Disposizioni anticipate di trattamento: la mia dichiarazione di voto (14/12/2017)

PALERMO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signor Presidente, questo è un provvedimento molto importante con cui chiudere una legislatura dei diritti. Nonostante tutte le difficoltà che ha incontrato, è stata, certo, una legislatura che si è caratterizzata per la promozione dei diritti fondamentali. E sappiamo quanto sia un tema difficile nel nostro Paese, come l’abbiamo purtroppo avvertito anche nel dibattito che ha accompagnato l’approvazione del provvedimento in esame. Tuttavia, conta il risultato e oggi si arriva ad approvare una legge fondamentale e ampiamente necessaria alla società.

Si sono sentite avanzare molte critiche – direi strumentali – al provvedimento. In realtà, il disegno di legge al nostro esame, per la maggior parte, conferma e precisa quanto già esiste nel diritto vivente e positivo, e in particolare quanto esiste sulla base della giurisprudenza costituzionale di legittimità e di merito e secondo quanto previsto dal codice di deontologia medica e dalla Convenzione di Oviedo che l’Italia ha ratificato. Sappiamo, però, mancando il deposito della ratifica, che la Convenzione di Oviedo non è ancora parte del nostro ordinamento e speriamo che l’attuazione di questo provvedimento possa spingere il Governo a fare finalmente quel piccolo passo ancora necessario.

Si fa shakespearianamente molto rumore per nulla. E questo è un atteggiamento molto tipico, purtroppo, di chi accetta tranquillamente le cose che accadono, purché non se ne parli e non si vedano, e tende poi a opporsi nel momento in cui è la fonte propria alla regolazione dei diritti, ossia la legge, a disciplinare finalmente un diritto e l’esercizio dello stesso. È tipico di un atteggiamento quantomeno contraddittorio.

Che cosa conferma questa legge, in particolare, che già esiste nell’ordinamento? Conferma soprattutto il consenso informato che la Corte costituzionale – lo ricordo – fin dal 2008 ha definito vero e proprio diritto della persona ed è previsto anche dal codice deontologico, all’articolo 35, e dalla stessa Convenzione di Oviedo.

Chi critica questa legge – l’abbiamo sentito ripetutamente nel dibattito – in realtà sostiene, con riferimento al consenso informato, che questo ridurrebbe il medico a un mero esecutore della volontà del malato, ma il realtà non è per niente così. Il consenso informato è un percorso di incontro tra la responsabilità del medico e la volontà del paziente. Il medico in una prima fase illustra la situazione e poi si valuta, insieme al paziente, la coerenza tra la volontà del paziente e le proposte del medico. Su questo, tra l’altro, il disegno di legge in esame riprende il codice deontologico e – come è già stato ricordato – l’articolo 1 molto opportunamente dispone che «il tempo della comunicazione (…) costituisce tempo di cura». E, quindi, consente un bel passo in avanti, da questo punto di vista.

In ogni caso, visto che molti hanno evocato l’eutanasia o addirittura una cultura di morte, va ricordato – per mettere i puntini sulle i – che, in presenza di una richiesta illegittima, come tuttora è l’eutanasia nell’ordinamento italiano, o in presenza di una richiesta non supportata da risultati scientifici – pensiamo al caso Stamina e a tutto il resto – prevale l’autonomia del medico e non la volontà del paziente e, quindi, non c’è alcun automatismo nel ruolo del medico stesso.

La medesima cosa vale per l’altra critica che è stata avanzata spesso nel corso del nostro dibattito, relativa alla possibilità di rifiutare la nutrizione e l’idratazione artificiali. Anche questi sono trattamenti i cui contenuti sono definiti dalla giurisprudenza sin dal 1990 e, quindi, non stiamo inventando niente di nuovo. È interessante vedere che chi critica il disegno di legge in esame critica molto l’attivismo giudiziario in materia di fine vita, ma si oppone a una legge che, in realtà, dovrebbe ridurre tale attivismo.

Cosa c’è, dunque, di nuovo nel disegno di legge in esame? Ci sono le disposizioni anticipate di trattamento, ovvero il cosiddetto testamento biologico. Anch’esso, però, a ben vedere, è almeno indirettamente contemplato sia dal codice deontologico, sia dalla Convenzione di Oviedo: entrambi affermano infatti, testualmente, che il medico deve tenere conto di quanto espresso dal paziente. Il disegno di legge in questo caso chiarisce alcune situazioni tuttora dubbie e alcune problematiche rispetto a un istituto che si potrebbe definire già “semi‑esistente” nel nostro ordinamento.

