Viaggio in Italia: L’Alto Adige

(pubblicato sulla Rivista Il Mulino (https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:3926) il 24 maggio 2017)

L’Alto Adige? Balconi fioriti, panorami mozzafiato, ordine, pulizia, sicurezza, elevato tenore di vita, buona amministrazione. «Certo, con tanti soldi sono bravi tutti». «E poi sono tedeschi, quindi efficienti e onesti».

Vista dall’Italia la Provincia autonoma di Bolzano appare più o meno come il mondo di Heidi. Tanti stereotipi, per lo più positivi, conditi da una discreta dose di invidia. Proprio la diffusa disinformazione nel resto del Paese rispetto alle questioni e alle dinamiche locali ha consentito alla politica altoatesina di edificare un’autonomia quasi totale. Costruita sulla negoziazione bilaterale con il governo di turno, poco preparato e poco interessato, condotta da una classe dirigente quasi immutabile e sempre determinata nel perseguire l’obiettivo del rafforzamento dell’autogoverno.

L’attuale presidente provinciale Kompatscher, in carica da quattro anni, è solo il quinto presidente dal 1948, naturalmente tutti espressione del partito popolare sudtirolese (Svp), il partito della minoranza di lingua tedesca (e ladina). A Roma, i pochi voti dei parlamentari Svp sono stati quasi sempre decisivi per le varie maggioranze, ma mai un rappresentante Svp ha assunto cariche di governo o di sottogoverno sul piano nazionale: la merce di scambio sono sempre e solo nuove competenze per la Provincia, con l’obiettivo della Vollautonomie, l’autonomia totale, l’edificazione graduale di un’indipendenza fattuale senza scomodare l’autodeterminazione esterna.

L’autonomia negoziata passo per passo è stata teorizzata dal padre della patria sudtirolese, Silvius Magnago, che la descriveva come un cammino nel quale raccogliere tutti i fiori lungo il percorso. Nuove competenze sono state conseguite attraverso l’abbondante ricorso alle norme di attuazione dello statuto di autonomia, l’arma più potente a disposizione delle regioni a statuto speciale ma che solo l’Alto Adige (e il Trentino a traino) ha saputo utilizzare con abbondanza e intelligenza: 178 quelle approvate, a fronte delle 27 per la Sardegna, meno ancora per la Sicilia. Molte di tali norme sono di fatto andate oltre le previsioni stesse dello statuto: competenza su insegnanti, energia, strade, caccia, personale della giustizia. Toccando anche aspetti simbolici e non solo: la nomina politica dei magistrati del tribunale amministrativo, il Parco dello Stelvio (creazione «fascista» e ora provincializzato dopo decenni di tentativi), a breve forse la toponomastica non più sempre bilingue.

L’Alto Adige ha saputo sfruttare l’autonomia come nessun altro territorio in Italia, e con pochi eguali al mondo. Nel giro di pochi anni è riuscito a passare da zona povera e depressa ad una delle regioni più ricche d’Europa. Una dinamica che fa da sfondo all’ottimo romanzo di Francesca Melandri Eva dorme. Il bilancio provinciale è stato in crescita costante dal 1948 al 2010, raddoppiando tra il 1995 e il 2005, gli anni dell’abbondanza maggiore. Dopo una contrazione dovuta alla crisi economica e a tagli unilaterali imposti dal governo centrale, cui si è posto rimedio con un nuovo regime di relazioni finanziarie nel 2014, dal 2015 il bilancio ha ripreso a salire, recuperando rispetto al periodo pre-crisi. Quello del 2017 è di 5,636 miliardi, oltre 200 milioni in più del massimo raggiunto nel 2009. Dopo essere stato a lungo un percettore netto, da qualche anno l’Alto Adige contribuisce alla perequazione finanziaria nazionale, versando più di quanto riceve.

Già, ma altrove non lo sanno, e faticano a crederci. Dopo decenni in cui la disinformazione sull’Alto Adige giocava a favore, oggi rischia di ritorcersi contro. Recentemente la giunta provinciale ha assunto un esperto di marketing per dirigere l’agenzia di stampa provinciale col compito esplicito di migliorare l’informazione sull’Alto Adige in Italia. Già, «in Italia», perché il paradigma implicito radicatosi nella narrazione collettiva dell’Alto Adige, anche tra gli italiani, è di essere diverso dal resto d’Italia.

