I molteplici retropensieri dei contrari

BZ airport(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 14 giugno 2016)

La larga vittoria del no al referendum sul finanziamento pubblico dell’aeroporto si spiega con la convergenza di diverse motivazioni. E con i conseguenti comportamenti elettorali. Preliminarmente non va dimenticato che nonostante la partecipazione alle urne sia spesso direttamente proporzionale alla “concretezza” del tema, anche in questo caso oltre la metà degli aventi diritto non ha votato, analogamente al recente ballottaggio per le comunali. Il che dimostra, una volta di più, che ormai c’è una metà di popolazione ad ogni livello alla quale non interessa nulla della vita pubblica.

Tra coloro che hanno votato, ci sono diversi ordini di ragioni che hanno spinto verso il “no”. Il primo, anche in termini numerici, è la sindrome NIMBY (acronimo inglese che sta per “non nel mio cortile”). Praticamente ovunque in Bassa Atesina e Oltradige la stragrande maggioranza ha detto no temendo per l’impatto ambientale, il rumore, il valore delle abitazioni. Questioni sovrastimate ma comprensibili.

Il voto NIMBY esiste ovunque, specie in tema di infrastrutture, e probabilmente il suo pendant è stato il sì di molti albergatori delle valli ladine che guardavano al possibile profitto. Poi ci sono i no politici e quelli “a prescindere”. I primi sono i no utilizzati per contrastare la politica della maggioranza, o per dare uno schiaffo all’establishment. I no a prescindere sono di coloro i quali ritengono che ogni euro di denaro pubblico sia mal speso o vada comunque speso diversamente. Continue reading

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Comunali a Bolzano: la mia analisi


saltobzIl senatore Francesco Palermo sul voto di domenica: le scelte estreme hanno penalizzato una visione strategica.
(intervista con Gabriele Di Luca, pubblicata su http://salto.bz/article/09052016/avevo-previsto-quasi-tutto il 10 maggio 2016 con il titolo “Avevo previsto quasi tutto”)
Salto.bz: Senatore Palermo, partiamo dall’analisi dell’astensionismo. Rispetto alle precedenti elezioni comunali abbiamo avuto un ulteriore calo, anche se contenuto. Segno che la tendenza è ormai inarrestabile?

Francesco Palermo: Guardi, non parlerei di una tendenza considerando che stavolta l’astensionismo è cresciuto solo dell’1,67%. Anzi, forse possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno di stabilizzazione. Del resto l’affluenza è stata piuttosto alta, almeno se comparata ad altre tipologie di consultazione.

I risultati l’hanno sorpresa?
Per dire la verità in nessun modo. Avevo previsto tutto, peccato che non abbia scommesso con qualcuno su come sarebbe andata a finire.

Davvero tutto così prevedibile?
No, in realtà qualcosa che non avevo minimamente pronosticato c’è stato. Il risultato di Casapound.

A cosa pensa sia dovuto l’exploit del movimento di estrema destra?
In un certo senso la risposta è già contenuta nella domanda. Proprio perché si tratta di un movimento “estremo”, l’elettorato gli ha tributato un notevole riconoscimento. Non si tratta peraltro di un fenomeno solo locale, anche se a livello locale è stata in particolare l’offerta politica di Casapound a intercettare quest’esigenza presente un po’ ovunque (si pensi a quanto sta accadendo negli Stati Uniti con Trump). A tal proposito trovo geniale lo slogan di Angelo Gennaccaro, che si è dichiarato “estremamente normale”: un ossimoro vincente in quanto colorato da un elemento di “sobria eccessività”, anche se – nel suo caso – chiaramente paradossale.

Focalizziamo lo sguardo sui protagonisti principali delle elezioni e parliamo dei due candidati (Renzo Caramaschi e Mario Tagnin) che si affronteranno al ballottaggio. Lei crede possibile che a Bolzano si ripeterà quanto accaduto a Laives?
Ritengo che il caso di Laives rimarrà isolato, o comunque non verrà replicato molto facilmente nel capoluogo. In fondo a Laives, nonostante il governo sia di centrodestra, è la Svp a comandare. A Bolzano la questione delle deleghe e delle competenze non potrebbe essere risolta allo stesso modo. Inoltre la composizione di un governo di centrosinistra costituirebbe anche la scelta più semplice. Senza contare il riflesso che un cambiamento di prospettiva avrebbe sullo scenario nazionale, dove Matteo Renzi continua – e sicuramente continuerà ancora a lungo – a dominare. Sommando tutti questi fattori, la conferma di un’alleanza tra il Pd e la Svp appare la soluzione più probabile.

