Intervista: “Regole troppo banali”

brexit

(intervista a Francesco Palermo a cura di Sarah Franzosini pubblicata il 22/06/2016 su http://salto.bz/article/22062016/regole-troppo-banali)

Il senatore Francesco Palermo, “convinto europeista”, sul referendum Brexit e i suoi limiti, i possibili scenari, i danni dell’euroscetticismo.

Alla vigilia di Brexit (“Britain exit”), il referendum per decidere se il Regno Unito debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla che si terrà domani giovedì 23 giugno, il dibattito si riaccende, mentre anche i due noti quotidiani inglesi si schierano: il Telegraph per il “leave”, lasciare, e il progressista The Guardian favorevole al “remain”, restare. Il primo ministro conservatore David Cameron, che ha sostenuto la campagna pro Europa, avverte: “Il voto sulla Brexit di dopodomani è una decisione cruciale per la Gran Bretagna”, sottolineando che per il Paese è meglio restare nell’Ue, perché sarà “più sicuro” e “più prospero economicamente”, mentre la scelta di uscire “sarà irreversibile”. I sondaggi, che restano comunque incerti, registrano un calo della Brexit al 26%, dal 43% di una settimana fa.

Palermo, quali saranno gli effetti per il Regno Unito e per gli altri paesi europei se la Gran Bretagna dovesse scegliere di uscire dall’UE? Nel breve medio-termine, dicono i dissenzienti, la “Brexit” causerebbe danni certi all’economia inglese ed europea.
Francesco Palermo: Le opinioni sono discordanti, c’è chi dice infatti che se il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea ci saranno effetti a breve termine ma che sul lungo termine tale eventualità potrebbe condurre a una certa convenienza, ci sono diverse valutazioni sull’impatto che questa decisione potrebbe avere sull’economia dell’eurozona. L’economia spiega sempre dopo e quasi mai prima, è quindi difficile stabilire a priori cosa accadrà realmente.

Fra gli altri significativo è stato l’appello di Der Spiegel ai britannici perché boccino Brexit, il ministro delle Finanze tedesco Schäuble ha minacciato gli inglesi: “Se uscite non rientrerete”.
Con tutte le conseguenze del caso, visto che chi propende per l’uscita dall’UE non vuole un’Europa come proto-stato federale dominato dai tedeschi, un appello del genere rischia di avere l’effetto opposto.

C’è anche da dire che molte aziende che fanno affari in Europa hanno la loro sede nel Regno Unito e se ci sarà l’uscita dall’UE può darsi che molte di queste società decidano di ridurre il loro personale a Londra e trasferirlo direttamente sul continente.
È possibile, bisognerebbe vedere quali regole adotterebbe il Regno Unito per mantenere queste imprese e nei confronti dei lavoratori. Siccome gli affari interessano a tutti è inoltre immaginabile che vengano stilate delle regole che rendano lo status di queste e imprese e di questi lavoratori analogo a quello attuale, cosa che potrebbe comunque avverarsi in modo unilateale. Fra l’altro è stato proprio un caso britannico ad essere portato davanti alla Corte di giustizia, anni fa, quello della “one pound company”, era cioè possibile aprire la sede legale di un’impresa nel Regno Unito con una sterlina, il punto è che poi si lavorava in altri paesi. È evidente che le relazioni economiche non cesseranno.

In quanto all’Italia, la cui situazione dal punto di vista del debito pubblico e della disoccupazione è già notoriamente precaria, potrebbe accadere, in caso di Brexit, che gli investitori chiedano un premio al rischio più alto per acquistare il debito pubblico italiano, ovvero potrebbero chiedere di pagare tassi di interesse più alti, con un conseguente aumento dello spread. Il governatore della BCE, Mario Draghi, ha detto che la banca centrale è “preparata per ogni evenienza”, possiamo stare tranquilli, dunque?
Non credo, la situazione è molto complessa, senza contare che ogni volta che Draghi fa qualche dichiarazione la Germania si agita. Per “ogni evenienza” significa che per i tedeschi si va oltre il mandato della BCE. Le ricadute si propagano come i cerchi concentrici delle onde per cui le economie periferiche sono quelle che subiranno un impatto maggiore, quantomeno sul lungo periodo. Su quello breve probabilmente l’effetto principale si avrà su quelle zone economicamente legate al Regno Unito come l’Olanda o la stessa Germania. I referendum semplificano, però l’individuazione dei soggetti che hanno il potere di partecipare alla decisione rientra in una scelta politica. Perché, allora, mi verrebbe da chiedere in modo provocatorio, noi che siamo risparmiatori europei non possiamo dire la nostra? Ci si avvale di un sistema arcaico per prendere una decisione di questo tipo, perché non si tiene per niente conto delle interconnessioni che ormai si sono stabilite fra i vari paesi europei, anche di natura giuridica.