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Toponomastica: il tagliando della convivenza

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(versione COMPLETA dell’articolo pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 05 marzo 2017)

Sono comprensibili i dubbi che da più parti si avanzano rispetto all’accordo sulla toponomastica. Lo sono anche perché si parla di nomi, elenchi ed esempi anziché della sostanza, perché il tema è banalmente complesso, e perché tocca le emozioni individuali e collettive e i nervi scoperti della convivenza. Serve però la dovuta informazione e, per quanto possibile, un approccio laico. Vi sono almeno tre aspetti su cui occorre riflettere in modo informato. Anche per essere eventualmente contrari a ragion veduta, e non per assiomi.

Il primo riguarda la presunta violazione dello statuto. Poiché lo statuto prevede l’obbligo della bilinguità per la toponomastica in Provincia di Bolzano, si sostiene che una soluzione che consenta l’eliminazione di alcuni nomi italiani contraddica questo principio. Se così fosse, lo statuto sarebbe violato dal 1948. Perché mai, dal 1948, la toponomastica è stata interamente bilingue nel senso di prevedere due nomi per ogni malga, cima o castello. Questo per note ragioni storiche e politiche, a partire dal fatto che l’interpretazione per cui tutto dovesse avere due nomi è sempre stata osteggiata dalla (maggioranza della) popolazione di lingua tedesca e dalla (quasi totalità della) sua rappresentanza politica, e implicitamente ritenuta dagli italiani fingendo di non vedere che non è mai stato così. Volendo assumere una simile interpretazione del criterio della bilinguità, bisognerebbe constatare che si tratta di una disposizione mai attuata. Invocarla come norma cogente a fronte di una realtà diversa sarebbe come dire – il paragone calza anche perché questa critica l’ha espressa anche un pilastro del sindacalismo della nostra Provincia come Toni Serafini – che i sindacati operano in violazione della costituzione perché l’art. 39 non è mai stato attuato. La costituzione è piena di disposizioni inattuate, e ve ne sono anche nello statuto. L’unico ad essere davvero coerente con questa lettura è il prof. Maestrelli, che nel suo intervento su questo giornale arriva lucidamente a rivendicare l’attribuzione di nomi italiani a tutti i toponimi che non ce l’abbiano. Il che è come invocare la guerra civile, ma almeno è coerente con l’interpretazione.

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Abschied vom Gestern (von Alexandra Aschbacher)

0001Leitartikel von Alexandra Aschbacher, FF, 02. März 2017

Gesetzentwurf AS 2701 – Modifica allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol in materia di scuola
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/47706_testi.htm

Il nostro futuro – La convivenza da costruire (di Hans Drumbl)

languageseditoriale di Hans Drumbl, Corriere dell’Alto Adige, sabato 18 febbraio 2017 – Anno XV – N. 41

Una domanda rimasta inespressa in occasione delle discussioni durante la Convenzione sull’autonomia è proprio quale futuro aspettarci. Dal 1972 sono passate quasi due generazioni. Vogliamo ipotizzare come potrebbe essere il Sudtirolo tra due generazioni? La domanda è meno eccentrica di quanto sembri.

In occasione della presentazione di Államhatár di Cristian Natoli, un film su Gorizia, città di confine alla ricerca di una propria identità culturale, ha preso la parola il responsabile del marketing di Görlitz, località tedesca nei pressi della frontiera con la Polonia. Ormai abbandonata da tanti giovani andati a Berlino a cercar fortuna, per sopravvivere ha bisogno di una missione, di una meta, di un obiettivo. Ascoltiamo le parole di Kai Grebasch, responsabile del marketing cittadino: “la Polonia è a un passo, basta attraversare il ponte. Noi puntiamo sulla convivenza – dice – Abbiamo istituito un liceo comune dove si insegna nelle due lingue in modo che gli scolari polacchi possano prendere la maturità tedesca studiando nella loro madrelingua. È un obiettivo che entusiasma e fa aumentare la voglia di studiare. Certo, sono ancora in pochi a usufruire dell’occasione, ma la via è tracciata. Sono fiducioso –  conclude – che tra due generazioni vedremo i pieni risultati di questa iniziativa intrapresa in questi anni”.

