La frittata del referendum

Elezioni europee 2019 Bologna, come avere la tessera elettorale - Politica  - ilrestodelcarlino.it

(Versione integrale dell’articolo pubblicato il 13 settembre 2020 sul quotidiano Alto Adige col titolo “Referendum, una vera frittata”)

Ci sono valide ragioni a sostegno del sì come del no al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre. A favore dell’approvazione della riforma costituzionale c’è che si tratta di una revisione puntuale, a fronte delle fallite proposte strutturali del 2006 e del 2016. Una riforma che potrebbe metterne in moto altre, quantomai necessarie, e che ha un valore simbolico di semplificazione e risparmio. Contro la riforma si obietta che manca di visione, giacché nessuno sa se e quali altre riforme potrebbero seguire, rischiando di lasciare un parlamento poco funzionale e meno rappresentativo, a tutto svantaggio di donne e minoranze. E che il valore simbolico è quello dell’antipolitica distruttiva e non costruttiva.

Il problema non è certo il taglio dei parlamentari. Con alcuni aggiustamenti il Parlamento può benissimo lavorare con numeri minori. Forse anche meglio, se gli aggiustamenti sono buoni. In fondo la gran parte delle altre democrazie ha parlamenti proporzionalmente più piccoli. Di questi aggiustamenti si parla in modo generico solo in un breve documento politico di maggioranza dell’ottobre 2019, che ne menziona tre: legge elettorale, regolamenti parlamentari e parificazione dell’elettorato attivo e passivo per entrambe le Camere. Meno del minimo sindacale, e in un anno non si è realizzato nulla.

Il problema non sono nemmeno le riforme che non si faranno ma che andrebbero fatte con urgenza, come la rappresentanza dei territori, la trasformazione del Senato, il rapporto di fiducia, uno statuto delle opposizioni. O meglio, non sarebbero un problema se ci fosse un piano su cosa e come continuare sul cammino delle riforme. Ma purtroppo questo piano non c’è, ed è impensabile che venga elaborato e attuato da questo Parlamento, dopo aver assistito al teatro dell’approvazione di questa legge di riforma, votata nell’ultimo passaggio alla Camera quasi all’unanimità (553 sì, 14 no, 2 astenuti), ma solo dopo che il Senato aveva evitato di raggiungere in seconda lettura la maggioranza dei due terzi, rendendo così possibile il referendum. Un gran numero di parlamentari ha votato la riforma sperando, nemmeno tanto segretamente, che venisse affossata dal referendum. La strumentalizzazione della costituzione per ragioni politiche contingenti (salvare la legislatura è la più nobile di queste, ma ce ne sono altre, come mettere in difficoltà il governo) può essere un valido argomento sia a favore della necessità di punire un parlamento meschino e votare sì, sia della voglia di smascherarne il machiavellico giochino e votare no.

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Quali strumenti per quali obiettivi?

(Versione integrale dell’articolo pubblicato il 9 luglio sul quotidiano Alto Adige col titolo “Corte dei conti: un blitz goffo”)

La commissione dei dodici ha saggiamente deciso di prendersi più tempo e migliorare la bozza di norma di attuazione in tema di Corte dei Conti, che tante polemiche aveva creato. Polemiche in parte esagerate, ma dovute alla tempistica con cui è stata proposta, stante la necessità dei voti SVP in Senato per la maggioranza di governo, e alla conseguente eccessiva fretta nel proporre una norma complessa senza i dovuti approfondimenti. Un atteggiamento peraltro niente affatto nuovo.

La proposta non è scandalosa di per sé, né tantomeno incostituzionale, come paventato da qualcuno. Ma richiede confronto, spiegazione, metabolizzazione. Sono i blitz ad essere intollerabili, non necessariamente i contenuti. È su questi però che occorrerebbe incentrare sia la difesa della misura, sia le critiche contro di essa. Difesa e critiche che sono invece state finora estremamente deboli.