C’è però un aspetto fondamentale, che è stato trascurato moltissimo anche nel nostro dibattito. Mi riferisco al fatto che l’attenzione si è focalizzata sulle disposizioni anticipate di trattamento, le quali, nei Paesi in cui esse esistono, riguardano una fetta ancora minoritaria della popolazione, tra il 20 e il 25 cento, secondo quanto dicono gli esperti. Ormai, invece, nei Paesi sviluppati come l’Italia, circa l’85 per cento delle morti non è improvviso e, quindi, si possono programmare le cure, le varie tappe delle stesse e anche la loro sospensione, insieme e non contro il medico.

L’articolo 5 del disegno di legge prevede l’istituto fondamentale della pianificazione condivisa delle cure, che è un aspetto fondamentale, anche perché riguarda molte più persone rispetto alle disposizioni anticipate di trattamento. E anche questa programmazione nella prassi già si fa, soprattutto in alcune Regioni e centri: estenderla e farla uscire dalla penombra normativa non può che migliorare la qualità del rapporto tra medico e paziente.

La dottrina – penso ad un saggio del professor Casonato, membro del Comitato nazionale per la bioetica, ma anche ad altri – ha evidenziato che esistono naturalmente dei punti migliorabili nel disegno di legge e l’auspicio è che potranno essere migliorati in futuro, dopo che la legge avrà cominciato a funzionare: in particolare, si procedimentalizza forse un po’ troppo il procedimento per le disposizioni anticipate di trattamento e, volendo fornire molte garanzie, si rischia di burocratizzare un pochino tale processo. Poi ci sono alcune formule che restano un po’ vaghe e rischiano di produrre contenzioso, anche se non dobbiamo dimenticare che una parte del contenzioso è assolutamente insita nella stessa natura di questa materia.

In conclusione, il pregio fondamentale di questa legge – e cito le parole del senatore Manconi, pronunciate alcuni giorni fa in quest’Aula, che trovo molto importanti – è sottrarre questa tematica all’oscurità e a tutto ciò che di illegale ad essa si accompagna quando una problematica così delicata non è regolamentata. Questo è il pregio maggiore di questa legge, più che le innovazioni che esso porta che non sono poi così grandi – come ho cercato di dimostrare – rispetto a quanto già esiste nell’ordinamento.

Ed è per questo che bisogna anche ringraziare – e sono contento che siano qui presenti – i rappresentanti dell’associazione Coscioni per il contributo culturale che in questo senso stanno dando, si tratta infatti di un problema di cultura: capire che è importante regolamentare i problemi con lo strumento proprio della tutela dei diritti, ossia la legge. Questo disegno di legge rafforza l’alleanza terapeutica ed è nell’interesse di tutti che ciò avvenga. Con questo disegno di legge, l’alleanza terapeutica medico-paziente funzionerà meglio, perché garantisce il diritto di cura fino a quando può essere esercitato e con modalità più cooperative e più umane. E ciò anche perché, quando l’alleanza terapeutica, invece, non funziona – ipotesi plausibile, anche se si spera sempre che non capiti – non può costituzionalmente che prevalere il diritto all’autodeterminazione del paziente. È costituzionalmente obbligato che sia così. (Applausi dei senatori Buemi, Campanella, Ichino e Repetti).

Quindi è soprattutto chi si batte in nome dell’alleanza terapeutica che dovrebbe apprezzare il disegno di legge al nostro esame, il quale aiuta tale alleanza. Questo disegno di legge porta chiarezza normativa, aiuta i medici e può soprattutto contribuire a migliorare la vita dei malati e – cosa non meno importante – la cultura dei diritti.

Per questi motivi il Gruppo per le Autonomie, PSI-MAIE annuncia il suo voto favorevole al provvedimento. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e Misto).

