Grexit e i limiti della politica

alto adige(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 30 giugno 2015 col titolo “Il caso greco e i limiti della politica”)

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a fuggire? Potrebbe essere l’amara sintesi degli ultimi sviluppi della crisi greca. Perché il temuto referendum cui il governo greco intende sottoporre la bozza di accordo predisposta dai creditori è diventato inevitabile e il suo esito appare fin d’ora scontato.

Due premesse. La prima: è facile giudicare seduti davanti alla tastiera sapendo che domani si avranno i soldi per mettere insieme il pranzo e la cena. La gestione di una situazione così complessa e drammatica è operazione da far tremare le vene ai polsi, e forse semplicemente troppo difficile per poter riuscire. Per cui occorre grande rispetto per chi si trova tra le mani una patata così bollente, anche se compie errori. Quanti dei comodi critici della situazione saprebbero fare qualcosa di meglio o di diverso rispetto ai protagonisti? Io no. La seconda: tra l’ultima proposta del governo greco e quella delle “istituzioni” le distanze non sono poi così grandi. Difficile credere che tutto possa arenarsi sull’aumento dell’IVA per un gettito pari allo 0,93% del PIL (proposta greca) o all’1% (proposta dei creditori). Ma il punto è anche psicologico: spesso nelle trattative più dure e difficili si cerca di tirare fino all’ultimo per affermare una minima parte in più della propria posizione iniziale, confidando comunque nel fatto che un accordo, alla fine, si troverà, e che nessuno voglia assumersi la responsabilità di rompere tutto per un dettaglio. Il guaio è che talvolta la situazione scappa di mano, si innescano dinamiche non più gestibili, e tutto naufraga per ciò che appare effettivamente un dettaglio. Come nella chicken run, la gara di “coraggio” immortalata nel film “Gioventù bruciata” – che consiste nel gettarsi per ultimo fuori dall’auto lanciata a folle velocità verso il precipizio – a volte il più coraggioso è quello che ci lascia la pelle.

Ed ecco il punto. La pressione è diventata troppa e il governo greco non riesce a reggerla, schiacciato tra la rigidità dei creditori da un lato e i malumori dell’opinione pubblica (e di parte del partito al potere) dall’altro. E allora il referendum diviene la via d’uscita apparentemente più onorevole ed accettabile. Quando la politica non ce la fa, ecco il democratico ricorso al referendum. Tra l’altro da organizzare in una settimana e su un testo ancora non pienamente noto. Quanto democratico sarà davvero un voto di questo tipo? Di quali informazioni disporranno i cittadini greci chiamati al voto? Come si fa a decidere su qualcosa di cui non si conoscono realmente le conseguenze? E può veramente un voto espresso a maggioranza (semplice) tagliare un nodo gordiano che si è andato intricando per anni?

Purtroppo il massimo della democrazia (il voto popolare) rischia di tradursi nel massimo dell’ipocrisia. Comprensibile, umano, forse inevitabile. Quale leader politico vuole o può assumersi il peso di decisioni di questo genere? Solo il “popolo”, un soggetto senza faccia e senza responsabilità, può farlo. Non un leader politico democratico, che deve mediare tra soggetti che non si parlano e se lo fanno non si capiscono (banalizzando: i grandi banchieri e il disoccupato greco). Se la responsabilità è collettiva per la crisi (come ritengono i creditori che non distinguono tra un governo e un altro, tra le pratiche sciagurate del passato e il percorso di riforma intrapreso), allora lo sia anche per la sua soluzione: parlerà il popolo, e la sua risposta sarà la soluzione. Una soluzione già scritta. Sulla cui bontà si potrà ragionare solo nell’arco di molti anni, e senza avere la controprova di cosa sarebbe successo se l’esito fosse stato diverso.

No, il referendum non risolverà la vicenda greca. Il suo unico effetto sarà togliere un bel po’ di pressione dalle spalle di Tsipras e del suo governo. E forse questo può essere positivo, perché potrebbe liberare energie per ripartire.

Ma non sarà affatto una vittoria della democrazia. Sarà una sconfitta (inevitabile) della politica, che non è abbastanza forte per reggere il peso di una crisi di questo tipo, stretta tra condizionalità imposta dai creditori e spinte di un’opinione pubblica ormai esasperata. Le istituzioni rappresentative non sono più in grado di fare sintesi tra queste pressioni. Non c’è da stracciarsi le vesti né da esaltarsi. Ma da prendere atto della trasformazione dei processi decisionali e pensare a soluzioni a lungo termine. Panta rei, diceva già Eraclito. Tutto scorre. Anche le forme della democrazia e della sua composizione politica. Forse dopo il referendum greco inizieremo a capire che la scelta di un governo anziché di un altro è solo un tassello di un mosaico assai più complesso. E a non avere aspettative irrealizzabili al momento del voto. Neppure del voto referendario.

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