Lo schema di norma prevedeva la possibilità, per le province di Bolzano e Trento, di nominare, a loro spese, due componenti (su quattro) della sezione di controllo della Corte dei Conti nei rispettivi territori. Esiste peraltro già la possibilità che il Consiglio provinciale nomini un componente, per cinque anni. Trento l’ha fatto, Bolzano mai (e non è dato di sapere perché). Ora se ne vorrebbero poter nominare due, ossia la metà, e non per cinque anni ma fino alla pensione. Un interesse improvviso per qualcosa che si può già fare, sembrerebbe…. Parlare di assalto della politica alla magistratura contabile è però eccessivo, perché la sezione di controllo ha funzioni preventive, che aiutano proprio ad evitare i processi. E sta in questo la ratio della previsione che già consente alle regioni di nominare componenti aggiuntivi: aiutare le sezioni di controllo a svolgere il lavoro preventivo, a beneficio anche delle amministrazioni controllate. Nella prassi però non molte regioni hanno fatto uso di questa possibilità.

Sostenere che si tratterebbe di un semplice adeguamento a ciò che si fa in altre regioni è argomento debolissimo. Perché si può già fare, perché poche regioni lo fanno, perché si prevede una nomina a vita (a differenza delle altre regioni) e, non ultimo, perché si tratterebbe della nomina di metà dell’organico della sezione di controllo, non di un componente su sette o otto come in altre regioni. Continue reading

Il virus in contanti

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 26 maggio 2020 con il titolo “Il virus e il denaro in contanti”) Con l’attenuarsi della morsa emergenziale seguita allo scoppio della pandemia, si affievoliscono anche i richiami ai mutamenti che il virus avrebbe … Continue reading

La “fase due” delle costituzioni

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 10 aprile 2020)

Il virus ha colto impreparate le nostre società. Era impreparato il sistema sanitario, e sono stati compiuti grandi sforzi per attrezzarlo in tempi brevissimi. Era impreparato il sistema dell’istruzione, e tra mille imperfezioni si è cercato di sopperire con la didattica a distanza. Era impreparato il sistema economico, e si stanno approntando strumenti di sostegno. Anche il sistema giuridico era drammaticamente impreparato.

Sul piano dei rapporti privatistici, sembra messa in discussione la regola che regge da sempre l’impianto civilistico, quella per cui i contratti si rispettano (pacta sunt servanda). Quanto più durerà l’isolamento tanto più monterà l’onda di una devastante e generalizzata causa di forza maggiore che verrà utilizzata per escludere profili di responsabilità per inadempimento delle obbligazioni. Si rischiano di non poter più esigere crediti, con una conflittualità incalcolabile per persone e imprese. I tribunali potrebbero essere travolti non meno di quanto lo sono stati i reparti di terapia intensiva degli ospedali. Con terrificanti conseguenze soprattutto sulla certezza del diritto, che in Paesi come l’Italia è già uno dei punti più deboli del sistema economico.

Sul piano costituzionale, nel giro di poche settimane si è prodotta in gran parte del mondo la più grande limitazione di massa dei diritti fondamentali in assenza di un’adeguata base giuridica, per il semplice motivo che era la cosa giusta da fare. Le libertà sono state conculcate in modo pesante, facendo vacillare le basi costituzionali, in qualche caso abbattendole del tutto. Lo abbiamo già visto con altre recenti emergenze, dal terrorismo al cambiamento climatico, ma ora gli scricchiolii sono diventati allarmanti, e l’intero edificio rischia di crollare. Ci si sta arrangiando come si può, anche sul piano normativo, ma utilizzando strumenti di fortuna. Troppe costituzioni, a partire da quella italiana, non sono attrezzate per rispondere a gravi emergenze salvaguardando l’impianto dei diritti e delle libertà.

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La Regione? Laboratorio, non Frankenstein

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 21 marzo 2020 con il titolo “La Regione sia un vero laboratorio”)

Ragionare sul ruolo della Regione Trentino-Alto Adige significa guardare dentro le comunità, ben oltre il profilo istituzionale. Capire come ci si voglia muovere nella gestione delle relazioni tra territori e tra individui che li abitano (e li governano) e come affrontare le sfide dei tempi con strumenti adatti. La riflessione va avanti da tempo, le carte sono sul tavolo, non c’è nulla di straordinariamente nuovo, e anche in questa nuova ondata di pregevoli riflessioni che si sono susseguite su questo giornale i punti salienti sono stati nuovamente messi a fuoco.