Doppio passaporto: farsi qualche domanda

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 13 dicembre 2017 con il titolo “Le domande sul doppio passaporto”)

Partiamo dalla fine. La concessione del passaporto austriaco ai sudtirolesi è una prospettiva estremamente improbabile, anche al di là della volontà politica. Gli ostacoli giuridici sono troppi e troppo complessi. Oltre alle difficoltà giuridiche interne all’Austria, una simile iniziativa ne creerebbe anche nelle relazioni internazionali, rischiando di compromettere l’ottima reputazione internazionale del Paese, i rapporti con l’Italia e il delicato equilibrio interno in Alto Adige. Il tutto senza che peraltro per Vienna ne derivi alcun vantaggio. Insomma, la campagna che si sta conducendo sul tema è mirata a mettere in difficoltà la SVP e a creare illusioni (pericolose perché destinate a rimanere tali) in una fetta della popolazione. A prescindere dall’esito finale, però, la vicenda solleva questioni assai complesse, che sarebbe grave ignorare, chiudendo gli occhi in attesa che passi di attualità. Proprio perché i temi che pone sono di natura strutturale e non solo contingente.

La prima riguarda l’identità e i suoi simboli. Non vi è dubbio che poter ottenere il passaporto austriaco sarebbe per tantissimi abitanti di questa terra una prospettiva allettante. Sicuramente lo sarebbe anche per molti italiani, che forse di fronte a una simile eventualità risultano più impauriti che scettici, sentendosi esclusi da un ‘beneficio’ che verrebbe attribuito ai propri vicini di casa. Ma perché si dovrebbe trattare di una prospettiva allettante, posto che non conferirebbe vantaggi specifici e immediati? Perché i rapporti tra gruppi dissimulano sempre gerarchie implicite, per cui è attrattiva l’appartenenza a un’identità che si associa a modelli positivi e di successo, e non attrattiva quella ritenuta su un gradino più basso della gerarchia sociale. Per questo, ad esempio, ovunque in Europa i Rom risultano in numero assai minore di quanto sia la loro reale consistenza di gruppo: perché l’identificazione con un gruppo discriminato comporta difficoltà, e spesso ulteriore discriminazione. Perché invece nessuno svizzero si sognerebbe di voler essere tedesco, francese o italiano, nonostante la comunanza linguistica (etnica?) con i Paesi vicini? Perché molti sudtirolesi nelle competizioni calcistiche tifano Germania e non Austria? Gli esempi potrebbero continuare a lungo.

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Referendum. E adesso?

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 24 ottobre 2017 con il titolo “Referendum, adesso i contenuti”)

Il giorno dopo il referendum in Veneto e Lombardia è tutto un profluvio di dichiarazioni. A scorrerle viene da sorridere per il modo plateale con cui ognuno tira acqua al suo mulino e prova a mettere il cappello sul risultato. È normale, per quanto irritante.

I referenda erano giuridicamente inutili. Tutto ciò che i quesiti chiedevano è già possibile in base alla costituzione (e per Belluno in base allo statuto regionale). Tanto che, in polemica con la decisione delle due regioni a guida leghista di ricorrere al referendum consultivo, l’Emilia Romagna ha attivato a tempo di record la medesima procedura e ancor più rapidamente il governo ha aperto il tavolo di trattativa. I quesiti referendari erano inoltre piuttosto generici: la Lombardia chiedeva il mandato politico a trattare su tutte le competenze delegabili a sensi della costituzione (ossia tutte le competenze concorrenti e tre significative competenze esclusive dello stato), e il Veneto non ha previsto alcun richiamo ai contenuti della futura trattativa. Richiedere un referendum senza specificare su cosa suscita perplessità, specie alla luce della costante giurisprudenza costituzionale che richiede chiarezza del quesito.

Ma l’obiettivo era solo politico. Senza il ricorso al referendum le procedure per negoziare il trasferimento alle regioni interessate di alcune competenze si sarebbero certo potute attivare, ma non ne avrebbe parlato nessuno. La disposizione costituzionale che consente la differenziazione delle competenze tra le regioni ordinarie esiste dal 2001, e da allora diversi tentativi sono stati compiuti, e sono tutti falliti. Anche a causa della complessità procedurale per l’approvazione della legge rinforzata di trasferimento delle competenze che il Parlamento deve approvare a maggioranza assoluta recependo i contenuti dell’intesa tra Regione e Governo. Pertanto, lo svolgimento di un referendum preventivo è stato ritenuto l’unica via per assicurare ai governi regionali la forza politica sufficiente a condurre la trattativa. L’eterogenesi del fine come unica modalità effettiva per il raggiungimento del fine originario…

La parte interessante inizia solo adesso. Perché è da adesso che bisognerà cominciare a parlare di contenuti e rispondere alle domande che si pongono.

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