Trasponendo sulla nostra Provincia di oggi, possiamo sin d’ora individuare iniziative in anticipo sui tempi, che possibilmente porteranno frutti ancora maggiori tra 50 anni, riconoscendo che certe scelte, già oggi, hanno imboccato la strada verso il futuro? Un esempio sotto gli occhi di tutti: ci sono alcune classi di scuole medie bolzanine i cui allievi si presentano con successo alla certificazione linguistica del Goethe Institut. Ci auguriamo forse che la prassi, oggi del tutto eccezionale, possa essere una conquista per tutti i nostri scolari del futuro? Alla domanda vorrei rispondere con grande chiarezza con un “no” deciso. In un futuro non troppo lontano le ore da dedicarsi all’insegnamento delle lingue diminuiranno, e di molto. Il compito della scuola non è di preparare gli allievi alle certificazioni linguistiche, bensì di prepararli alla vita in una società plurilingue. Che è altra cosa: è la scelta di incontri, di scambi, di una convivenza quotidiana da viversi con consapevolezza e con gioiosa normalità. Ed è un futuro perfettamente delineato oggi, ovvero il futuro del pluralismo e della convivenza nella diversità.

Atto Senato n. 2701 – Modifica allo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Sudtirol in materia di scuola
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/47706_testi.htm

Toponomastica: perché e come uscirne

topo-no-mastica(versione integrale dell’articolo pubblicato con qualche taglio sul quotidiano Alto Adige dell’8 febbraio 2017 con il titolo “Caso toponimi:perché e come uscirne)

Una delle ragioni per cui la questione della toponomastica non è ancora stata risolta è che va a toccare molti nervi scoperti della convivenza, e dei non detti finora non emersi perché troppo delicati. È un po’ il ritratto di Dorian Gray della nostra società divisa, dove si accumulano tutti i peccati e tutte le crepe del sistema. Il punto non sono i singoli nomi ma una Weltanschauung, collegata alla visione che si ha del territorio che si abita, della sua storia, della ‘cittadinanza sociale’ di chi ci vive, e dell’immagine che si intende trasmettere a chi non ci vive. È insomma un dettaglio tremendamente importante. E rischia di essere il vaso di Pandora di frustrazioni represse.

Il tema e la sua ‘narrazione’ sono indicativi di una società separata, che impedisce di conoscere e di ri-conoscere la percezione dell’altro. Per cui si rischia di girare a vuoto, arrovellandosi sul perché ciò che appare un’ovvietà non venga compreso dalla controparte. Chi si rifiuta di vedere l’ovvio non può che essere cattivo e in malafede. Nello specifico: nella percezione ‘italiana’ risulta incomprensibile perché da parte tedesca si voglia negare a qualcuno il diritto di chiamare i luoghi nella propria lingua, perché si voglia togliere anziché aggiungere, perché non ci si renda conto che la convivenza richiede accettazione, anche simbolica. Da parte ‘tedesca’ non si comprende perché gli italiani debbano far transitare la propria identità attraverso un torto storico, perché ci si lamenti sempre senza conoscere la realtà extraurbana (dove il monolinguismo è un dato di fatto), perché si sia così incapaci di veicolare unitariamente interessi comuni, e perché si finga di credere che il bilinguismo esista anche a fronte di una strisciante pulizia linguistica in atto da tempo. Che avviene in assenza, non in presenza di una norma di attuazione.

E ciò anche tralasciando le posizioni di nazionalismo estremo che pure ci sono o i calcoli elettorali che pure si fanno, per cui conviene far passare gli uni da fascisti e gli altri da razzisti, così certo complicando di molto la cosa, perché i compromessi avvengono non grazie, ma nonostante le posizioni estremistiche e la loro facile rendita propagandistica. Per capire la reale difficoltà di una soluzione occorre infatti guardare non tanto agli imprenditori dello scontro etnico, quanto al cittadino comune, che non ha interessi specifici da difendere o affermare, né una posizione politica predeterminata, e che in perfetta buona fede non capisce come si faccia a non capire. Non comprendendo questo, tutto ciò che viene dall’altra parte è male, cercare punti di mediazione è un tradimento, e tutto va letto nella logica vittoria-sconfitta, per cui se si ‘cede’ ha vinto ‘l’altro’, vedendo ovviamente solo le proprie concessioni e mai quelle altrui.