Se si dovesse tenere conto dei soli aspetti istituzionali, la risposta sarebbe semplice e con ogni probabilità accettabile da parte di entrambe le Province. La Regione dovrebbe cessare di essere un ente dotato di struttura e autonomia politica (fine dell’unità istituzionale) per diventare una sede di coordinamento delle politiche provinciali (mantenimento dell’unità statutaria) negli ambiti per i quali il livello provinciale è troppo piccolo – e sono assai più di quelli nei quali la Regione possiede oggi una formale potestà legislativa.

La questione tocca però molti altri aspetti meno razionali. Aspetti emotivi, identitari, di psicologia politica, di immagine e mantenimento di posizioni storiche. Sono questi che bloccano una riforma e che riemergono periodicamente quando per qualche motivo (la gestione di una competenza, o l’approvazione di un inutile ordine del giorno) si riaccende il dibattito. Nulla da fare dunque? Non necessariamente. Non si riuscirà a convincere la minoranza tedesca dell’Alto Adige a superare il Los von Trient né i trentini a non temere di perdere l’ancoraggio al Sudtirolo. Ma occorre almeno avere chiare un paio di questioni di metodo e di merito.

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Il virus è centralista?

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5047) il 26 febbraio 2020) «Dobbiamo evitare che alcuni governatori al di fuori delle aree di contagio possano adottare iniziative autonome. Nessuno deve andare per la sua strada altrimenti provocheremmo confusione a livello nazionale». Parole … Continue reading

The Erosion of Italian Regionalism

(published on 31 October 2019 on https://verfassungsblog.de/the-erosion-of-italian-regionalism/)

Elections in the small, peaceful, politically stable region of Umbria in central Italy normally go rather unnoticed. Since its establishment in 1970, the region, which now counts some 880.000 inhabitants, has always had a clear leftist majority. So far, it has been governed uninterruptedly first by the communist party and, since the 1990s, by its successors. Together with Tuscany and Emilia-Romagna, Umbria has been one of the historical strongholds of the Italian left, a model in terms of good administration, social cohesion and quality of life. When it was excluded from the national government, the left used the success story in Umbria and other regions as a showcase of its political ability and reliability.

The attention given to the regional elections in Umbria didn’t change when the direct election of regional presidents was introduced in 1995 (and constitutionalized in 1999), making Italy the only European country with a presidential system at regional level. For the past two decades, the only electoral thrill in the region  was the amount of votes and the broader or smaller margin in favour of the presidential candidate from the leftist coalition.

All of a sudden at the end of this summer, the usually low-key election of this fortunate region with a rather unspectacular political system brought Umbria into the spotlight of national politics. In Rome, the coalition between Matteo Salvini’s right wing Lega and the populist Five Stars Movement had collapsed, due to the former’s desire to capitalize its growing popular support especially on an anti-immigration agenda. To avoid snap elections that would most likely have made the Lega the first party in Parliament, a new political coalition was formed, under the same Prime Minister Giuseppe Conte. Now the junior partner of the Five Stars Movement is the moderate leftist Partito Democratico, from which its former leader and former Prime Minister Matteo Renzi split to form his own party, Italia Viva, – a move that allows Mr Renzi to support the government but to control its life: should he leave the coalition, it would no longer have a majority in Parliament. Continue reading

Provocazione politica giuridicamente riuscita

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 16 ottobre 2019 con il titolo “Convivenza e polemiche politiche”)

L’Alto Adige, pardon, la Provincia di Bolzano, ha una scansione del tempo tutta sua. A cadenza regolare riemergono polemiche assurde, che mostrano tutti i nervi scoperti di una convivenza apparentemente ideale. Inoltre, alcuni suoi abitanti (che non sappiamo più bene come chiamare) vive nel passato, mitizzando ciò che non è mai stato. Sembra quasi che questo territorio abbia un calendario diverso. Il che, da un certo punto di vista, potrebbe essere considerata una grande conquista in termini di autonomia…

Battute a parte, la vicenda dell’emendamento alla legge europea della Provincia, approvato la scorsa settimana su proposta della Südtiroler Freiheit (STF) con i voti della SVP, che ha sostituito nella versione italiana il termine “Alto Adige” con “Provincia di Bolzano” (e relativi aggettivi) può essere l’occasione per un piccolo ripasso di diritto dell’autonomia speciale. Ad uso dei consiglieri provinciali (e dei cittadini che li eleggono) e dei media nazionali che si sono appassionati alla vicenda riportandola con una superficialità spaventosa.