Senza contare che l’Italia è uno dei principali partner commerciali del Regno Unito dove ogni anno vengono esportati 21 miliardi di merci. Solo nel 2015, nello specifico, le esportazioni dall’Alto Adige a Londra sono state 143,322 milioni di euro.
Ecco. Non dico che questi rapporti si interromperebbero, se il fronte del “leave” dovesse avere la meglio, ma sicuramente ci sarebbero delle conseguenze anche perché le politiche economiche si baserebbero a quel punto su altri tipi di scelte fatte dal Regno Unito e non più da Bruxelles in materia di circolazione delle merci. Sarei cautamente ottimista perché in fondo non è nell’interesse di nessuno creare dei dazi o delle barriere.

E se vincesse il Brexit cosa potrebbe fare l’Europa per ridurre le eventuali conseguenze negative?
Poco o niente, purtroppo. Questo è il problema delle scelte unilaterali. Si possono prevedere dei “paracaduti economici”, degli interventi della Banca centrale, quello che si poteva fare, tuttavia, è già stato fatto negoziando il trattato con il Regno Unito, perché non dimentichiamo che il voto è proprio su questo. O la Gran Bretagna esce dall’UE oppure, se rimane, entra in vigore il nuovo trattato di adesione che concederà a Londra uno status speciale di autonomia su una serie di questioni.

A cosa si deve questa crescita esponenziale dell’euroscetticismo, è solo la paura dell’immigrazione? Tema, peraltro, fatto proprio dai fautori della campagna del “leave”.
La crisi economica, oltre quella dei migranti, è stata un fattore decisivo in questo senso, parliamo del 2008 se non addirittura del 2005 quando fu bocciato il trattato costituzionale in Francia e in Olanda, cosa che ha innescato un atteggiamento di scetticismo, anche sotto il profilo politico e sociale, che ha contagiato la discussione pubblica. Sparare addosso all’Unione europea, pur con tutti i suoi difetti, è diventata una moda. L’euroscetticismo viene smentito dal fatto che le decisioni fondamentali continuano ad essere prese a livello intergovernativo e la Brexit ne è un esempio lampante, alla faccia delle tanto chiacchierate iper-regolamentazioni europee. Vedremo cosa accadrà, forse basterà anche una vittoria tirata dei “remain” per far riprendere vigore il “discorso europeo”, dal momento che in campo ci sono componenti emotive e poco razionali.

Cioè?
Va bene coinvolgere il popolo, ma non si può prendere una decisione così secca in un giorno, senza ulteriori passaggi, senza maggioranze qualificate, senza quorum, già sapendo che il risultato avrà un margine molto limitato. Da giurista soffro nel vedere le regole banalizzate in questo modo.

È stato detto che la tragedia della deputata laburista Cox potrebbe spostare i voti verso i favorevoli all’Europa. Crede che l’episodio influirà sul risultato del referendum?
La domanda che mi pongo è questa: ha senso che un episodio, per quanto tragico, abbia la facoltà di cambiare i destini dell’Europa? Da convinto europeista mi auguro che la Gran Bretagna resti nell’UE anche se ciò non terminerebbe la discussione, perché a quel punto altri Stati comincerebbero a negoziare delle regole specifiche.

Si creerebbe quindi un effetto domino?
Sicuramente, addirittura ancora di più se vincessero i favorevoli alla permanenza del Regno Unito nella UE.

 

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