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La Corte Costituzionale può introdurre il ricorso diretto di costituzionalità? Non potrebbe e non dovrebbe.

corte-costituzionalePare che tutto si decida il 24 gennaio. La Corte Suprema britannica dovrà stabilire se il Parlamento dovrà votare la notifica del recesso dall’Unione europea. La Corte costituzionale si pronuncerà sulla legge elettorale. La debolezza della politica è ormai tale per cui si attende messianicamente la decisione, e il Parlamento cincischia aspettando il giudizio. Ma nessuno sembra porsi la questione giuridica più elementare, ossia se la Corte sia competente a decidere il caso. Come ricorda qui il sempre ottimo Roberto Bin, la questione non si presta affatto ad un giudizio di costituzionalità. Si tratta di fatto di un ricorso diretto e preventivo, privo di un interesse immediato e della lesione di un diritto. Ma tant’è, l’emergenza non dichiarata in cui da tempo la vita istituzionale si trova finisce per giustificare un intervento in supplenza, stravolgendo l’ordine delle fonti, perché il soggetto legittimato a decidere non lo fa. Era già successo con la sentenza 1/2014 sulla precedente legge elettorale (dove pure l’ammissibilità della questione era maggiormente sostenibile rispetto ad oggi), e succederà stavolta. Certo, una legge che prevede il ballottaggio in un sistema in cui sono due camere a dare la fiducia al governo non è direttamente incostituzionale, ma lo è indirettamente in quanto illogica. Perché nulla può garantire che al ballottaggio vadano alla camera il partito o schieramento A e B e al Senato C e D. Ma per il resto, come potrebbe la Corte inventarsi un sistema elettorale? Sono tempi difficili per lo Stato di diritto, un po’ ovunque. Meglio osservare con il dovuto interesse (e la dovuta apprensione) cosa decideranno i giudici di Londra…

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni (Alto Adige, 20 dicembre 2016)

Analisi acuta della situazione attuale del processo di revisione dello statuto di autonomia dopo il referendum costituzionale. Condivisibile in toto.

Statuto, cosa cambia dopo il “no”. di Mauro Marcantoni.
Alto Adige, 20 dicembre 2016

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Intervista: “I sudtirolesi hanno vinto. Non esagerino.”

aa-20161126(intervista a Francesco Palermo a cura di Francesca Gonzato pubblicata il 26/11/2016 sul quotidiano “Alto Adige”)

Francesco Palermo, il clima surriscaldato, i compiti a casa per tutti, «per chi li ha fatti e deve proseguire e chi, in casa sudtirolese, non ha nemmeno iniziato». Senatore del Gruppo per le autonomie e professore di Diritto costituzionale, Palermo non interviene di frequente sui temi «etnici».

Quindi, se questa volta ne ha voglia, significa che qualcosa accade.

«Nei momenti in cui ci si scalda troppo, meglio stare calmi, evitare scivoloni e approfittare per fare il punto su dove siamo. Ci sono tendenze a livello planetario di esasperazione delle tensioni interetniche. E c’è la tendenza di tutti ad assecondarle. Risultato, si perde di vista ciò che è causa e ciò che è effetto. La politica tradizionale, cioè chi si trova in posizioni di governo (vale da Renzi a Kompatscher, alla sindaca Raggi del M5S) ha una possibilità di incidere paradossalmente minore. In una fase dominata dal mal di pancia e dall’odio sul web, chi ha ruoli di governo viene messo con le spalle al muro e scatta il meccanismo che lo porta a lisciare il pelo a queste tendenze. E’ così che nascono gli errori di cui si sta discutendo».

L’elenco.

«Dalla mozione sulla toponomastica al cerimoniale per l’accoglienza a Juncker organizzato con i soli Schützen per arrivare all’errore grave, sottovalutato, sulla Convenzione per l’autonomia, lanciata e poi lasciata andare da sola. Gli italiani sono rimasti largamente alla finestra, mentre altri (la destra tedesca) la stanno prendendo sul serio. Sono errori anche tattici. Si accarezza il pelo agli estremismi, ma gli Schützen, volendo, potrebbero rovesciare Kompatscher».

Sta esagerando.

«Dico che bisogna tenere presente il quadro intero. Ci sono delle cause e c’è l’effetto. Altrimenti si finisce per dire “sono tutti nazisti, anche la Svp”».

È un fatto che i cosiddetti errori hanno lanciato un segnale di sdoganamento verso destra. Risultato, sono partiti i mastini. I toni pesanti, sono diventati pesantissimi. Gli italiani, equiparati a lavoratori stranieri che devono adeguarsi.