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Convenzione e Consulta: gli aspetti trascurati

thinkstockphotos-505084919_grey(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del febbraio 2016 con il titolo “Analizziamo Convenzione e Consulta”)

Con l’approvazione in provincia di Trento della legge istitutiva della Consulta, ha definitivamente preso il via il complesso percorso destinato a condurre all’aggiornamento dello statuto di autonomia. Nella provincia di Bolzano è intanto iniziata la prima fase dei lavori della Convenzione, che prevede l’ascolto dei cittadini in assemblee pubbliche. I due organismi hanno composizione parzialmente diversa, ma si tratta comunque sempre di strumenti ausiliari dei Consigli, basati su una rappresentanza mista (politica, parti sociali, associazioni, esperti e società civile) e ispirati alla logica della democrazia partecipativa. Logica che consiste nell’aprire alle istanze esterne al circuito rappresentativo senza tuttavia sostituirsi a questo. Nel dibattito che si è finora (poco) sviluppato sul tema si sono trascurati alcuni elementi che hanno invece estrema rilevanza istituzionale e politica, e che conviene ricordare.

Primo. La scelta di processi partecipativi non era obbligatoria. Lo era e lo è la revisione statutaria, prevista non solo dalla riforma che potrebbe entrare in vigore in autunno, ma anche da quella in vigore dal 2001. Insomma, la riforma dello statuto non è un lusso, un divertissement intellettuale o un cavallo di Troia del centralismo, ma un obbligo costituzionale. Finora non si è fatta per il timore che il Parlamento ne approfittasse per stravolgere un’eventuale proposta proveniente dai territori. Un potere che tuttora ha, e che andrebbe a perdere con l’entrata in vigore della nuova riforma, che introduce l’intesa per la riforma statutaria. Da novembre in avanti il Parlamento potrà rigettare le proposte, ma non potrà imporre nulla in modo unilaterale. Certo, se il processo fosse iniziato anni fa, ora le province avrebbero qualcosa di organico su cui trattare a Roma, in una fase in cui si sta ottenendo tutto, mentre nella prossima legislatura, complici i nuovi rapporti di forza risultanti dalla riforma costituzionale (ininfluenza del Senato) e dalla legge elettorale (maggioranza garantita alla Camera) il peso politico delle due province autonome e dei suoi rappresentanti sarà sicuramente minore. Ma questa è ormai storia passata.

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Autonomia: non basta il pareggio

Calcetto(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 24 ottobre 2015)

Immaginiamo una squadra di calcio ingiustamente accusata di ricevere favori arbitrali. Un’accusa fondata più sull’invidia che sulle prove, ma nella bolgia delle curve gli argomenti razionali contano poco. Immaginiamo che per legge venga sancito che quella squadra non può perdere, e il peggior risultato che può conseguire è lo 0-0. E immaginiamo che quella squadra inizi a inanellare una serie di pareggi a reti bianche e perda comunque il campionato. Di chi sarebbe la colpa?

Se, come ormai tutto lascia intendere, la riforma costituzionale sarà approvata in via definitiva dal Parlamento e se (qui qualche dubbio in più è legittimo) sarà confermata dal referendum del prossimo autunno, l’autonomia speciale del Trentino e dell’Alto Adige potrebbe trovarsi nella situazione di quella squadra. La clausola di salvaguardia, il cui testo è molto migliorato rispetto alla prima lettura dello scorso anno, dice sostanzialmente che è impossibile perdere. Perché introduce l’intesa per la modifica degli statuti, sia che l’iniziativa provenga dal centro, sia che provenga dal territorio. Nella inimmaginabile ipotesi che una riforma dello statuto venisse approvata unilateralmente dal Parlamento, basterebbe il no delle giunte provinciali per far finire nel vuoto la delibera legislativa, anche se approvata da oltre i 2/3 dei componenti del Parlamento. Parimenti, il Parlamento avrà, come ora, il potere di negare l’approvazione di una riforma statutaria se non la condivide, ma non avrà più il potere di stravolgerla e di imporre una decisione non concordata con le province. È lo 0-0 garantito per legge.

