille precauzioni, ai trattamenti sanitari obbligatori (art. 32).

Non è insomma questione di convincere chi è contrario alle quote. In astratto bisogna esserlo. Il problema è trovare strumenti altrettanto efficaci per ottenere uno scopo che è imposto dalla costituzione. E al momento non se ne vedono.

Certo, senza un sostrato culturale propizio, le misure normative servono fino a un certo punto. Ma questo non basta a sostenere che “gli ostacoli di ordine economico e sociale” (e si aggiunga: culturale) si rimuovono solo con il lavoro culturale. Non foss’altro perché ci vorrebbero decenni o forse secoli.

Per questo, purtroppo, servono anche gli interventi più drastici, talvolta. Per restare alla medicina, talvolta non basta una pastiglia: bisogna operare.

La quota è per il diritto dell’uguaglianza ciò che la chirurgia è per la medicina. Serve solo e se non vi siano altri mezzi per ottenere il risultato.
Per questo conviene chiedersi se invece di tante piccole operazioni (ad es. le mitiche quote al 33%, un’assurdità totale) non convenga farne una radicale e potenzialmente risolutiva. Tipo un’iniezione di quote riservate massiccia ma una tantum (che so, il 75% ma una volta sola) per mettere in moto un processo che deve essere poi anche e soprattutto sociale e non solo giuridico.

La difficoltà in questi ambiti è che non c’è un medico a cui affidarsi, o comunque (e per fortuna!) non uno solo. Per cui si può anche legittimamente scegliere la strada (a mio avviso assurda) delle “quotine” politicamente corrette che danno poco fastidio al sistema e servono a poco, e ritenere una provocazione quella della “super-quota una tantum”. Questo rientra nel mercato delle opinioni, che in materia istituzionale divergono quasi quanto in medicina…

Ma non si può dire che i vaccini non servano anche se sono astrattamente dannosi. Né che la costituzione non preveda o finanche imponga le quote di genere.

Insomma: sono per le quote perché sono per la costituzione.

Radere al suolo il pregiudizio

campo rom(pubblicato su http://salto.bz/node/29860 il 9 aprile 2015)

Ex malo bonum: “radere al suolo” davvero i campi Rom. Populismo, eterogenesi del fine, temi scomodi e etichettature politiche.

Non c’è nulla di peggio che dare fiato alle sparate dei demagoghi. Il funesto circolo vizioso tra politica irresponsabile e media superficiali – da cui deriva un’opinione pubblica scarsamente e malamente informata e dunque propensa a votare politici irresponsabili – si alimenta infatti proprio così: il politico di turno rutta qualche slogan (in campagna elettorale la digestione si fa casualmente più complessa), i media ci si buttano a pesce e ne fanno i titoloni, il populista si esalta per l’incremento di visibilità e la volta successiva la spara ancora più grossa. Ferma la sacra libertà di parola e perfino di rutto, il miglior digestivo resta il pietoso silenzio.
Ma stavolta devo fare un’eccezione. Perché le raffinate dichiarazioni di Matteo Salvini in occasione della giornata internazionale di Rom e Sinti dell’8 aprile potrebbero involontariamente innescare una spirale positiva. Proprio grazie alla semplificazione mediatica su cui il populista specula.
Il messaggio che è passato è che Salvini vorrebbe “radere al suolo” i campi Rom. Il che è esattamente ciò che chiedono tutte le organizzazioni internazionali, ma anche la commissione per i diritti umani del Senato, tutti coloro che del tema si occupano sul piano della ricerca e dell’attivismo e persino la strategia nazionale di inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti approvata nel 2012 (http://www.unar.it/unar/portal/?p=1923). La politica scellerata del “campo nomadi” è la causa, non l’effetto, di gran parte dei problemi di esclusione, di delinquenza e in ultimo di quella che era stata definita “emergenza” Rom (anzi, “nomadi”… e le parole non sono ideologicamente neutre). È questa politica che ha creato le condizioni perché il problema si acuisse e continui ad acuirsi, il tutto ad un prezzo molto alto per le casse pubbliche. È ampiamente dimostrato che con meno soldi di quelli spesi negli ultimi anni per i “campi” si sarebbero potute finanziare politiche abitative e di inclusione, come del resto hanno fatto tutti gli altri paesi europei, dove pure la percentuale di Rom rispetto alla popolazione è spesso assai maggiore che in Italia. Insomma, il “campo” è una peculiarità tutta italiana, una follia scellerata e costosa, un incubatore di criminalità e malattie. Quindi vanno chiusi al più presto, ogni giorno che passa è troppo tardi. Per dirla col rutto ad effetto: sì, vanno rasi al suolo.