«I provocatori provocano. È il loro mestiere. Come impariamo noi genitori, non sempre si deve dare retta. Vale anche per i politici e per i media».

In realtà da anni la parte italiana sembra avere ridotto la propria capacità di reazione, così l’asticella delle richieste e delle rivendicazioni si alza. È di questo che viene accusato il Pd. La segretaria Di Fede l’ha detto l’altro giorno: non si può essere sempre dialoganti.

«Il linguaggio di oggi sarebbe stato impensabile dieci anni fa. È vero che la “responsabilità” comporta dei rischi. Non bisogna rispondere sempre, ma qualche paletto va posto. La proposta di Tommasini alla Svp per una moratoria sulle mozioni etniche in consiglio provinciale è un passo intelligente».

Lo strappo istituzionale di Kompatscher sull’accoglienza a Juncker ha provocato una nota della Commissaria del governo al ministero. Nemmeno una settimana dopo il governo approva le due norme di attuazione sulla caccia e accoglie l’emendamento al bilancio che sblocca l’avanzo di amministrazione: 1,4 miliardi a disposizione della Provincia fino al 2030. Il messaggio lanciato da Roma a Bolzano è chiaro: fate pure…

«Sì, l’impressione è questa. Inutile girarci intorno. D’altronde sono meccanismi lenti. Magari la risposta arriverà in un altro momento, con altri modi».

Di fatto mancano i contrappesi. Il gruppo italiano in Alto Adige è debole, anche politicamente…

«E i rapporti con lo Stato vengono tenuti direttamente dalla Svp, senza mediazioni. E siamo arrivati al disagio degli italiani…».

Sì.

«Non è solo un problema di élite e di politica debole. C’è una frammentazione dovuta al fatto che come italiani non ci aggreghiamo per linee etniche. Ciò ha consentito di superare il conflitto: se una parte non combatte, non c’è guerra. Bene, dunque, ma ora questi valori vanno esportati, parlando tedesco, non urlando, dimostrando capacità, lavorando in modo meno irascibile e più incisivo».

Si dice molto ciò che devono fare i bravi italiani. Si parla meno di ciò che dovrebbe essere fatto nel gruppo tedesco. Certe frasi di questi giorni, talmente piene di disprezzo, dimostrano che per alcuni la ferita è aperta. Non c’è alcun lavoro di elaborazione, a distanza di un secolo.

«Perché ci guadagnano… I sudtirolesi devono essere generosi. Sono la maggioranza economica, politica, culturale e sociale. Sono una maggioranza vincente con il complesso della minoranza. La partita è stata vinta dal gruppo tedesco, che deve imparare a vincere. Stravincere fa male. È un percorso da fare insieme».

Con questa assenza di contrappesi, non è un rischio la clausola di salvaguardia nella riforma costituzionale, che ci avvicina alla autonomia integrale?

«Secondo me no, perché è la tessera di un mosaico. Dipenderà molto da cosa metteremo nel nuovo Statuto».

E se in Austria vincesse Hofer, paladino della nostra destra tedesca? Già parla di referendum anti Ue.

«Come Trump, probabilmente farebbe cose diverse da ciò che dice in campagna elettorale. Ma è ovvio che si aprirebbe una fase molto difficile per tutta l’Europa e per noi in Alto Adige. Servirebbe sangue freddo, altro che».

Toponomastica: come uscirne

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(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 23 settembre 2016 con il titolo “Toponimi, compromesso vincente”)

Non c’è bisogno di evocare il famoso marziano che arriva sulla terra e trasalisce alla scoperta di incomprensibili problemi che in alcuni angoli di mondo si pongono. Nel caso della toponomastica in Provincia di Bolzano basta chiunque non sia nato e cresciuto qui a prenderci per matti. Fortunatamente c’è anche un crescente numero di “locali” che si rendono conto della piccolezza culturale del tema, come da ultimo ha ben ricordato Sergio Camin su questo giornale. Non è solo una questione di “benaltrismo”, pure in questo caso pienamente giustificato, perché è innegabile che “ben altri” siano i problemi, non solo dell’umanità, ma anche più banalmente di questa terra. È anche il paradosso di trovarsi a discutere non già del sacrosanto (e troppo spesso negato) diritto delle minoranze a vedersi riconoscere il diritto alla toponomastica nelle loro lingue, ma di stabilire se e quanto cancellare dei nomi nella lingua della maggioranza. E allora perché bisogna occuparsene? E come?