Che si trattasse di una provocazione politica non occorre ribadirlo. Non è la prima, non sarà l’ultima, e non è stata certo la più stupida. Anzi, denota una buona conoscenza dei meccanismi statutari e regolamentari. Paradossalmente i consiglieri della STF mostrano di conoscere lo statuto e l’autonomia che vorrebbero superare meglio di molti di coloro che li vorrebbero difendere.

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Il dilemma delle riforme costituzionali

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige dell’11 ottobre 2019 con il titolo “Parlamento, ‘tagliare’ con giudizio”)

Con l’approvazione in seconda lettura da parte della Camera, si è completato l’iter parlamentare per la legge di revisione costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Com’è noto, qualora la riforma dovesse entrare in vigore, i deputati passerebbero da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 (più quelli a vita). La politica tende a celebrare anche le mere proposte vendendole come risultati acquisiti, quindi era comprensibile che il Movimento 5 stelle, che della riforma ha fatto un cavallo di battaglia, celebrasse in modo plateale con tanto di forbici un traguardo importante.

Importante ma non ancora definitivo, perché è certo che sarà richiesto un referendum confermativo, possibile grazie al fatto che il Senato ha approvato il provvedimento in seconda lettura con la maggioranza assoluta ma non dei due terzi. Consentendo così alla Camera di votare in modo plebiscitario a favore e a tanti deputati per nulla convinti di non esporsi al linciaggio mediatico. Poteri del bicameralismo. Il Vicepresidente Giachetti ha incarnato questa contraddizione dichiarando espressamente il proprio voto favorevole alla riforma e contestualmente l’intenzione di raccogliere tra i deputati le firme per il referendum confermativo (basta un quinto dei componenti di ciascuna Camera) e poi di porsi alla guida della campagna per il no.

La vicenda di questa riforma costituzionale è istruttiva e indicativa. Istruttiva perché, auspicabilmente, aiuterà a diffondere una maggiore conoscenza dei delicati meccanismi della costituzione. La composizione delle Camere è una cosa serissima, non riducibile ai risparmi di spesa. Perché se si tira un filo della costituzione si muove tutto. Si può fare, forse si deve fare, perché il modello di rappresentanza tutto politico immaginato dai costituenti è poco adatto alla società attuale, tanto più in un contesto di coma (si spera non irreversibile, ma al momento sembra tale) dei partiti. Ma si deve fare con giudizio, non con superficialità. È stato approvato un documento di maggioranza che elenca tutti i punti su cui bisognerà intervenire a seguito di questa riforma. E sono punti complessi, su cui rischiano di saltare gli equilibri sia politici sia istituzionali: legge elettorale; rappresentatività dei territori col superamento della base regionale per l’elezione del Senato; rappresentatività di genere; rappresentatività delle minoranze linguistiche (non guardiamo solo alla provincia di Bolzano, fortunatamente tutelata: altrove le minoranze non hanno voce) e delle minoranze politiche; limiti di età per l’elettorato attivo e passivo al Senato; riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica; modifica dei regolamenti parlamentari. Il tutto “aperto al contributo dei costituzionalisti e della società civile”, ça va sans dire… Una lista di propositi per i quali è assai improbabile che bastino i tre anni di legislatura rimanenti, ammesso che si trovi l’accordo sulla declinazione dei principi indicati. E che qualcuno spieghi come si concilia una maggiore rappresentatività (di genere, di territori, di minoranze) con meno rappresentanti. Insomma c’è consapevolezza del fatto di avere iniziato dalla fine, e ora si cercherà di costruire l’edificio sotto il tetto da cui si è cominciato.

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Editorial – ’70 Years of the German Basic Law’ Symposium

(published on the IACL Blog (https://blog-iacl-aidc.org/70-years-of-the-german-basic-law/2019/9/24/editorial-70-years-of-the-german-basic-law-symposium) on 24 September 2019) What is being celebrated and why? On 23 May 2019 the German Basic Law turned 70. It entered into force on that day in 1949, after having been drafted for … Continue reading