Democrazia più ricca se si partecipa

foto 2011(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 novembre 2013)

Quasi in silenzio si è celebrato in Italia il più grande esperimento di democrazia partecipata mai tentato finora in Europa. Si è chiusa infatti la consultazione online lanciata alcuni mesi fa dal Governo in tema di riforme istituzionali, denominata “piattaforma partecipa”. Nonostante il ritornello secondo cui “i problemi sono ben altri” e “questi temi non interessano la gente”, oltre 203.000 persone hanno risposto al questionario, dedicando alla sua compilazione in totale 4 milioni di minuti, senza contare il tempo necessario per prepararsi e riflettere.

Visti in dettaglio, i dati forniscono indicazioni di estremo interesse. In primo luogo, hanno risposto persone con un livello di istruzione superiore alla media: il 43% con diploma superiore, il 32% laureati, e ben il 12% con master o dottorato di ricerca, il che lascia intendere una forte partecipazione da parte del mondo accademico, che ha spesso molte idee ma pochi mezzi per esprimerle. In secondo luogo, è significativa la differenza di genere: i partecipanti sono stati per 2/3 maschi, il che rispecchia una tendenza purtroppo generalizzata (e preoccupante) nell’uso della rete. Inoltre, chi si è preso il tempo e la briga di partecipare è per gran parte (oltre il 60%) lavoratore dipendente (pubblico o privato), pensionato, o studente, mentre meno del 10% sono liberi professionisti. E’ solo una questione di tempo disponibile o anche un indicatore di (s)fiducia da parte delle diverse categorie professionali?

Nel merito emergono due indicazioni principali, oltre a molte altre più sfumate. Primo, chi ha partecipato vuole quasi plebiscitariamente il superamento dell’attuale sistema bicamerale (81%), dividendosi poi equamente tra chi vorrebbe tenere una sola camera (41%) e chi preferirebbe una camera di rappresentanza territoriale che includa le regioni nel processo legislativo ma che non voti la fiducia al Governo (40%). Secondo, oltre l’88% ritiene che vada cambiata l’organizzazione territoriale dello Stato. La sorpresa è che solo il 15% di questi vorrebbe uno Stato centralizzato, con la soppressione delle Regioni, mentre il restante 85% le vuole mantenere, proponendo modifiche soprattutto al riparto di competenze tra queste e lo Stato. Ancora più interessante è che solo il 17% di questi pensa che sarebbe opportuno trasferire allo Stato alcune competenze regionali come sanità, energia, trasporti, rapporti internazionali (una convinzione che invece purtroppo pervade una gran parte della classe politica…), mentre tutti gli altri sono per una razionalizzazione delle competenze, un migliore coordinamento o anche semplicemente per un aumento delle competenze regionali.

Su questo aspetto purtroppo non è disponibile il dato disaggregato per aree geografiche: sarebbe utile sapere come questa preferenza è distribuita tra nord e sud, ma certo visti i numeri se ne deduce che anche molti meridionali sembrano credere nelle regioni. Altrettanto non vale invece per le Province, che andrebbero abolite per il 72% e accorpate per il 16%. Solo l’8% è per mantenere quelle attuali. Insomma, la vulgata secondo cui “la gente” vuole uno Stato più accentrato risulta smentita. Molti sembrano infatti capire che l’inefficienza e gli sprechi del sistema istituzionale non si combattono centralizzando i poteri, ma organizzandoli meglio, e che anzi una loro eccessiva concentrazione non aiuta la democrazia.

Soprattutto, però, fa riflettere (e ben sperare) il successo dell’iniziativa nonostante la scarsa attenzione dedicatale dai media e nel discorso politico. Non è difficile cogliere il potenziale quasi rivoluzionario di questo esperimento, che non è un sondaggio, ma qualcosa di molto più interessante e significativo perché inserito in un percorso di assunzione di decisioni delicate come le riforme istituzionali. C’è nella società una forte domanda di partecipazione intelligente e informata, c’è competenza, ci sono idee e c’è anche (nonostante tutto) spirito costruttivo e propositivo. Tutto questo va canalizzato con gli strumenti giusti, che sono evidentemente più sofisticati dei social network. Ma è indispensabile anche che i mezzi di comunicazione e la politica se ne accorgano, diano spazio a questo tipo di partecipazione e ne valorizzino il potenziale.

Questo dovrà essere solo il primo passo, la “fine dell’inizio” dell’era sperimentale e l’apertura di un nuovo modello di democrazia partecipativa che dovrà diventare la regola e non l’eccezione. Chiudere la porta in faccia a questi 203.000 cittadini attivi rischierebbe di ributtare loro e tutti gli altri potenziali interessati nella frustrazione e nella sterile protesta, dentro o fuori la rete.

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