Il perché è presto detto. Ciò che l’accordo Degasperi-Gruber prevedeva come una conquista, e allora certamente lo era (il diritto alla toponomastica bilingue), non è mai stato accettato dalla rappresentanza politica sudtirolese, compresa la più moderata, perché avrebbe significato una legittimazione di un’imposizione fascista. Le disposizioni statutarie che prevedono la competenza della Provincia a determinare con propria legge la toponomastica in lingua tedesca, fermo restando l’obbligo della bilinguità (art. 8 e 101) non sono state mai attuate, lasciando la vicenda in un limbo giuridico per decenni. Fino al 2012, quando venne approvata in Provincia una legge scriteriata, che consentiva di decidere a maggioranza sui nomi. Rovesciando così il principio fondamentale della tutela delle minoranze, per cui non contano i numeri ma i diritti. Ma proprio l’aver fatto un passo falso così clamoroso e finanche ingenuo ha aperto la via a una soluzione. La legge è da tempo davanti alla Corte costituzionale. La cui giurisprudenza sul punto non lascia dubbi sull’esito del giudizio. Le conseguenze per la polveriera etnica sarebbero facilmente immaginabili. Il problema va insomma risolto, se non vogliamo trovarcene uno davvero serio.

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La riforma costituzionale illustrata – 10 Dal diritto alla politica

Costituzione(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 10 settembre 2016 con il titolo “Costituzione. Si passa dal diritto alla politica.”)

Giunti alla fine del “decalogo” sulla riforma costituzionale, si impongono alcune considerazioni complessive. Guardando al funzionamento delle nuove regole, si può dire che nel complesso esse siano riconducibili a quattro grandi categorie.

La prima comprende la costituzionalizzazione di regole che si sono sedimentate nella prassi, o sono il frutto della giurisprudenza costituzionale, o di proposte dottrinarie, o che infine sono condivise in modo più o meno trasversale nel panorama politico. Si pensi al superamento del bicameralismo perfetto, alla nuova disciplina dei decreti legge, al procedimento a data certa, all’abolizione del CNEL, al rapporto di fiducia, ai diritti delle opposizioni, alla prescrizione della maggioranza assoluta della Camera per deliberare lo stato di guerra, alla differenziazione delle competenze legata alla virtuosità delle Regioni.

La seconda categoria comprende innovazioni frutto di buone intenzioni ma non sempre riuscite sul piano tecnico. Ciò soprattutto perché la volontà di limitare l’intervento a due aspetti principali (bicameralismo e rapporti Stato-Regioni) ha impedito un intervento strutturato, e ha talvolta appesantito il drafting (come nel caso dei procedimenti legislativi, passati da uno a quattro). Molte di queste regole sono state poi il frutto di difficili compromessi politici, come nel caso della legislazione popolare e del referendum, o della elezione (indiretta ma non troppo, art. 57 c. 5) dei senatori.

Una terza categoria di norme va ascritta alla debolezza della politica e alla sua principale conseguenza, il populismo. Si pensi, per il primo caso, alla previsione del controllo preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali o alla cosiddetta abolizione delle Province, e per il secondo alla previsione del dovere dei parlamentari di partecipare alle sedute dell’assemblea e ai lavori delle commissioni (art. 64 c. 6): un obbligo implicito come per ogni altro lavoro, e oltretutto inutile perché non sanzionabile.

Vi sono infine le regole frutto di diagnosi sbagliate rispetto alla natura del problema da risolvere. Un esempio è la competenza concorrente rispetto alla conflittualità tra Stato e Regioni e più in generale la mancanza di una visione chiara sul rapporto tra centro e periferia in un Paese complesso come l’Italia, che porta con la stessa leggerezza prima ad infatuarsi del “federalismo”, poi a ritenere le Regioni la causa di ogni inefficienza, pensando di poter governare tutto da Roma. Altro esempio è il mito della navetta parlamentare: l’inefficienza del sistema sarebbe prodotta dal fatto che le leggi vanno avanti e indietro tra le due Camere, ma i dati dicono che la gran parte delle leggi sono esaminate in pratica da una sola Camera e approvate dall’altra senza modifiche: le leggi che hanno almeno tre letture sono poche (meno di un terzo) e generalmente le più delicate, e forse su queste non è sbagliato che vi sia una riflessione maggiore.

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