Ci sarà poi la possibilità di trasferire alle province, ancora in questa legislatura, un’importante competenza ancora mancante, quella in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. Dopo la revisione dello statuto si potrà acquisire la competenza in materia di commercio con l’estero. Senza contare tutto ciò che di altro si potrà negoziare. Né le norme di attuazione che resteranno comunque in vigore e che hanno già trasferito importanti competenze in passato (per tutte l’energia) e che si accingono a delegare funzioni in tema di amministrazione della giustizia e altre materie delicate e fondamentali.

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Una data e una svolta per l’Europa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Bundespolizei/dpa

Profughi in Baviera: disegno di un bambino siriano, Foto: Polizia federale tedesca (Bundespolizei/dpa)

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 2 ottobre 2015)

Il 3 ottobre ricorrono due anniversari in stridente contrasto tra loro ma egualmente significativi per l’Europa contemporanea: il venticinquesimo dell’unificazione tedesca e il secondo del naufragio di Lampedusa.

Il primo avvenimento ha incarnato tutte le speranze positive in un futuro di pace e integrazione nel continente, non più diviso dalla cortina di ferro e avviato verso un processo di riconciliazione che ha prodotto modifiche epocali nell’architettura istituzionale. È stata l’unificazione tedesca del 1990 a dare la stura alle riforme dei trattati a partire da quello di Maastricht, che nel 1992 ha posto le basi per una nuova struttura istituzionale incentrata non più sulle comunità ma sull’Unione europea, successivamente perfezionata con i trattati di Amsterdam, Nizza e Lisbona, e per l’unione monetaria culminata con l’adozione dell’Euro.

La strage di Lampedusa del 2013, in cui 366 migranti sono morti nell’affondamento del barcone su cui cercavano di raggiungere le coste italiane, ha invece rappresentato il momento più drammatico della crisi che ha colpito questa nuova struttura a partire dal suo apogeo di inizio millennio con l’introduzione della moneta unica. Dopo la crisi della sicurezza prima ed economica poi che hanno colpito l’intero continente, pur con diversi gradi di intensità, nell’ultimo quindicennio, si è innescata la crisi delle migrazioni e delle frontiere, la cui drammaticità è apparsa evidente all’Europa del sud proprio col naufragio di Lampedusa ma che successivamente, nel corso di quest’ultima tragica estate, ha (finalmente) attirato anche l’attenzione dell’Europa centrale e settentrionale.

Per quelli che sopravvivono, le stazioni sono diventate il luogo simbolo della precarietà, le nuove frontiere lontane dai confini, la rappresentazione del viaggio impedito e sempre riprovato, il simbolo dell’inarrestabilità di processi che possono e devono solo essere governati, non impediti. Budapest, Monaco e da tempo anche Bolzano sono stazioni simbolo. Portare nelle stazioni la riflessione su questi temi non è però solo un atto simbolico ma anche un forte stimolo all’impegno sul campo di soggetti diversi, dalla politica alla cultura al volontariato, tutti indispensabili per affrontare in modo strutturale il problema. È quanto si farà sabato 3 ottobre, a partire dalle 12, nella rimessa ferroviaria della stazione di Bolzano, con ingresso – gratuito – da via Macello 24. Grazie alla presenza di artisti straordinari, che mettono gratuitamente a disposizione il loro talento e il loro tempo, sarà possibile riflettere su questi temi in una cornice che consente di combinare approfondimento e divertimento, musica e teatro, dibattito e riflessione.Locandina 3 ottobre Bolzano