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Wenn die Menschen Engel wären…

cropped-leselampe-weit.jpg(veröffentlicht am http://salto.bz/article/02042015/wenn-die-menschen-engel-waeren am 2. April 2015)

Gesetz zur Bekämpfung der Korruption im Senat angenommen. Aber dies ist nicht genug und manchmal ist das Gesetz viel eher das Problem als dessen Lösung.

Am 1. April (und dies ist kein Aprilscherz) hat der Senat das lange erwarteteAntikorruptionsgesetz angenommen. Wenn auch die Abgeordnetenkammer das Gesetz verabschiedet, wäre dies eine wichtige Maßnahme, weil sie die italienische Strafgesetzgebung auf diesem Gebiet in eine Vorreiterrolle auf europäischer Ebene bringen würde. Und dies ist richtig so, weil Italien leider auch auf dem Gebiet der Korruptionsverbreitung eine Vorreiterrolle spielt.

Sicher ist es ein wichtiges Gesetz, und es ist richtig, dies zu betonen. Aber sind die triumphierenden Töne, die viele anstimmen, wirklich gerechtfertigt? Wird dieses Gesetz alleine reichen, um die Korruption zu bekämpfen?

Der Haken an der Sache ist, dass das Strafrecht erst eingreift, wenn das Phänomen, das es bekämpfen soll, bereits präsent ist, wenn etwas bereits festgestellt wurde. Natürlich ist dies nötig, aber den wahren Kampf bestreitet man durch Vorbeugung. Denn das wahre Problem entsteht zu einem früheren Zeitpunkt, und man muss sich überlegen, wie man genau da eingreifen und die Effizienz der zahlreichen, bisher getroffenen Maßnahmen überprüfen kann. Denn dem Gesetzgeber kann man sicher nicht vorwerfen, dass er nicht interveniert hätte. Wenn, dann kann man ihm vorwerfen, dass er zu viel interveniert hat.

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Politici e social networker

cropped-leselampe-weit.jpg(pubblicato su http://salto.bz/article/16032015/politici-e-social-networker il 16 marzo 2015)

La critica è il sale della democrazia. C’è una soglia oltre la quale rischia di produrre l’effetto opposto? Ossia di renderla insipida e immangiabile? Il rapporto perverso tra politica e rete.

Sono abbastanza giovane da ricorrere al web come fonte primaria di informazione e confronto: leggi e sentenze le leggo online e nelle banche dati, non nella gazzetta ufficiale, sono dotato di blog e profili twitter e facebook, carico le pubblicazioni su academia.edu e uso l’online banking. Ma sono abbastanza vecchio per leggere i libri senza kindle, usare i social network in modo molto parco e soprattutto vederli non solo come opportunità ma anche talvolta come fastidio. L’età informatica di mezzo ha degli svantaggi, ma anche il vantaggio di poter osservare due mondi con sufficiente distacco.

Da due anni sono senatore della Repubblica, e parte di questo lavoro consiste nell’informare e nell’informarsi di molte vicende legate a un territorio che rappresento ma nel quale, proprio per doverlo rappresentare, sono abbastanza poco. E così l’uso della rete come strumento di informazione e comunicazione diventa una necessità maggiore di quella che sentirei altrimenti.

Verso la comunicazione, specie quella politica, ho sempre avuto un (troppo facile) atteggiamento snobistico. Trovandomici talvolta in mezzo, ho dovuto necessariamente iniziare a ragionarci in modo più articolato, sforzarmi di capirne le dinamiche, passare dalla dimensione individuale a quella collettiva del singolo commento, elevare a sistema anche lo sfogo più banale. Fino a chiedermi se ci sia un nesso tra l’imbarbarimento del linguaggio politico e quello del linguaggio mediatico e social-mediatico e, se sì, se sia il medesimo rapporto che lega l’uovo e la gallina. Quale nasce prima?

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