Sull’Ungheria il rischio boomerang

(pubblicato sul quotidiano Alto Adige del 25 settembre 2018)

Il 12 settembre il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione che attiva il procedimento nei confronti dell’Ungheria per accertare se questa abbia compiuto una violazione sistematica dei valori fondativi dell’Unione europea e se persista una minaccia allo Stato di diritto. È un passaggio assai significativo sotto il profilo politico, perché è la prima volta che il Parlamento europeo utilizza questo strumento. Soprattutto, il voto ha provocato una spaccatura all’interno del Partito popolare europeo (PPE), cui appartiene anche Fidesz, il partito del Primo ministro ungherese Orbán. La maggioranza dei parlamentari del PPE ha votato a favore della risoluzione e dunque contro Fidesz, consentendo il raggiungimento dei due terzi dei voti necessari per l’approvazione. È prevalsa dunque, seppur con fatica, la “linea Merkel” sulla “linea Orbán”.

Paradossalmente, però, un voto che vuole essere una reazione d’orgoglio e una dimostrazione di forza del Parlamento europeo contro l’erosione sovranista del ruolo dell’Unione in corso da qualche anno, rischia di trasformarsi in una prova di debolezza.

Innanzitutto le modalità di espressione del voto, e in particolare il computo delle astensioni (28 nel campo del PPE), sono state oggetto di contestazione e potrebbero essere impugnate davanti alla Corte di Giustizia. Un fantastico assist alle torie complottiste non a caso sostenute da Orbán nel suo discorso al parlamento europeo subito prima del voto.

In secondo luogo, la procedura è stata attivata con molto ritardo. Il percorso di creazione di una “democrazia illiberale” (parole di Orbán) è in atto in Ungheria dal 2010, quando Fidesz e il suo leader indiscusso (e indiscutibile…) hanno assunto il potere, modificando immediatamente la costituzione (2011) e dedicandosi successivamente allo smantellamento dello stato di diritto. Il Parlamento europeo arriva già tardi, certificando l’ovvio. Figurarsi se e quando si dovesse esprimere il Consiglio, che è l’organo che ha l’ultima parola in merito.

Infine, e soprattutto, non possono dimenticarsi i deficit strutturali della procedura in questione. Questa si articola in una fase preventiva, volta ad accertare il rischio di una violazione dello stato di diritto, e in una fase correttiva, che può culminare con le sanzioni, compresa la sospensione del diritto di voto nel Consiglio. Il voto del Parlamento europeo si situa ancora nella fase preventiva, ed ha la sola funzione di invitare il Consiglio ad accertare la violazione sistematica dei valori europei da parte dell’Ungheria. Il voto insomma è semplicemente un invito formale al Consiglio ad attivarsi per accertare se ci sia un rischio reale che il governo ungherese stia violando lo stato di diritto. Il Consiglio può inizare la procedura di accertamento solo a maggioranza di 4/5 degli Stati, e può constatare la presenza di violazioni gravi e persistenti solo all’unanimità. Solo dopo aver superato questi ostacoli il Consiglio potrà comminare le sanzioni, a maggioranza qualificata. È dunque assai probabile, per non dire certo, che il voto del Parlamento non avrà conseguenze pratiche. Insomma, il procedimento è talmente complesso da risultare sostanzialmente inefficace.

L’accertamento del rispetto dello stato di diritto viene compiuto inoltre in modo solo politico. Decidono solo le istituzioni politiche dell’Unione. Ma lo stato di diritto è un concetto giuridico, e valutarne il rispetto con criteri solo politici ne indebolisce la forza. Nessun organismo tecnico è stato coinvolto, aumentando così la percezione di politicità della decisione e offrendo il fianco alle polemiche vittimistiche di Orbán e di alcuni suoi seguaci, anche in Italia, che accusano l’Europa di avere posizioni preconcette. Girado così efficacemente la frittata. La scelta di mantenere il discorso sul solo piano politico è comprensibile in vista delle prossime elezioni europee, per far uscire dall’ambiguità il PPE. Ma è molto meno comprensibile in una logica di sistema, in cui lo stato di diritto non sia lo stato della politica. Si prefigurano tempi difficili per l’Unione europea.

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