Così come al 3 ottobre 1990 sono seguite fondamentali riforme istituzionali, normative ed economiche, l’urgenza di analoghe riforme si impone anche dopo il 3 ottobre 2013. Riforme che riguardino anch’esse la concezione dell’idea di Europa, le sue concretizzazioni istituzionali, le sue regole sulle politiche di asilo, di accoglienza e di cittadinanza, e la sua stessa natura di comunità politica continentale. Le idee su come farlo iniziano ad emergere, e la revisione del cosiddetto sistema di Dublino è solo uno dei tasselli che andranno ricomposti per creare un quadro di regole adatto alle sfide del presente e del futuro. Così come non si poteva aspettare a dare una nuova veste all’integrazione degli Stati dopo il crollo del muro di Berlino, non si può attendere a lungo per darla anche all’integrazione delle società europee. Un percorso ancora più difficile e non meno entusiasmante. A fronte delle tragedie delle migrazioni ci sono non solo segnali negativi (muri, egoismi e nazionalismi), ma anche molti segnali positivi: disponibilità all’aiuto, consapevolezza della necessità di affrontare le disparità e della responsabilità che tocca ai più fortunati, mobilitazioni di volontari e cittadini più o meno organizzati, numerosi governi che anche in contrapposizione a forti pressioni delle proprie opinioni pubbliche tengono il punto sulla necessità di fare “ciò che è giusto”. Le energie positive dell’Europa sono ancora, fortunatamente, assai maggiori di quelle negative. E vanno mobilitate e motivate prima che sia tardi. Per ogni migrante che muore in mare o in terra il tempo a disposizione dell’Europa diminuisce.

La Catalogna e noi

catalunya-espanya1(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 29 settembre 2015 con il titolo “La Catalogna e il rapporto con noi”)

Le elezioni-plebiscito in Catalogna, che dovevano dare un chiaro segnale sulla volontà di indipendenza, hanno se possibile complicato ulteriormente il quadro. Gli indipendentisti hanno la maggioranza assoluta dei seggi, non quella dei voti. In ogni caso, l’opinione della popolazione, espressa per via elettorale anziché referendaria, è divisa a metà.

Ed è questo il problema di fondo, che non si sa bene come risolvere in una società democratica. Quando il consenso è davvero legittimo e può imporsi alla minoranza? Possono decisioni di questa portata essere prese dal 51% contro il 49%? D’altra parte, quanto “peso” serve a una minoranza per dover essere tutelata e quando questa tutela diventa un veto ingiustificato?

I catalani sono per metà favorevoli all’indipendenza, per metà contrari, anche se gran parte di questi ultimi vorrebbe una maggiore autonomia e forme inclusive e non esclusive di cittadinanza multipla: vorrebbero qualche sfumatura di grigio invece del bianco o nero che viene loro offerto.

Che succederà ora? Il segnale è stato forte e chiaro: che si tratti o meno di una maggioranza aritmetica dei catalani, la metà di loro è per staccarsi dalla Spagna. Madrid non potrà più permettersi un atteggiamento di chiusura rigida come quello tenuto finora, che ha solo compattato il fronte indipendentista. Assumendo che un costruttivo dialogo finalmente inizi, la questione ulteriore è chi negozierà sul fronte spagnolo. Le elezioni generali si terranno a dicembre, ed appare assai difficile che il governo conservatore di Rajoy possa essere riconfermato. Se anche lo fosse, sarebbe in coalizione con forze assai meno rigide sulla questione. Dunque se ne parlerà davvero da gennaio, e potrebbe iniziare un serio lavoro volto a modificare la costituzione, concedendo quelle innovazioni sul piano dell’assetto territoriale che, se fatte per tempo, avrebbero impedito l’escalation indipendentista. Insomma, non è affatto detto che la Catalogna diventerà indipendente davvero, e nemmeno che arrivi a una dichiarazione unilaterale in tal senso. Potrebbe aprirsi la stagione di una compiuta federalizzazione della Spagna e perfino di un assetto quasi confederale, con alcune entità semi-sovrane ma comunque associate al resto del Paese. Quel che è certo è che Madrid dovrà cambiare il suo atteggiamento ottuso se vorrà evitare che lo scontro si acuisca e che prima o poi la Catalogna sia “persa”, di diritto o di fatto.

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